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Rimedi e mitigazioni al “troppo” credito mondiale

Approfondimento a cura di Paolo Brambilla

In una recente conferenza tenuta dall’Istituto Baffi Carefin, nella quale si discutevano i dati presentati dalla Banca d’Italia e si commentava la stabilità finanziaria a livello mondiale ed italiano, Franco Bruni, docente di Teoria e politica monetaria internazionale all’Università Bocconi, affermava: “La stabilità finanziaria in Italia è quasi una contraddizione in termini, e ha senso solo in relazione a una dimensione internazionale”. Però poi nel corso della sua esposizione aggiustava un po’ il tiro: “Tutti i segni in effetti sono positivi, per l’Italia, ma l’indebitamento globale cresce ancora e il debito costituirà per molti anni a venire una minaccia alla stabilità”.

Il rapporto pubblicato da McKinsey evidenzia con approssimazioni statistiche che a livello mondiale il rapporto debito pubblico / Pil è passato da 87% a 199% dal 2000 al 2014. Quali sono i rimedi e le mitigazioni al “troppo” credito proposte dal prof. Franco Bruni?

  • Innovazione finanziaria nei contratti di debito
  • Riforma dei processi di ristrutturazione e fallimento
  • Sviluppo e governo dei controlli macro-prudenziali
  • Riforma degli incentivi fiscali
  • Minore e diverso ruolo delle banche
  • Migliore conoscenza statistica anche a livello microeconomico.

Nel quadro internazionale si inserisce positivamente la Vigilanza unica europea, anche se per ora occorre attendere che si stabilizzi. Però l’atteggiamento sia politico, sia burocratico, non crea ottimismo. Un esempio di vista corta è costituito dalla Grecia, ma anche la Francia minaccia la stabilità di lungo periodo.

Il vero rischio è quello dei tassi troppo bassi per troppo tempo: sono un incentivo notevole alla riallocazione delle risorse e alla capitalizzazione delle banche. Le normative di Basilea costituiscono un equivoco pasticcio che costringe le banche a compensare le pecche e portano a interventi unilaterali non in linea con gli interessi generali. Occorrerebbe invece tornare a ragionare sul concetto di leva semplice allo scopo di aumentare la copertura.

Ieri Mauro Bottarelli, membro del think tank Bruges Group, ha scritto sul sito ilsussidiario.net: “I cimiteri della politica economica sono pieni di banchieri centrali che hanno sbagliato il timing del loro intervento sui tassi di interesse, soprattutto dopo che Lehman Brothers ha cambiato il corso della storia finanziaria moderna. La Bce alzò i tassi due volte nel 2011 e il risultato, facilitato da grossi carichi di debito pubblico e dalla speculazione, fu il quasi collasso dell’unione monetaria: ma si sa, fa più comodo addossare tutta la colpa alla Grecia piuttosto che agli errori dei cosiddetti regolatori. Ma anche in giro per il mondo gli aspiranti stregoni monetari hanno fatto parecchi danni: in Svezia, Danimarca, Corea, Canada, Australia, Israele e Cile, tanto per citare i casi più eclatanti, le scelte rialziste sono state seguite da repentine inversioni a U, tanto che in alcuni casi ­ come quello scandinavo ­ si è dovuti andare in territorio negativo per cercare di compensare il danno provocato”.

Anche l’introduzione dei minibonds non ha raggiunto in Italia gli obiettivi attesi, a causa una certa riluttanza delle aziende a emetterli e alle componenti opache del sistema produttivo italiano. Inoltre il taglio medio dei minibonds emessi finora si aggira intorno ai 30 milioni di euro, il che fa capire che non sono le piccole e medie imprese ad emetterli, ma quelle di dimensioni maggiori. Si è semplicemente favorita l’emissione di prestiti obbligazionari con sgravi fiscali, senza rispettare lo spirito del provvedimento. Non si è cambiato il contesto.

Paolo Brambilla