Cominciamo con il modello classico. Risale alla fine del ‘700 e ha le sue radici nel laissez faire degli economisti del libero mercato come Adam Smith, David Ricardo e, soprattutto, Jean-Baptiste Say. Questi economisti classici ritenevano che il problema della disoccupazione fosse una parte naturale del ciclo economico, che si autoregolasse e, cosa più importante, che non vi fosse alcuna necessità che il governo intervenisse nel libero mercato per correggerlo. Tra la guerra civile americana di metà ‘800 e i ruggenti anni ’20 del secolo scorso, l’America ad esempio ha conosciuto numerosi alti e bassi, registrando non meno di cinque depressioni ufficiali. Tuttavia dopo ogni crisi l’economia rimbalzava sempre in su, esattamente come avevano previsto gli economisti classici.
Questo era vero fino a quando questa teoria degli economisti classici si è scontrata con la Grande Depressione del 1930. Con il crollo della borsa del 1929, l’economia è caduta prima in recessione, poi in una forte depressione. Il prodotto interno lordo era sceso di quasi un terzo e nel 1933 il 25% della forza lavoro era disoccupata. Nello stesso tempo gli investimenti delle imprese erano praticamente scomparsi, da circa 16 miliardi di dollari nel 1929 a 1 miliardo a fine 1933.
Mentre il presidente Herbert Hoover prometteva che la prosperità era proprio dietro l’angolo, e gli economisti classici restavano passivamente in attesa di quello che ritenevano inevitabile, cioè la ripresa dei mercati, che però non arrivava mai, due figure chiave si affacciavano sullo scenario della macroeconomia. L’economista John Maynard Keynes e il successore alla presidenza di Hoover, Franklin Delano Roosevelt.
John Maynard Keynes respinge seccamente la teoria classica di un’economia che fosse in grado di auto correggersi, e introduce il concetto che l’attesa di un recupero spontaneo avrebbe certamente portato nel lungo periodo alla rovina.
Keynes riteneva che in determinate circostanze l’economia non sarebbe naturalmente rimbalzata, ma semplicemente avrebbe ristagnato o peggio ancora sarebbe caduta in una spirale di morte. Per Keynes, l’unico modo per rilanciare l’economia e rimetterla in marcia poteva solo essere quello di innescare una nuova pressione nell’economia tramite l’aumento della spesa pubblica.
Così è nasce anche la politica fiscale americana e la visione keynesiana diviene il movente, anche se non dichiarato, della filosofia di Franklin Delano Roosevelt, concretizzatasi nel New Deal, che riporta la prosperità negli anni ’40. Perfino la seconda guerra mondiale contribuisce a risollevare l’economia americana e a farla uscire dalla Grande Depressione, visto che anche le spese militari, secondo la teoria keynesiana, costituivano un elemento importante per l’auspicabile aumento della spesa pubblica.
Nei primi anni ‘50 la teoria keynesiana della spesa pubblica, applicata su larga scala, porta ulteriori risultati positivi. Questa volta è la guerra di Corea ad aiutare l’economia USA: ma dieci anni dopo il puro keynesismo raggiunge il suo apice con la famosa riduzione fiscale operata da presidente John F. Kennedy 1964. Nel gabinetto del presidente Kennedy prevale la posizione del presidente della Economic Advisors, Walter Heller, che credeva fermamente che attraverso l’attenta applicazione meccanicistica dei princìpi keynesiani in termini di macroeconomia la nazione avrebbe potuto andare molto vicino alla piena occupazione con un’inflazione minima.
Nel 1962 Heller raccomanda a Kennedy di operare un sostanzioso taglio alle tasse per stimolare l’economia stagnante. Il Congresso infine accetta la proposta, così il taglio fiscale di stile keynesiano ha contribuito a rendere il 1960 uno dei decenni più prosperi in America.
Tuttavia, questo stimolo fiscale ha anche gettato le basi per la nascita di un nuovo e pericoloso fenomeno macroeconomico conosciuto come stagflazione: alta inflazione e contemporaneo alto tasso di disoccupazione. Il problema stagflazione si presenta inizialmente a causa della testardaggine del presidente Lyndon Johnson. Alla fine del 1960, contro il forte parere dei suoi consiglieri economici, Johnson aumenta la spesa sulla guerra del Vietnam, ma rifiuta di tagliare la spesa per il suo programma di assistenza sociale Great Society. Questo rifiuto di bilanciare la spesa pubblica ha aiutato ad innescare il fenomeno difficilmente controllabile di crescita dell’inflazione nei decenni successivi.
Il seguito in un prossimo articolo.
Paolo Brambilla
