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Ferrari (ceo di Versalis-Eni) ad Affari: “Necessario un nuovo modello di politica industriale”

“Un modello di politica industriale lungimirante e all’avanguardia è fondamentale in quanto un paese che perde l’industria non ha più economia e perde la curva di esperienza che consente di mantenere la progressione nella crescita, anche di quella culturale e sociale”. A sostenerlo è Daniele Ferrari, amministratore delegato di Versalis, la società del Gruppo Eni che gestisce la produzione e la commercializzazione di prodotti chimici.
In questa lunga intervista rilasciata ad Affari Italiani, il manager che ricopre anche l’incarico di presidente di Matrìca, la joint venture creata dalla stessa Versalis con Novamont attiva nel settore della chimica verde, delinea la nuova strategia nella chimica del Gruppo Eni, ma ci consegna anche la sua visione sullo sviluppo industriale dei prossimi decenni, parlando di bioeconomia, di politiche di sostegno all’innovazione e di internazionalizzazione dei mercati. Con un po’ di ottimismo per una ripresa che si avvierà nel 2013 grazie al rafforzamento della domanda mondiale.
“Dato lo scenario globale – sostiene Ferrari – dobbiamo ripensare all’industria in termini di dimensioni, di competitività, di integrazione e valorizzazione del territorio, puntando su innovazione e formazione, con l’occhio a quelli che sono i cosiddetti megatrend a livello mondiale. La filosofia corretta è quella dell’agire local pensando global, tenendo costantemente presenti i principi fondanti della sostenibilità economica, ambientale e sociale”.
Foto Daniele Ferrari, Ceo V

di Mario Bonaccorso (www.ilbioeconomista.com)

Dottor Ferrari, iniziamo dai dati allarmanti sulla produzione industriale: secondo l’Istat il 2012 ha fatto registrare un calo annuo del 6,7%, il peggior risultato dal 1990. Dalle analisi di settore emerge che le diminuzioni più consistenti sono quelle riguardanti la fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche e di altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi, con un calo del 16,8%. Come se ne esce?
Certamente i dati dell’indagine Istat non sono incoraggianti e la produzione industriale non è purtroppo l’unico settore a risentire di una situazione economica di stallo, che interessa tutta l’Europa. In particolare, l’industria petrolchimica europea, che produce derivati come la gomma e le materie plastiche oltre ad altri prodotti essenziali, tra le “commodities” è considerata un’industria “matura”. Il settore, infatti, oggi si trova a dover fronteggiare uno scenario di mercato legato agli elevati costi energetici, agli effetti della crisi del debito, al calo dei consumi e, soprattutto, alla concorrenza (feedstock) proveniente in particolare dal Medio Oriente e dall’Asia e all’aggressivo confronto con player internazionali che si sviluppano in contesti di crescita.

L’industria chimica europea, tuttavia, continua a mantenere una leadership mondiale in termini di tecnologie proprietarie, forza lavoro altamente specializzata, ma anche di produzione.

Per quanto riguarda l’Italia, il nostro paese è tra i primi produttori dopo Germania e Francia, nonostante al calo della produzione industriale e dei consumi si sommino anche deficit strutturali.

I nostri dati previsionali ci fanno sperare in una ripresa che non sarà certo immediata ma si avvierà nel corso del 2013 con il rafforzamento della domanda mondiale. Questo consentirà all’Europa di migliorare nell’export, anche se verso i mercati più lontani, e quindi di apprezzare quantomeno una stabilizzazione.

L’Italia dovrà affermarsi sui mercati esteri con le proprie esportazioni e dovrà cogliere tutte le opportunità possibili soprattutto quelle provenienti dal Far East in modo da poter mantenere le produzioni domestiche a livelli sostenibili per arrestare il calo evidenziato dall’Istat.

In questo contesto, ci sentiamo di  azzardare un po’ di ottimismo e di fiducia: è necessario riconoscere i cambiamenti che il mondo sta attraversando e indirizzare l’industria, laddove può vantare leadership e valore per il paese, su nuove strategie, innovazione, prodotti ad alto valore aggiunto ed efficienza. Versalis ed Eni possono contribuire alla ripresa.

La Commissione europea ha chiaramente individuato nella bioeconomia l’area su cui puntare con forza per conciliare proprio la crescita economica, la creazione di nuova occupazione e la sostenibilità ambientale. In Italia, però, a differenza di altri paesi, il tema della bioeconomia non sembra essere nell’agenda politica. Non è che rischiamo di perdere l’ennesimo treno?
L’Italia a volte difetta in tempestività, ma va tenuto presente che la bioeconomia si sostiene su parametri che sono estremamente variabili e legati al territorio (si parla di piani regionali) di riferimento e che per questi motivi vanno definiti ad hoc per ciascuno dei settori interessati, siano essi la produzione di energia, l’agricoltura, l’industria chimica, l’alimentazione, la biotecnologia, in stretta considerazione dei dati che definiscono l’analisi dell’intero ciclo produttivo.
Il nostro paese sta aggiornando il proprio piano energetico per traguardare obiettivi rilevanti nell’energy saving, nei biofuel e nella chimica, quest’ultimo tra i comparti di punta nella definizione di “bioeconomia”. Numerose sono le iniziative generate in questi ultimi anni, grandi e piccole, ma sono essenzialmente iniziative promosse dal settore privato. Le aziende, per ovvie esigenze di mercato (sostenibilità economica, istanze di un consumatore sempre più esigente e informato, concorrenza), devono accelerare i tempi, per la propria sopravvivenza stessa ma anche per uno sviluppo che, nel privato, è, di necessità, una variabile costante. Tuttavia, anche a livello normativo, l’Italia sta cominciando a dare segnali di interesse.

Qualche esempio?
Pensiamo a quanto è stato fatto in materia di biocarburanti e la strada, ancora breve, percorsa finora verso i target di miscelazione imposti dalla Direttiva europea.
Ma soprattutto, pensiamo a quanto si sta facendo nell’ambito della “chimica verde”: a maggio 2011 è stato sottoscritto il Protocollo di Intesa per la chimica verde a Porto Torres tra governo, le istituzioni sarde, Novamont ed Eni (con le sue controllate Versalis, Syndial, Enipower), attraverso il quale si è dato avvio a un grande progetto di riqualificazione del sito industriale con l’opportunità di impiantarvi un sistema produttivo altamente innovativo e fortemente integrato con il territorio.   
Il riconoscimento delle istituzioni del valore del comparto di cui ci stiamo occupando come azienda ha favorito la nascita di un Cluster Tecnologico Nazionale della chimica verde il quale, essendo ad elevato contenuto innovativo, è identificato come uno tra i settori (sono 9 in tutto) “propulsori della crescita economica sostenibile del territorio e dell’intero sistema economico nazionale.”
Versalis (Eni), insieme ad altre aziende attive nel settore green come Novamont e Chemtex, è alla guida del Cluster, che ad oggi conta più di 100 partner.
È, inoltre, attivo un programma interministeriale con partecipazione di tutti gli stakeholder che a breve definirà una posizione italiana sull’intera bioeconomy. Il punto più rilevante in discussione riguarda la certificazione di sostenibilità dei processi produttivi.

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Quali altre misure sono in discussione?
Il punto importante per chi investe è produrre in “time to market”. Per questo un Piano italiano dovrebbe definire un quadro normativo certo, congiunto alla semplificazione e allo snellimento dei processi autorizzativi, al supporto attraverso delle adeguate infrastrutture, ad un costo equo dell’energia, al sostegno costante alla ricerca, atteso anche l’alto contributo che il settore della chimica da fonti rinnovabili può dare all’occupazione, allo sviluppo e al recupero e reindustrializzazione dei siti produttivi. Le aziende italiane possono tornare ad essere competitive solo grazie a queste misure.

Dall’Italia all’Europa. Come sa, la Commissione il 14 e 15 febbraio ha chiamato a raccolta a Dublino tutti gli stakeholders europei della bioeconomia. E in quella sede non sono mancate critiche alla scarsa coerenza e stabilità regolatoria dell’Unione. Qual è il suo punto di vista a questo riguardo?
Sarebbe utile una normalizzazione a livello europeo della certificazione di sostenibilità e della classificazione delle biomasse (ovvero dei feedstock sulla base dei quali si fonda la chimica da fonti rinnovabili o “chimica verde”). Inoltre, l’omogeneità a livello europeo dei meccanismi di incentivazione fiscale per le produzioni della chimica verde potrebbe essere un elemento essenziale per una fair competition insieme alla condivisione di modelli standard di Life Cycle Assessment (LCA) .

Considerando che attualmente non vi sono forme di incentivazione per la produzione di biobased chemicals da fonti rinnovabili comparabili a quelle in vigore per i biofuels, un riequilibrio tra questi due settori è auspicabile, soprattutto in ragione del fatto che l’impatto in termini di superfici coltivate necessarie, cioè il footprint agricolo, è inferiore per i prodotti chimici da fonti rinnovabili. Sul fronte delle biomasse utilizzabili come fonti rinnovabili è auspicabile inoltre una certa differenziazione tra queste, privilegiando quelle ottenute da terre marginali e con protocolli di coltivazione che prevedono bassi o nulli consumi irrigui, preferibili alle terre coltivabili ai fini di una migliore valorizzazione del territorio.  

Entriamo nel merito degli investimenti che Versalis sta realizzando nella bioeconomia…
Innanzitutto, ricordiamo sempre che l’industria chimica è fondamentale anche per molte altre tipologie di industrie e che per sua stessa natura deve potersi evolvere e deve poter investire continuamente in sviluppo e innovazione. Versalis rappresenta già da sempre una realtà significativa nel tessuto industriale italiano e nel mercato internazionale di settore.  

Affermandosi, in questi ultimi anni, l’istanza di un modello di sviluppo economico, la cosiddetta Green Economy o Bioeconomy, che tiene conto dell’impatto ambientale dell’intero ciclo produttivo in termini di uso di risorse rinnovabili, riduzione emissione di CO2 ed efficienza energetica, la nostra società non poteva non dare il proprio contributo.

Così, nel quadro di un importante piano di rilancio avviato nel 2011 che si oppone ad una situazione di contrazione dei mercati e di stagnazione economica generale che ha investito l’Europa, e, soprattutto, alla necessità di correggere un deficit competitivo-strutturale proprio, ha anche varato l’ingresso in un settore innovativo come quello della “chimica verde”.

La strategia ha consentito di muoversi per tempo e avvalersi di partner di profilo internazionale, e nel giugno del 2011 ha costituito la joint venture Matrìca insieme a Novamont, leader mondiale nel mercato delle plastiche biodegradabili, allo scopo di realizzare a Porto Torres il più grande polo di chimica verde al mondo per la produzione di prodotti chimici (bio-intermedi, bio-lubrificanti, bio-additivi e bio-plastiche) partendo da materie prime di origine vegetale e sfruttando le peculiarità di queste per creare delle sinergie con alcune delle catene produttive di chimica tradizionale.
Il progetto è già avviato da tempo: nel sito è operativo da un anno il centro di ricerca che si avvarrà di personale e di impianti pilota dedicati, ed è in corso la costruzione degli impianti della Fase 1 che entreranno in produzione alla fine del 2013.
L’iniziativa ha inoltre consentito a Versalis di valorizzare, con la riconversione, le risorse già disponibili di un sito industriale non più competitivo.
Il piano quadriennale dei nostri investimenti ammonta complessivamente a circa 2 miliardi di euro. In aggiunta, solo per il progetto Matrìca, la società ha investito 500 milioni di euro.

Nel campo della produzione degli elastomeri, le gomme sintetiche, siete leader mondiali. A luglio 2012 avete firmato, anche insieme a Novamont, un protocollo di intesa con la società biotech americana Genomatica per la produzione di bio-butadiene.  Con quale obiettivo?
Il settore degli elastomeri è strategico per Versalis. Il nostro piano investimenti include progetti di potenziamento delle linee produttive esistenti, di ricerca, di valorizzazione delle tecnologie proprietarie per far fronte ad un mercato che nei prossimi anni si prevede non solo in espansione ma che imporrà anche particolari caratteristiche dei prodotti derivati.  Contestualmente, abbiamo investito in innovazione e grandi progetti in ambito green, cercando anche di anticipare il mercato con prodotti altamente innovativi che arricchiranno la già considerevole gamma commerciale e  renderanno la nostra azienda più competitiva a livello internazionale.

Il butadiene è la materia prima utilizzata per produrre gomma (pneumatici per auto, settore elettrodomestici, settore calzaturiero, modificanti per materie plastiche e bitumi, additivi per oli lubrificanti, tubi, componenti per l’edilizia, lattice, ecc.). Versalis si pone l’obiettivo di essere la prima società chimica a produrre su scala industriale butadiene da fonti rinnovabili, con notevoli vantaggi competitivi e minor impatto ambientale. Da qui la partnership con Genomatica.

A inizio febbraio abbiamo anche firmato un accordo con Yulex, azienda americana produttrice di biomateriali a base agricola, per la produzione di gomma naturale da guayule destinata ad applicazioni di largo consumo, medicali e industriali, e per la realizzazione di un complesso produttivo industriale nel Sud Europa. L’accordo rappresenta una opportunità supplementare di business e ci permette di proporre al mercato un’offerta commerciale diversificata che rafforzerà la nostra capacità competitiva a livello globale. Tutto ciò solo in ambito esclusivo di produzioni da fonti rinnovabili.

Senta ma il futuro della chimica è davvero legato all’impiego delle risorse biologiche?
La bioeconomia europea stabilisce di basarsi sull’impiego di risorse rinnovabili facendo leva sulla ricerca e l’innovazione. Nell’industria chimica, la matrice biologica rappresenta una porzione importante ma complementare a quella tradizionale, non opposta, sostitutiva o, peggio ancora, migliore. Già fare la distinzione tra l’una e l’altra chimica non è propriamente corretto. Dobbiamo tenere presente, inoltre, che non potremmo certamente contare su volumi di disponibilità di risorse rinnovabili tali da soddisfare a pieno il fabbisogno necessario alla vita dell’industria chimica, per non parlare delle applicazioni attualmente possibili solo grazie alla produzione da fossile.
Sicuramente possiamo auspicare un uso razionale delle risorse rinnovabili da impiegare soprattutto nella produzione di energia necessaria all’attività industriale e come feedstock per alcune catene produttive.
Per il resto, l’esistenza della chimica tradizionale è da considerarsi persino vitale per la chimica che impiega risorse rinnovabili. In altre parole la chimica da fossile e la chimica da fonti rinnovabili sono complementari.

Alla luce della vostra esperienza a Porto Torres con Matrìca, ci aiuti a definire un nuovo concetto di politica industriale per il Terzo millennio.
È necessaria una nuova politica industriale che parta dall’industria. Non è un concetto banale. Siamo un paese con poche risorse naturali e per questo soggetto ad importarle con costi che hanno ricadute pesanti sul consumatore, ma anche sulle aziende stesse che producono. Un modello di politica industriale lungimirante e all’avanguardia è fondamentale in quanto un paese che perde l’industria non ha più economia e perde la curva di esperienza che consente di mantenere la progressione nella crescita, anche di quella culturale e sociale.
L’Italia vanta dei primati rivoluzionari nella storia della sua industria, e tra questi vi è l’industria chimica. Certo, dato lo scenario globale, dobbiamo ripensare all’industria in termini di dimensioni, di competitività, di integrazione e valorizzazione del territorio, puntando su innovazione e formazione, con l’occhio a quelli che sono i cosiddetti megatrend a livello mondiale. La filosofia corretta è quella dell’agire local pensando global, tenendo costantemente presenti i principi fondanti della sostenibilità economica, ambientale e sociale.