Di Marco Scotti
@marcoscotti83
Guerre, mercati instabili, povertà diffusa e disparità: sono tutti fattori di rischio per quelle imprese che decidono di operare all’estero. Sace ha calcolato quanto è costata (e quanto costerà) la perdurante fragilità dei mercati internazionali: per l’Italia il conto è un salasso, si parla di 36,6 miliardi di euro, un paio di finanziarie da lacrime e sangue. In particolare, il trend 2010-2014 del rischio di credito (cioè di mancato pagamento) è rimasto sostanzialmente invariato, con un aumento complessivo di soli 3 punti percentuali. Ma i paesi avanzati hanno fatto registrare performance poco edificanti: +10 punti, contro il +6% di Medio Oriente e Nord Africa. Le dinamiche sottostanti il quadro globale evidenziano tuttavia crescente volatilità ed eterogeneità all’interno delle principali macro-regioni, e richiedono dunque particolare selettività da parte delle imprese nell’approccio ai mercati, oltre all’adozione di strumenti adeguati per proteggersi dai rischi e massimizzare le opportunità.
In particolare, instabilità politiche e crisi economiche hanno interessato un insieme di Paesi, caratterizzati da rischi persistentemente elevati (Argentina, Bielorussia, Iran, Iraq, Pakistan, Ucraina, Ungheria, Uzbekistan e Venezuela) o da rischi medio-alti ma in crescita negli ultimi quattro anni (Egitto, Grecia, Libia, Russia, Siria e Tunisia). SACE stima in 36,6 miliardi di euro i costi, in termini di mancato export, di quest’elevata rischiosità per l’export italiano: 17 miliardi derivanti da crisi geopolitiche, 11 miliardi da crisi economiche e 8 miliardi dalla sola crisi russa. Crescita sostenuta e miglioramento dei profili di rischio hanno interessato invece un ampio gruppo di mercati emergenti, caratterizzati da meriti creditizi ormai stabilmente positivi (Brasile, Cina, India, Malaysia, Messico, Polonia, Sudafrica, Perù) o medi, ma in progressivo miglioramento (Algeria, Colombia, Filippine, Indonesia, Kenya, Marocco, Turchia). SACE stima in 38,5 miliardi il potenziale business che potrebbero offrire questi mercati all’export italiano nei prossimi due anni, se le imprese riorientassero in questa direzione le proprie attività: di cui 19 miliardi da Polonia e Cina (pari da sole al 50% del recupero potenziale), 8,8 da India e Turchia e 5,5 miliardi da Algeria.
Tra i mercati in crescita già noti all’export italiano vi sono Algeria, Marocco e Turchia, dove l’Italia deve difendere e possibilmente rafforzare il proprio posizionamento (rispettivamente come terzo, sesto e quinto fornitore). Tra i Paesi in cui espandere la presenza italiana vi sono invece Colombia, Filippine e Kenya, Paesi in forte espansione economica, con consumi e investimenti in crescita. In queste geografie la presenza di altri Paesi europei – come Francia e Germania – è decisamente superiore a quella italiana, quindi gli spazi di miglioramento per il nostro Paese rimangono ampi.

