"In Iran applicabile lo schema Venezuela. Ma occhio all'effetto boomerang: ecco perchè rischia di rafforzare il regime e aprire le porte al terrorismo" - Affaritaliani.it

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Ultimo aggiornamento: 20:11

"In Iran applicabile lo schema Venezuela. Ma occhio all'effetto boomerang: ecco perchè rischia di rafforzare il regime e aprire le porte al terrorismo"

Intervista a Luigi Chiapperini, Generale di Corpo d’Armata dei Lagunari in quiescenza

di Federica Leccese

“Venezuela bis in Iran? Così si rafforza il regime", l'analisi del generale

Il confronto tra Stati Uniti e Iran rischia di entrare in una fase di altissima tensione. Da un lato, le proteste interne in Iran vengono represse nel sangue e Teheran minaccia ritorsioni contro Israele e le basi americane nella regione; dall’altro, Donald Trump valuta una serie di opzioni militari e diplomatiche, dal “modello Venezuela” fino ad attacchi mirati ai centri di potere iraniani.

Ma quanto è realistico pensare che gli Stati Uniti possano applicare uno schema simile a quello usato per Maduro? E quali sarebbero i rischi per la sicurezza globale? A fare chiarezza è Luigi Chiapperini - Generale di Corpo d’Armata dei Lagunari in quiescenza, analista militare del Centro Studi dell’Esercito ed ex comandante dei contingenti multinazionali in Kosovo, Libano e Afghanistan - che ad Affaritaliani analizza le strategie possibili, i pericoli di escalation e il delicato equilibrio geopolitico tra Washington, Teheran e Israele.

Il ‘modello Venezuela’ è stato un blitz per catturare il leader e gestire la transizione. È uno schema che gli Stati Uniti possono davvero applicare anche all’Iran?

“Come ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, Donald Trump ‘ha dimostrato di non avere paura di utilizzare le opzioni militari, nessuno lo sa meglio dell'Iran’. Quindi sì, potrebbe essere uno schema applicabile anche alla Repubblica Islamica, pur con le dovute differenze e con maggiori difficoltà tecnico militari. Teheran continua a reprimere nel sangue le proteste ma al tempo stesso ha mantenuto aperto un canale diplomatico con l’inviato speciale della Casa Bianca Witkoff per evitare in qualche modo di aggiungere la minaccia di un intervento militare Usa ad una situazione interna già molto critica ed in pericolosissimo bilico.

Le opzioni presentate dai tecnici a Trump sono verosimilmente molte, con la prima già annunciata di un dazio del 25% su qualsiasi paese che commerci con Teheran. Il presidente si trova di fronte a scelte difficili e delicate. Ad esempio non si può escludere che l’eventuale cattura o eliminazione della guida suprema iraniana, del presidente della repubblica o di altri elementi di spicco del regime, possa innescare l’effetto opposto di far legare ancora di più in chiave nazionalistica al regime una parte della popolazione iraniana mentre l’obiettivo è invece di allargare e rendere ancora più compatta la schiera degli oppositori agli ayatollah, invero sempre più numerosi e decisi finalmente a liberarsene”. 

Se gli Stati Uniti valutassero un attacco militare in Iran, quali sarebbero i rischi per la sicurezza globale e per gli alleati Usa in Medio Oriente? 

“Teheran ha dichiarato che la sua risposta ad un eventuale attacco statunitense non si limiterebbe alla mera difesa ma comprenderebbe ritorsioni fuori dai propri confini, in particolare nelle “terre occupate”, espressione che indica lo Stato di Israele. Pertanto gli alleati statunitensi dell’area mediorientale rischierebbero molto mentre il pericolo di una escalation a livello mondiale lo ritengo al momento basso. Ciò perché i paesi amici come la Russia o le organizzazioni militari sponsorizzate dall’Iran, non sono in grado di intervenire in forze in quanto fortemente indeboliti dalle guerre in corso e dallo scontro con Usa e Israele degli ultimi due anni.

Tuttavia in Iran sarebbero già presenti milizie sciite irachene e reparti di Hezbollah ma il loro apporto sarebbe circoscritto alla repressione cruenta dei manifestanti o alla protezione dei siti sensibili del regime. Tornando quindi alle opzioni militari statunitensi, si potrebbe pensare proprio ad attacchi mirati contro queste milizie e contro quelle più legate agli ayatollah, oltre che naturalmente ad azioni volte a neutralizzare con azioni cinetiche o cibernetiche i centri di potere, quelli di comando e controllo, le difese aere, i siti missilistici e quelli del programma nucleare”. 

Quanto è credibile colpire il programma nucleare dell'Iran senza scatenare una risposta massiccia?

“Credo che ulteriori interventi armati contro il programma nucleare iraniano dopo quelli del giugno 2025 potrebbero scatenare una reazione simile a quella vista lo scorso anno, con lanci massicci di missili e droni da parte dell’Iran. La reazione iraniana potrebbe comprendere l’assassinio di funzionari occidentali e la chiamata al jihad globale con l’esecuzione di attentati da parte di cellule dormienti o di lupi solitari ispirati dalla propaganda online del regime.

A fronte di detti rischi, da parte statunitense ed israeliana un nuovo attacco sui siti nucleari rimane una delle opzioni più probabili da perseguire in quanto quello dello sviluppo del programma nucleare militare iraniano rimane senza dubbio una delle maggiori preoccupazioni non solo per gli Stati Uniti e Israele, ma anche per tutti gli altri paesi del mondo, in particolare quelli del Vicino Oriente ed europei.

Per il regime iraniano, se sopravvive, dotarsi di ordigni nucleari significa avere una formidabile assicurazione sulla vita oltre che uno strumento necessario per tentare di raggiungere in futuro l’egemonia nell’area mediorientale. Da qui l’interesse di tutti a scongiurare per tempo una tale evenienza pur consci dei pericoli conseguenti ad un attacco ai siti iraniani: oggi la reazione sarebbe convenzionale o di tipo terroristico, domani disastrosamente nucleare”. 

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