ANBI, temperature ancora elevate e riserve in calo al Nord: Vincenzi chiede piani concreti di adattamento climatico
ANBI richiama l’attenzione sugli effetti di un’estate sempre più prolungata, con temperature vicine ai 30 gradi in gran parte del Centro-Sud anche a ottobre inoltrato, e sui rischi collegati alla crisi climatica, tra fenomeni estremi, pressione sui territori e nuove emergenze idriche. Secondo l’Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche, il quadro meteorologico resta caratterizzato da forti anomalie e da una crescente alternanza tra precipitazioni intense e carenza d’acqua.
La crisi climatica è entrata tra le principali preoccupazioni di italiani ed europei e, nella maggior parte dei casi, questa percezione è legata ad esperienze o disagi vissuti direttamente. Negli ultimi giorni, ad esempio, fenomeni temporaleschi molto localizzati e di breve durata, ma di forte intensità, hanno provocato disagi in diverse aree del Mezzogiorno.
Sulla penisola sorrentina, Positano e Vico Equense sono state interessate da nubifragi con cumulate superiori ai 60 millimetri in poche ore. A Pimonte sono caduti 76,6 millimetri di pioggia, mentre a Gragnano, distante appena due chilometri in linea d’aria, si sono registrati solo 0,4 millimetri.
A Siracusa, in meno di tre ore, sono caduti 77,8 millimetri di pioggia, contro una media di circa 45 millimetri per l’intero mese di settembre. Nello stesso intervallo di tempo, a Catania un nubifragio ha scaricato circa 50 millimetri d’acqua.
Nel Cosentino, il torrente Scirocco è esondato a Paola a causa delle violente precipitazioni cadute a monte, con cumulate superiori ai 30 millimetri in poco tempo.
Tutto questo avviene mentre le acque del Mar Mediterraneo continuano a registrare anomalie termiche fino a oltre +3 gradi, in particolare sul Tirreno centro-settentrionale, con vaste aree del bacino che raggiungono ancora i 28 gradi. In questo contesto, ogni incursione di aria fredda può generare fenomeni estremi e potenzialmente dannosi su un territorio fragile come quello italiano, esposto a frane e allagamenti.
“È sempre più urgente la necessità di invertire il flusso demografico dai territori interni verso le coste, perché tale tendenza aggrava la pressione antropica proprio sui territori più a rischio di fronte alle conseguenze della crisi climatica. Vanno creati i presupposti sociali e lavorativi per mantenere la popolazione nelle aree marginali e montane: è la condizione prima per ridurre i pericoli da eventi meteo lungo una Penisola, diventata hotspot della crisi climatica”, evidenzia Massimo Gargano, Direttore Generale di ANBI.
“Contestualmente vanno finanziati piani di adattamento alle nuove evenienze meteorologiche; la prevenzione fa risparmiare in termini economici e sociali. Noi siamo pronti con progetti cantierabili e dimostrata efficienza operativa; ora tocca alla politica passare dall’etica della consapevolezza a quella della responsabilità”, aggiunge Francesco Vincenzi, Presidente di ANBI.
L’altra faccia del cambiamento climatico è rappresentata dalle crisi idriche, sempre più frequenti e non più limitate soltanto al Sud Italia. Il fenomeno si sta infatti estendendo anche alle regioni alpine, dove lo scioglimento anticipato delle riserve nevose riduce la disponibilità d’acqua nei mesi estivi. L’anno idrologico 2025-2026 si chiude con un bilancio negativo in molte aree del Nord. In Piemonte risultano ridotti i flussi di diversi corsi d’acqua: nel Tanaro scorre il 44% dell’acqua consueta, mentre il deficit è del 57% per la Stura di Lanzo e del 53% per la Toce.
In Lombardia, il bilancio idrico annuale si avvia a chiudersi con un deficit di oltre il 24%, pari a quasi 350 milioni di metri cubi in meno nelle riserve idriche. Prosegue inoltre l’abbassamento dei livelli dei grandi laghi settentrionali: il Verbano è al 21,3% di riempimento, il Lario al 36,5%, il Benaco al 45% e il Sebino al 67,1%.
In Veneto sono in forte calo le portate dei corsi d’acqua. Nell’Adige, a Boara Pisani, si registrano 87,42 metri cubi al secondo, con un deficit del 58%. La Livenza segna -53%, il Brenta -49%, il Piave -38% e il Bacchiglione -80%. In Emilia-Romagna, circa la metà del territorio chiude l’anno idrologico in perdita. Tra le aree più colpite ci sono i bacini della pianura romagnola a sud della foce del Reno, dove sono caduti circa 195 millimetri di pioggia in meno del consueto, e quelli di pianura compresi tra Parma e Tidone, con un deficit di precipitazioni vicino al 23%.
Molti fiumi appenninici risultano quasi asciutti. Taro e Trebbia continuano a registrare portate inferiori ai minimi storici, mentre il Reno presenta un flusso inferiore del 72% rispetto alla media. Anche la portata del Po è in calo e in alcuni casi più che dimezzata rispetto ai valori medi storici: a Isola Sant’Antonio il deficit è del 54%, a Piacenza del 55% e a Pontelagoscuro del 47%.
In Liguria si registrano cali idrometrici nei fiumi Vara ed Entella, mentre in Toscana restano deficitarie le portate di Serchio e Ombrone, rispettivamente inferiori del 37% e del 67% alla media. In calo anche l’Arno, con un deficit del 56%. Nelle Marche risultano stabili i valori di alcuni corsi d’acqua, mentre in Umbria continua lo svuotamento del lago Trasimeno, che a Polvese si abbassa di altri quattro centimetri in una settimana, attestandosi a 2,13 metri sotto lo zero idrometrico e a 127 centimetri sotto la media storica.
Nel Lazio resta invariato il livello del lago di Nemi, mentre in Campania, grazie alle piogge della scorsa settimana, sono tornati a crescere i livelli di Volturno, Sele e Garigliano, quest’ultimo ancora al di sotto dei valori del recente passato. In Puglia, infine, si registra una riduzione di oltre 4 milioni di metri cubi nei volumi contenuti nel bacino di Occhito. A servizio delle campagne foggiane restano 102,59 milioni di metri cubi di riserve idriche, con un surplus di 47,43 milioni di metri cubi rispetto al 2025.


