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Foto Daniele Ferrari, Ceo V

di Mario Bonaccorso (www.ilbioeconomista.com)

Dottor Ferrari, iniziamo dai dati allarmanti sulla produzione industriale: secondo l'Istat il 2012 ha fatto registrare un calo annuo del 6,7%, il peggior risultato dal 1990. Dalle analisi di settore emerge che le diminuzioni più consistenti sono quelle riguardanti la fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche e di altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi, con un calo del 16,8%. Come se ne esce?
Certamente i dati dell’indagine Istat non sono incoraggianti e la produzione industriale non è purtroppo l’unico settore a risentire di una situazione economica di stallo, che interessa tutta l’Europa. In particolare, l’industria petrolchimica europea, che produce derivati come la gomma e le materie plastiche oltre ad altri prodotti essenziali, tra le “commodities” è considerata un’industria “matura”. Il settore, infatti, oggi si trova a dover fronteggiare uno scenario di mercato legato agli elevati costi energetici, agli effetti della crisi del debito, al calo dei consumi e, soprattutto, alla concorrenza (feedstock) proveniente in particolare dal Medio Oriente e dall’Asia e all’aggressivo confronto con player internazionali che si sviluppano in contesti di crescita.

L’industria chimica europea, tuttavia, continua a mantenere una leadership mondiale in termini di tecnologie proprietarie, forza lavoro altamente specializzata, ma anche di produzione.

Per quanto riguarda l’Italia, il nostro paese è tra i primi produttori dopo Germania e Francia, nonostante al calo della produzione industriale e dei consumi si sommino anche deficit strutturali.

I nostri dati previsionali ci fanno sperare in una ripresa che non sarà certo immediata ma si avvierà nel corso del 2013 con il rafforzamento della domanda mondiale. Questo consentirà all’Europa di migliorare nell’export, anche se verso i mercati più lontani, e quindi di apprezzare quantomeno una stabilizzazione.

L’Italia dovrà affermarsi sui mercati esteri con le proprie esportazioni e dovrà cogliere tutte le opportunità possibili soprattutto quelle provenienti dal Far East in modo da poter mantenere le produzioni domestiche a livelli sostenibili per arrestare il calo evidenziato dall’Istat.

In questo contesto, ci sentiamo di  azzardare un po’ di ottimismo e di fiducia: è necessario riconoscere i cambiamenti che il mondo sta attraversando e indirizzare l’industria, laddove può vantare leadership e valore per il paese, su nuove strategie, innovazione, prodotti ad alto valore aggiunto ed efficienza. Versalis ed Eni possono contribuire alla ripresa.

La Commissione europea ha chiaramente individuato nella bioeconomia l'area su cui puntare con forza per conciliare proprio la crescita economica, la creazione di nuova occupazione e la sostenibilità ambientale. In Italia, però, a differenza di altri paesi, il tema della bioeconomia non sembra essere nell'agenda politica. Non è che rischiamo di perdere l'ennesimo treno?
L’Italia a volte difetta in tempestività, ma va tenuto presente che la bioeconomia si sostiene su parametri che sono estremamente variabili e legati al territorio (si parla di piani regionali) di riferimento e che per questi motivi vanno definiti ad hoc per ciascuno dei settori interessati, siano essi la produzione di energia, l’agricoltura, l’industria chimica, l’alimentazione, la biotecnologia, in stretta considerazione dei dati che definiscono l’analisi dell’intero ciclo produttivo.
Il nostro paese sta aggiornando il proprio piano energetico per traguardare obiettivi rilevanti nell'energy saving, nei biofuel e nella chimica, quest’ultimo tra i comparti di punta nella definizione di “bioeconomia”. Numerose sono le iniziative generate in questi ultimi anni, grandi e piccole, ma sono essenzialmente iniziative promosse dal settore privato. Le aziende, per ovvie esigenze di mercato (sostenibilità economica, istanze di un consumatore sempre più esigente e informato, concorrenza), devono accelerare i tempi, per la propria sopravvivenza stessa ma anche per uno sviluppo che, nel privato, è, di necessità, una variabile costante. Tuttavia, anche a livello normativo, l’Italia sta cominciando a dare segnali di interesse.

Qualche esempio?
Pensiamo a quanto è stato fatto in materia di biocarburanti e la strada, ancora breve, percorsa finora verso i target di miscelazione imposti dalla Direttiva europea.
Ma soprattutto, pensiamo a quanto si sta facendo nell’ambito della “chimica verde”: a maggio 2011 è stato sottoscritto il Protocollo di Intesa per la chimica verde a Porto Torres tra governo, le istituzioni sarde, Novamont ed Eni (con le sue controllate Versalis, Syndial, Enipower), attraverso il quale si è dato avvio a un grande progetto di riqualificazione del sito industriale con l’opportunità di impiantarvi un sistema produttivo altamente innovativo e fortemente integrato con il territorio.   
Il riconoscimento delle istituzioni del valore del comparto di cui ci stiamo occupando come azienda ha favorito la nascita di un Cluster Tecnologico Nazionale della chimica verde il quale, essendo ad elevato contenuto innovativo, è identificato come uno tra i settori (sono 9 in tutto) “propulsori della crescita economica sostenibile del territorio e dell’intero sistema economico nazionale.”
Versalis (Eni), insieme ad altre aziende attive nel settore green come Novamont e Chemtex, è alla guida del Cluster, che ad oggi conta più di 100 partner.
È, inoltre, attivo un programma interministeriale con partecipazione di tutti gli stakeholder che a breve definirà una posizione italiana sull'intera bioeconomy. Il punto più rilevante in discussione riguarda la certificazione di sostenibilità dei processi produttivi.

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