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La macroeconomia negli USA dopo gli anni 60

Approfondimento a cura di Paolo Brambilla

Dopo la decisione del presidente Johnson di aumentare la spesa per la guerra del Vietnam, ma di mantenere la spesa per il programma di assistenza sociale Great Society, si innesca il fenomeno della crescita dell’inflazione. L’essenza dell’inflazione da eccesso di domanda è “troppi soldi a caccia di troppo pochi beni”.

E questo è esattamente quello che è successo quando negli Stati Uniti si è cercato di finanziare “burro e cannoni” cioè sia la guerra del Vietnam, sia il programma di assistenza sociale Great Society.  Quando la spesa reale aumenta molto al di sopra del prodotto potenziale, anche il livello dei prezzi si muove in forte crescita.

Nel 1972 il presidente Richard Nixon impone il controllo dei prezzi e dei salari, regalando alla nazione una breve tregua dall’inflazione creatasi nell’era Johnson. Tuttavia, una volta che sono aboliti i controlli, nel 1973, l’inflazione torna a due cifre, contribuendo a creare un nuovo tipo di inflazione, nota come cost-push, ovvero l’inflazione che si crea dal lato dell’offerta, quando fattori come un rapido aumento dei prezzi delle materie prime o aumenti salariali fanno salire i costi di produzione.

Ciò può avvenire a seguito dei cosiddetti shock di offerta, come quelli sperimentati nei primi anni 1970. Durante questo periodo tali shock comprendono cattivi raccolti, siccità in tutto il mondo, e una quadruplicazione del prezzo mondiale del greggio. Questo porta al fenomeno di stagflazione, recessione o stagnazione combinati con l’inflazione.

Prima del 1970 gli economisti non credevano si potessero verificare sia alta inflazione, sia alto tasso di disoccupazione allo stesso tempo, perché l’uno avrebbe dovuto correggere l’altro. Il 1970 ha dimostrato agli economisti che sbagliavano su questo punto: l’economia keynesiana era incapace di risolvere il nuovo problema di stagflazione.

Il dilemma keynesiano era semplicemente questo. Gli strumenti keynesiani potevano risolvere solo metà del problema stagflazione, ma solo facendo peggiorare l’altra metà. Era questa incapacità dell’economia keynesiana a far fronte alla stagflazione che costituì la sfida per il monetarista Milton Friedman ad inventare la nuova ortodossia keynesiana. La scuola monetarista di Milton Friedman sosteneva che i problemi di inflazione e recessione potevano essere ricondotti a una cosa, tasso di crescita dell’offerta di moneta. Per i monetaristi, l’inflazione si verifica quando il governo stampa troppo denaro, e le recessioni si verificano quando ne stampa troppo poco.

Da questa prospettiva monetarista, la stagflazione è il risultato inevitabile di attività fiscale e monetaria, politiche che cercano di spingere questa economia oltre il suo cosiddetto “tasso naturale di disoccupazione”, o più tecnicamente, il più basso tasso di disoccupazione sostenibile, cioè il livello di disoccupazione più basso che può essere raggiunto senza pressione al rialzo sull’inflazione. Andare al di là di questo basso tasso di disoccupazione sostenibile può portare a brevi periodi di crescita, però subito seguiti da aumenti di prezzi e salari, creando una spirale inflazionistica verso l’alto.

In questa situazione, monetaristi credono che si necessario indurre una recessione. Questa è almeno un’interpretazione di ciò che la Federal Reserve ha iniziato a fare nel 1979 fissando obiettivi di crescita monetaria. Sotto la presidenza di Paul Volcker la Fed ha adottato una politica monetaria fortemente restrittiva, e i tassi di interesse sono saliti sopra il 20%.

Mentre la medicina amara della Fed ha funzionato, tre anni di difficile congiuntura economica hanno lasciato però l’amaro in bocca al popolo americano. Finalmente si affacciava alla luce una più dolce cura di quella che keynesiani e monetaristi potevano offrire: la cosiddetta “supply-side economics”.

Formulata da Robert Mundell, Arthur Laffer e Jude Wanniski, questa teoria prese piede sotto la presidenza di Ronald Reagan (la cosiddetta Reaganomics) ed enfatizza il ruolo dell’offerta (supply-side) nello stimolare la crescita economica, in contrapposizione alle teorie keynesiane, sostenendo che è compito dello Stato intervenire con misure di sostegno alla domanda attraverso l’incentivo di una minore tassazione: ciò farebbe crescere le entrate fiscali nonostante la diminuzione delle aliquote, per via del maggior gettito creato dalla ripresa della produzione e in generale dall’economia nel suo complesso. Inoltre la supply-side causerebbe effetti positivi sul tasso di inflazione grazie allo stimolo dell’offerta.

Non tutti però sono d’accordo sulla validità questa teoria. I critici hanno affermato che non vi sono mai state evidenze empiriche che avvalorassero la tesi e, per quanto riguarda la Reaganomics, hanno fatto notare che la diminuzione dell’inflazione durante i primi anni di presidenza Reagan sono attribuibili alla politica monetaria e non alla politica fiscale, mentre la riduzione delle imposte non ha prodotto alcuno stimolo capace di far crescere l’attività economica e le entrate fiscali.

D’altra parte la supply-side economics è stata anche considerata un semplice aggiornamento del settecentesco laissez faire di Say.