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Riforma delle Popolari, un regalo alle lobby

Riforma delle Popolari, un regalo alle lobby
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Le mistificazioni del governo e di Bankitalia vengono ripetute per legittimare una riforma delle Banche Popolari fatta per compiacere i “padroni” finanziari stranieri della nostra malconcia nazione

di Sergio Luciano

Questo non è l’ennesimo articolo a difesa delle banche popolari, che in buona parte si meritano la pur sbagliatissima riforma che le sta per travolgere (senza peraltro guarirle dei loro mali). Questo è un articolo contro le mistificazioni del governo e della Banca d’Italia che vengono ripetute per legittimare una riforma fatta esclusivamente per compiacere i “padroni” finanziari stranieri della nostra malconcia nazione.

Il ministro dell’Economia Padoan ha elogiato la riforma delle popolari affermando che è positiva perché ne aumenta la “contendibilità”, cioè la possibilità che una società quotata venga scalata e cambi padrone. Ebbene, lo stesso Padoan, il suo governo e la sua maggioranza, hanno appena introdotto nel nostro ordinamento il “voto plurimo” nelle società quotate, che serve appunto a ridurre la contendibilità. Ma allora la contendibilità è utile o è dannosa? O sono solo chiacchiere per legittimare una scelta dettata in realtà dall’esigenza di accontentare i poteri forti internazionali che si vogliono prendere queste banche?

Poi: sia il ministro sia Renzi sia la Banca d’Italia hanno detto e ripetuto che la riforma renderà possibili le fusioni tra le Banche Popolari trasformate in Spa che raggiungeranno così la massa critica necessaria a competere. Ebbene, è di tre o quattro anni fa la definizione “too big to fail” (troppo grandi per fallire) coniata al riguardo delle tante grandissime banche ordinarie, istituite come società per azioni, che si sono distinte durante la nefanda crisi del 2008 per essere arrivate al fallimento tecnico e per essere state salvate, in vari Paesi, con i soldi dei contribuenti proprio perché erano ormai così grandi che un loro fallimento vero e proprio avrebbe creato più danni al sistema di quanti se ne potessero sostenere…

La dimensione non è la “chiave di volta” per sopravvivere bene nel mercato del credito, che riesce ancora validamente a vivere sul mercato locale. Casi qualificatissimi come la Banca Sella a Biella o come, nell’ambito delle popolari, la Bper in Emilia o la Popolare di Bari in Puglia, cui la Banca d’Italia ha appena affidato il salvataggio della banca per azioni Tercas, dimostrano che il problema non è la forma giuridica, ma la qualità della gestione. E come dice giustamente proprio il direttore generale della Popolare di Bari, “il fattore decisivo sono le persone” per il comportamento corretto o scorretto di un istituto di credito.

Al lungo elenco di popolari “stuprate” dalla mala gestio dei “caudilli” che di quando in quando vi si insediano ai vertici, usurpando e malversando la fiducia delle truppe cammellate che riempiono le assemblee sociali, si potrebbe contrapporre un più lungo elenco di banche per azioni fallite o semi-fallite per il pernicioso mix tra cattiva gestione e interessi privati che ha per esempio condotto allo stremo il Monte dei Paschi di Siena e la Carige, due casi che da soli controbilanciano tutte le grande delle Popolari degli ultimi bilanci, per non parlare degli errori (quantomeno, ma ci sono molto sentenze giudiziarie, magari non ancora “in giudicato”, che li definiscono con appellativi diversi) commessi nella Banca di Roma (poi Capitalia) o in Unicredit, generando buchi patrimoniali da paura.

Giocare con le forme giuridiche delle banche è un diversivo. Non è così che le si moralizza. La prevenzione del malaffare spetterebbe alla Vigilanza della Banca d’Italia e, per le più grandi, della Bce: se venisse fatta bene. Le banche popolari e quelle di credito cooperativo hanno svolto una funzione sociale essenziale, negli anni della crisi. Se oggi le si riforma è solo per fare dei favori. E naturalmente si ammanta quest’interesse politico sotto finalità nobili quanto inventate.