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Usa-Iran, l’analista: “Nato propaggine di Washington, ma Hormuz è la vera posta in gioco. Da Trump solo boutade”

Dalle incognite di una nuova escalation del conflitto al ruolo della Nato: l’analisi di Franz Simonini per Affaritaliani

Usa-Iran, l’analista: “Nato propaggine di Washington, ma Hormuz è la vera posta in gioco. Da Trump solo boutade”

Usa-Iran, Simonini (Domino): “Gli attacchi di Trump sono rappresaglie di routine, il vero rischio è Hormuz”

La tregua tra Usa e Iran è finita. A dirlo – lapidario e fulmineo – è stato nelle scorse ore il Presidente Donald Trump, a seguito dei nuovi attacchi Usa lanciati in risposta alle navi colpite a Hormuz. Il tutto mentre era in corso ad Ankara il vertice Nato, che ha posto sul tavolo, nei due giorni di incontri previsti, le principali questioni internazionali: dall’Iran fino all’Ucraina, passando per difesa ed equilibri geopolitici. Ma ciò che bisogna chiedersi è se, prima ancora di finire, la tregua sia mai davvero cominciata. Una risposta arriva da Franz Simonini, analista della rivista Domino, che sottolinea come le incognite per una nuova possibile escalation siano tutt’altro che spente.

“Al di là delle solite boutade del presidente Donald Trump, le azioni statunitensi della scorsa sera rientrano nelle rappresaglie e controrappresaglie che si sono viste fino ad ora. L’incontro dei delegati di Washington e Teheran dello scorso giugno aveva posto le basi per un cessate il fuoco di sessanta giorni, utile ad approfondire il dialogo nei mesi successivi. Entrambe le parti vogliono ricavare il massimo dall’accordo finale, e attacchi di questo genere risultano la normalità in piena fase negoziale di guerra. Le incognite per una possibile nuova escalation permangono”, dice Simonini ad Affaritaliani.

Il memorandum di giugno, del resto, appariva già fragile e oggi i punti deboli strutturali sembrano venire al pettine. Tra questi, sicuramente la questione di Hormuz rimane al centro della contesa: “Washington rischia fortemente di perdere uno dei punti di soffocamento del proprio impero globale. Semplificando, la globalizzazione americana non è altro che il controllo militare degli istmi e degli stretti del mondo. Un arretramento dall’influenza su Hormuz segnerebbe un grave colpo al sistema globale di Washington, provocando poi possibili effetti domino su altri quadranti. Per quanto riguarda gli altri punti, le sanzioni petrolifere, sospese temporaneamente da Washington, risultano facilmente risolvibili in caso di accordo, mentre la questione nucleare, ad oggi, risulterebbe rimandata”, spiega l’analista.

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C’è poi un rischio che va oltre la cronaca delle ultime ore: che la contro-risposta iraniana su Bahrein e Kuwait apra a un coinvolgimento diretto di altri paesi del Golfo nel conflitto. “Si tratta – spiega l’analista – della prosecuzione di una tattica militare che Teheran adotta ormai da mesi. Sin dal 27 febbraio, la risposta iraniana all’offensiva israelo-statunitense si è concentrata soprattutto sul ‘ventre molle’ delle monarchie del Golfo, più che su Israele stesso: secondo i dati disponibili, l’83% dei missili e dei droni lanciati da Artesh e Pasdaran ha preso di mira la penisola arabica, contro appena il 17% diretto verso lo stato ebraico”.

Una sproporzione non casuale, ma che risponde a una logica precisa e duplice. Da un lato, colpire le monarchie del Golfo serve a Teheran per intaccarne la credibilità: mostrare che l’ombrello di sicurezza offerto da Washington, su cui questi Stati hanno costruito decenni di stabilità e sopravvivenza politica, non è affatto impenetrabile. È un modo per rompere l’illusione – coltivata a Riad, Doha, Abu Dhabi e Manama – che l’alleanza con gli Stati Uniti garantisca un’immunità di fatto dal conflitto in corso. Dall’altro lato, colpire le basi americane disseminate nella regione permette all’Iran di colpire la potenza statunitense senza affrontarla direttamente sul suolo israeliano, sminuendone la proiezione di forza nell’area e portando il conflitto vicino a casa degli alleati del Golfo, non solo a Tel Aviv.

E c’è poi la variabile Israele-Libano: lo scorso 26 giugno si è giunti a una prima intesa tra Tel Aviv e Beirut, mentre tra qualche giorno si svolgerà a Roma il secondo giro di negoziati. “L’accordo fittizio, oltre a stabilire il ritiro dello Tsahal dai territori libanesi e il disarmo dei gruppi paramilitari, non include lo stesso Hezbollah. Già questo punto risulta contraddittorio, visto lo scontro tra lo Stato ebraico e le milizie del Partito di Dio, e non con l’esercito regolare libanese” – spiega l’analista – “Le tempistiche dell’accordo sono state utilizzate scenograficamente per ampliare i margini di manovra interni ai colloqui tra Teheran e Washington, ed appianare temporaneamente le divergenze su un punto di massimo attrito. Quest’ultimo tema rimane però all’interno di un ambiente di estrema fragilità, in cui Tel Aviv punta a massimizzare i propri obiettivi, che odiernamente sono in contrasto con quelli washingtoniani. In primis, lo stato ebraico vorrebbe mantenere il cuscinetto creato al di là del fiume Litani, oltre a voler continuare gli attacchi nel sud del Libano per sfiancare le forze sciite”.

La via diplomatica

Quanto a Trump – che al vertice ad Ankara non ha risparmiato nessuno – per Simonini la sua intenzione non sarebbe quella di abbandonare la via diplomatica. “La via principale e meno dispendiosa è sempre quella diplomatica. D’altronde, come affermava il generale prussiano Karl von Clausewitz, ‘la guerra non è che la continuazione della politica condotta con altri mezzi’. Al di là delle frasi celebri, l’impero americano vorrebbe risolvere la questione mediorientale per non impelagarsi ulteriormente in un quadrante odiernamente non strategico. Di certo non è disposto a concedere il controllo dello stretto di Hormuz, circostanza che potrebbe eventualmente riaprire una fase bellica. Non un buon momento per la superpotenza”, dice l’analista.

In questo scenario così complesso, la Nato non sarebbe altro che la “propaggine militare statunitense sul suolo europeo“, con le decisioni vere “prese a Washington, con noi clientes a rimorchio”, sottolinea l’esperto di Domino. “In questa fase, però, abbiamo visto (per ora) il defilarsi degli stati europei, nonostante la richiesta di intervento americana. Dobbiamo anche sottolineare che le basi statunitensi, anche sul suolo italiano e non solo, sono state utilizzate come punti logistici fondamentali per il coordinamento e l’avvio degli attacchi contro la Repubblica islamica. Dal punto di vista di Washington, la non risposta europea è stata anche, in parte, un banco di prova per vedere la reazione in caso di apertura di un fronte, in collegamento al possibile scontro futuro con Pechino”, spiega.

Gli scenari

Ma cosa aspettarsi, adesso? Quali sono gli scenari più probabili nelle prossime settimane? “Entrambe le parti vorrebbero arrivare a dama tramite la diplomazia, ma esistono delle incognite da analizzare. Anzitutto, una fetta della popolazione persiana non vuole che il proprio regime conceda vantaggi a Washington, vista la condizione di prevalenza odierna. Numerose manifestazioni si sono registrate in diverse città persiane dopo la fuoriuscita dei punti di intesa, cui si aggiunge la scenografica coesione ribadita durante i funerali del defunto ayatollah Ali Khamenei, celebrati dinanzi a una folla oceanica giunta a commemorarlo”, spiega Simonini.

“Rimarrebbe poi l’incognita rappresentata dallo Stato ebraico, che vorrebbe continuare a perseguire i propri obiettivi sia nel Levante, tra Siria e Libano, sia la sconfitta totale della Repubblica islamica e la sua balcanizzazione. Infine, gli Stati Uniti non sono disposti a cedere sul controllo dello stretto di Hormuz, nonostante la posizione di svantaggio risultante dalla guerra in corso, benché non intenda sprecare ulteriori risorse necessarie al quadrante strategico principale dell’Indo-Pacifico per aumentare le pressioni su Pechino”, conclude. Una situazione di forte instabilità, dunque, destinata purtroppo a proseguire.

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