Venezuela, Baldo Sansò: “Maduro è un dittatore brutale. Il motivo del blitz? Non il petrolio”. Ecco che cosa vuole davvero Trump - Affaritaliani.it

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Ultimo aggiornamento: 18:47

Venezuela, Baldo Sansò: “Maduro è un dittatore brutale. Il motivo del blitz? Non il petrolio”. Ecco che cosa vuole davvero Trump

Intervista a Baldo Sansò, ex consulente del governo venezuelano

di Federica Leccese

Baldo Sansò: “Maduro? È un dittatore brutale. Il motivo del blitz? Non il petrolio”

È la cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti a riaccendere i riflettori sul Venezuela e a porre nuovi interrogativi sul futuro geopolitico del Paese. Chi andrà al potere? Il prossimo leader sarà più vicino agli interessi statunitensi? Qual è la reale motivazione dietro l’azione di Washington? E quanto pesa il petrolio in questa vicenda? A fare chiarezza è Baldo Sansò, ex consulente del governo venezuelano, che ad Affaritaliani spiega le vere ragioni dell’intervento americano e analizza i possibili scenari futuri: “L’oro nero pesa moltissimo, ma non è il motivo principale della cattura di Maduro”.

Che cosa ne pensa della cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti e dell’accusa di narcotraffico? Crede che l’operazione abbia basi legali solide o sia principalmente politica?

“Innanzitutto credo che Maduro fosse un dittatore: un dittatore tremendo, brutale, di vecchio stampo, alla Pinochet. Esiste un rapporto dell’Alta commissaria Onu per i diritti umani che già nel 2019 parlava di oltre 5.000 uccisioni per motivi politici in Venezuela. Altre Ong serie stimano che entro il 2024 si sia arrivati ad almeno 10.000. Sono numeri impressionanti, che fanno impallidire persino Pinochet. La differenza è che Pinochet, quando perse le elezioni, consegnò il potere. Maduro invece, dopo aver perso le elezioni, è diventato ancora più feroce: lo scorso anno migliaia di giovani sono finiti in carcere semplicemente per aver protestato contro un risultato elettorale che, agli occhi di tutti, appariva come un furto.

Maduro si imponeva con la forza, appoggiato dai militari e da un sistema armato di organizzazioni che lo proteggevano. Quando il potere si fonda solo sulla forza, l’unico modo per superarlo è una forza superiore. Ed è ciò che è accaduto. Per quanto riguarda le accuse di narcotraffico, formalmente Maduro era indicato come capo del cosiddetto cartello Soles. Tuttavia, non credo che questo sia stato il vero motivo del blitz. Ritengo piuttosto che lo Stato venezuelano sia stato utilizzato da settori dell’apparato di potere soprattutto per il riciclaggio di denaro. Il Venezuela, isolato dai controlli finanziari internazionali, era diventato un paradiso per il riciclaggio.

Le accuse sono verosimilmente fondate, ma il blitz non è stato fatto principalmente per questo. Credo invece che Trump voglia reimporre la dottrina Monroe in America Latina. Obama l’aveva archiviata, mentre Trump l’ha non solo risvegliata, ma rafforzata. In questo momento Trump vuole dimostrare che comanda lui, e che si fa come dice lui: con le buone o con le cattive. E questa è stata chiaramente la strada delle cattive”.

Gli Stati Uniti sostengono di “controllare” il Venezuela dopo la cattura di Maduro: è una forma di occupazione o un mandato per un cambio di regime?

“In questo momento gli Stati Uniti si stanno comportando in modo piuttosto imperialista. Hanno dimostrato di poter sottomettere lo Stato venezuelano con la forza e oggi hanno la capacità non tanto di comandare direttamente, quanto di condizionare fortemente l’operatività del governo venezuelano. La domanda è: dopo aver rimosso un dittatore, è logico esercitare questo tipo di controllo? Secondo me sì, perché altrimenti si rischia di togliere il dittatore e poi lavarsene le mani. Gli Stati Uniti sono spesso stati criticati proprio per questo: molto efficaci nell’intervenire, molto meno nel gestire il dopo. In questo caso dovrebbero davvero “sporcarsi le mani” nella gestione della transizione. Sembra che lo stiano facendo, ma resta da capire se lo faranno nel modo giusto o in quello sbagliato. In ogni caso, l’obiettivo dichiarato sembra essere quello di evitare il caos, e questa appare la direzione intrapresa”. 

Chi andrà al potere in Venezuela adesso? Il prossimo leader venezuelano sarà più vicino agli interessi statunitensi? Possiamo parlare di un “uomo di Trump”?

“In questo momento il potere è rimasto in mano al regime. La struttura di potere che esisteva con Maduro non è rimasta del tutto intatta, ma quasi. Sono loro che continuano a comandare. La partita si gioca in larga parte tra l’attuale apparato venezuelano e gli Stati Uniti, in particolare con Rubio come interlocutore. Se il regime riuscirà a negoziare e a soddisfare le richieste americane, avrà buone possibilità di rimanere al potere. Se invece entrerà in rotta di collisione – perché le richieste Usa sono ritenute eccessive o perché il regime non vorrà concedere vere libertà politiche – allora la situazione cambierà. Tutto dipenderà da due fattori: se le richieste degli Stati Uniti saranno ragionevoli e se il regime venezuelano sarà disposto a garantire condizioni reali di concorrenza all’opposizione. In caso contrario, è probabile una risposta dura da parte di Washington. Al momento, però, la posizione di forza per restare al potere ce l’ha ancora l’attuale regime”.

Quanto pesa il petrolio venezuelano in questa vicenda? 

“Pesa moltissimo, ma non credo sia stato il motivo principale della cattura di Maduro. Prima dell’intervento, Maduro era disposto a offrire qualunque garanzia pur di restare al potere: avrebbe concesso molto più di quanto possano fare oggi Delcy Rodríguez e il gruppo che la circonda. Se necessario, avrebbe praticamente consegnato tutto il petrolio a Trump. Credo quindi che il blitz sia stato soprattutto una scelta politica, per affermare il potere e l’autorità di Trump. Detto questo, il petrolio ora conta enormemente. Gli interessi economici sono fortissimi. La situazione è complicata perché una parte significativa della produzione petrolifera è vincolata alla Cina: il Venezuela ha un debito di circa 60 miliardi di dollari con Pechino, e tra i 200 e i 300 mila barili al giorno vanno a ripagare quei prestiti. Bisognerà capire come gestire il debito e come redistribuire la produzione petrolifera nei confronti dei creditori. Non sarà affatto semplice”.

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