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Studi di settore da “ridimensionare”Per il fisco non funzionano più

Quale futuro per gli “studi di settore”? Da geniale strumento per stimare ricavi e compensi che possono essere attribuiti al contribuente a qualcos’altro in via di definizione. Non si capisce bene il perché in Italia ogni decisione abbia bisogno di successive modifiche, ma è così

di Paola Serristori

Quale futuro per gli “studi di settore”? Da geniale strumento per stimare ricavi e compensi che possono essere attribuiti al contribuente a qualcos’altro in via di definizione. Non si capisce bene il perché in Italia ogni decisione abbia bisogno di successive modifiche, ma è così. Nel 2013 la Corte dei Conti rilevava una perdita di efficacia di questo metodo deduttivo (e presuntivo) del reddito. Ora il governo Renzi, a quanto si apprende, vuole includere un radicale cambiamento degli “indicatori di coerenza economica e di normalità economica”. E già per l’annualità di imposta 2014. Gli esperti si sono altrettanto prontamente lanciati in analisi e controanalisi dei perché gli studi di settore non rendono alle casse dello Stato quanto lo Stato vuole incassare. Qualcuno annota che sui redditi 2006 e 2007 oltre 600 mila partite Iva avevano integrato i ricavi dichiarati in modo da risultare conformi al software Gerico ed evitare contenziosi col Fisco, nel 2008 coloro che avevano scelto gli “adeguamenti” erano stati 520 mila, nel 2009 ancora meno, 420 mila, sino a scendere nel 2012 a 330 mila. Sorprende non poco che si ometta il dato di quanti hanno negli stessi anni deciso di chiudere la partita Iva proprio perché troppo onerosa, a causa della presunzione di reddito degli studi di settore. Il piano anti-evasione dell’esecutivo in carica mira a verificare la base imponibile e relativo gettito fiscale attraverso nuovi indicatori. Sfugge al buonsenso il motivo per cui nel 2011 si è garantito uno “scudo” – altra pratica italiana – dagli accertamenti a coloro che si allineavano ai minimi di entrate previsti per il settore.

All’inizio di agosto, l’agenzia delle Entrate ha scritto nella circolare n. 25/E/2014: “Nell’evidenziare la necessità che i dati presenti negli studi di settore vengano sempre maggiormente impiegati quale strumento di selezione per l’ulteriore attività di controllo, piuttosto che quale mero strumento accertativo si deve porre particolare attenzione all’attività di accesso breve, che deve essere volta anche a rintracciare i casi in cui il contribuente si sia collocato ‘abusivamente’ nel regime premiale”. Altri fanno notare che non solo l’applicazione, ma anche la gestione degli studi di settore è complicata, dovendo ricorrere ad un continuo aggiornamento del software per rendere se non fondata almeno a prova di contenzioso la presunzione di reddito. L’andamento dell’economia, il rischio di deflazione, rendono più che mai obsoleti gli algoritmi sino ad oggi ritenuti adeguati. Al momento l’orientamento prevalente, nonché suggerito dall’Agenzia delle Entrate nella revisione in corso, è quello di ridurre drasticamente il numero di categorie (da 205 a poco più che un centinaio) soggette agli studi di settore, a cominciare da quelle per cui le stime si sono rivelate appunto non attendibili, come è il caso dei professionisti. Al contrario, i parametri di “normalità economica” hanno funzionato per pubblici esercizi ed edilizia leggera.