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Catia Bastioli

Di Mario Bonaccorso*

"La bioeconomia parte dalle aree locali e deve agire in sinergia con la biodiversità e gli ecosistemi. Il caso Italia è in questo ambito un esempio dimostrativo d'avanguardia". Ne è convinta Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont, l'azienda di Novara leader mondiale nel settore dei prodotti biodegradabili, grazie all'impiego di materie prime vegetali e fonti rinnovabili a basso impatto ambientale. In questa lunga intervista rilasciataci in esclusiva, l'imprenditrice di origine umbra, insignita tra le altre cose nel 2007 del premio inventore europeo dell'anno per i brevetti che hanno portato alla nascita del Mater bi, la bioplastica commercializzata da Novamont,  parla di bioeconomia e di economia verde, del nascente cluster della chimica verde, ma soprattutto ci consegna una visione e una strategia.  "Abbiamo bisogno - ci dice Bastioli - di incoraggiare la creazione di una bioeconomia basata sulle applicazioni all'avanguardia che rispettano standard rigorosi e che possono contribuire ad abbassare la pressione sulle limitate risorse del pianeta".
 

L'INTERVISTA

Lo scorso febbraio la Commissione europea ha lanciato la propria strategia sulla bioeconomia, chiamando all'azione i paesi europei. Germania, Danimarca, Olanda e altri hanno già un proprio piano nazionale per la bioeconomia. Altri ancora, come la Francia, lo stanno realizzando. In Italia non sembra all'ordine del giorno. Come giudica la risposta del nostro paese a questo proposito?
"Non c'è dubbio che l'Italia trarrebbe vantaggio da una strategia dedicata alla bioeconomia. Abbiamo visto alcuni sviluppi molto positivi di recente, che puntano nella direzione giusta, come la creazione di un cluster della Chimica verde - che coinvolge mondo della ricerca pubblica e privata e delle associazioni sulle tematiche della trasformazione delle risorse rinnovabili in prodotti ad alto valore aggiunto e che avrà un ruolo fondamentale nella razionalizzazione coerente delle strategie di specializzazione intelligente - e il lancio degli Stati Generali della Green Economy da parte del ministro dell'Ambiente, con l'obiettivo di stimolare la crescita verde in tutto il paese. Altre azioni importanti sono state avviate dal ministero dello Sviluppo economico tramite la firma di un Protocollo d'intesa per sostenere le attività sviluppate a Porto Torres da Matrìca (joint venture 50 e 50 tra Novamont ed Eni-Versalis). In questo contesto, la pubblicazione da parte dell'Unione europea nel febbraio dello scorso anno di una strategia dedicata è stato un forte segnale agli stati membri non ancora attivi sulla bioeconomia. E ci auguriamo che anche attraverso l'aiuto del cluster della Chimica verde anche in Italia si possa lavorare per presentare un piano nazionale. Ovviamente lo scopo non è solo di avere una strategia fine a se stessa, che è in qualche modo il passo più semplice, ma che questa venga implementata e che vi sia una cooperazione trasversale tra tutti i ministeri chiave coinvolti. Germania e Paesi Bassi hanno dimostrato che le strategie nazionali possono essere estremamente importanti nel favorire a livello locale lo sviluppo di prodotti a valore aggiunto e sono sicura che l'Italia potrebbe prendere qualche spunto utile da queste buone pratiche".

Quali punti fondamentali dovrebbe contenere secondo lei il Piano italiano per la bioeconomia?
"La terra è una risorsa limitata, ed è essenziale che i settori trainanti ad alto potenziale e che possono meglio sfruttare la biodiversità locale siano considerati come una priorità fondamentale all'interno del dibattito più ampio sulla bioeconomia in corso in Europa e in Italia. Il punto di partenza per lo sviluppo di una strategia nazionale dovrebbe essere una base solida fornita da casi di studio dimostrativi, che abbiano dato prova di essere vitali e sostenibili. Tali casi di studio dovrebbero essere considerati come un modello da cui sviluppare politiche in sinergia con le aree locali e le loro specificità. Sarebbe importante che la strategia italiana sulla bioeconomia si concentrasse su prodotti a valore aggiunto e sull'impiego a cascata della biomassa. Una buona fonte di ispirazione potrebbe essere la strategia in atto nei Paesi Bassi, dove la chimica verde è un elemento guida centrale per far crescere la bioeconomia locale. Altri elementi chiave da tenere in considerazione sono da un lato le misure di mercato volte a incentivare l'acquisto di prodotti verdi nella pubblica amministrazione, dall'altro un sistema di standard a cui conformarsi e di etichettature. Ciò consentirebbe all'Italia di avere una strategia globale in grado di coprire tutta la filiera dal settore agricolo alla diffusione nel mercato, tenendo in considerazione le diverse condizioni agro-economiche e il potenziale della bioeconomia di ogni regione. Abbiamo bisogno di incoraggiare la creazione di una bioeconomia basata non sulle sovvenzioni ma sulle applicazioni all'avanguardia che rispettano standard rigorosi e che possono contribuire ad abbassare la pressione sulle limitate risorse del pianeta".

C'è una misura particolare che si sente di suggerire anche alla Commissione europea?
"Il cambiamento di paradigma che porta a una società post-petrolifera con un uso efficiente delle risorse non può essere spinto dalla scienza o dalla tecnologia. Ha bisogno di essere guidato dal mercato, nel rispetto sempre di una sostenibilità ambientale e sociale. Le nuove conoscenze e innovazioni sono essenziali, ma da sole non faranno conquistare all'Europa nuovi mercati, non daranno nuovi posti di lavoro di elevata qualità nelle zone rurali, non assicureranno crescita e prosperità. Senza un mercato, nessun nuovo prodotto o processo può sopravvivere. Politiche che intervengano sul lato della domanda sono fondamentali per sostenere  l'introduzione di bioprodotti. E l'implementazione delle raccomandazioni fornite dal gruppo di esperti sui prodotti a base biologica della Lead Market Initiative (l'iniziativa "Mercati guida" promossa dalla Commissione Europa per stimolare la crescita di aree di mercato di prodotti e servizi innovativi e con un elevato potenziale di espansione, ndr) dovrebbe essere una priorità. Un segnale positivo in questa direzione è stata la recente comunicazione sull'aggiornamento della politica industriale per l'Europa, dove si può constatare come i prodotti da fonte rinnovabile sono considerati una priorità assoluta, ma molto resta da fare.
Un altro elemento chiave a livello dell'Ue sarebbe l'integrazione dell'impiego a cascata della biomassa nella legislazione pertinente, con l'obiettivo di sfruttare il potenziale di applicazioni ad alto valore aggiunto . Un uso saggio delle risorse rinnovabili è fondamentale e abbiamo bisogno di creare una cornice legislativa che favorisca l'allocazione delle risorse rinnovabili laddove si crea maggior valore per l'intero sistema". 

Novamont è uno dei principali attori della bioeconomia in Italia, e un modello - sotto diversi punti di vista - anche a livello europeo. Ci aiuti a comprendere come è nata l'intuizione di Novamont e che cosa fa oggi esattamente Novamont in Italia?
"Novamont è stata fondata nel 1989 come centro di ricerca, incubazione, innovazione, ricerca e sviluppo nel campo delle bioplastiche. Siamo stati pionieri, partendo da zero, nella creazione di un mercato per le bioplastiche e abbiamo trasformato un centro di ricerca in un business fiorente e redditizio. Oggi la nostra impresa è riconosciuta come leader di mercato a livello mondiale nel campo dei materiali biodegradabili. Passione e dedizione ci hanno permesso di sviluppare tecnologie d'avanguardia e materiali a basso impatto ambientale e con alti benefici per la società. Novamont ha sempre messo un forte accento sul ruolo chiave delle bioraffinerie integrate nel territorio. L'obiettivo è quello di agire in sinergia con la biodiversità locale e con gli ecosistemi, attraverso una forte cooperazione e l'interazione con tutti gli attori della catena del valore, come gli agricoltori, le autorità locali, i centri di ricerca e sviluppo e la società. Oggi Novamont in Italia è impegnata in due progetti importanti di riconversione. La logica che ne sta alla base è di agire in aree in cui gli stabilimenti industriali non sono più attivi e le risorse umane, spesso con grandi competenze e know-how sviluppato, non vengono valorizzate, convertendo quegli impianti in bioraffinerie in cui l'innovazione e gli investimenti possono spingere una nuova crescita locale. La bioeconomia diventa quindi un potente strumento per consentire alle regioni di tornare a essere competitive. Ad Adria, in Veneto, stiamo convertendo un impianto in una bioraffineria che è la prima del suo genere per la produzione in partnership con Genomatica di bio-BDO (butandiolo), un intermedio chimico sinora ottenuto solo da fonti fossili, caratterizzato da una vasta gamma di applicazioni che vanno dai tessuti elasticizzati ai dispositivi elettronici, alle plastiche per la componentistica dell'auto. A Porto Torres, in Sardegna, attraverso Matrìca stiamo lavorando insieme ad Eni Versalis e investendo 500 milioni di euro per la conversione di un grande sito petrolchimico in una bioraffineria di terza generazione, con una catena di distribuzione integrata e locale in stretta collaborazione con agricoltori e centri di ricerca e università locali".

Quanto è importante la relazione tra imprese e mondo accademico per favorire lo sviluppo della bioeconomia in Italia?
"Forti relazioni tra industria e scienza svolgono un ruolo sempre più importante nel determinare le scelte economiche di investimento pubblico e privato in Ricerca e sviluppo, così come la capacità attrattiva di un paese per il capitale di rischio e per i professionisti altamente qualificati e mobili. Il partenariato pubblico-privato e la cooperazione sono quindi due elementi chiave in questo senso, in quanto consentono una fecondazione incrociata e uno scambio delle pratiche migliori. Comunque quando si parla della bioeconomia e di come promuovere il suo potenziale, è importante considerare che l'interazione con la R&S e le università rappresenta un elemento chiave, ma che deve essere completato con l'interazione con le autorità pubbliche, gli agricoltori, le società di gestione dei rifiuti, gli utilizzatori finali  e la società civile. Solo con questa visione sistemica in mente possiamo mirare a costruire una bioeconomia lungimirante per noi e per le generazioni future.

In questo contesto che ruolo è chiamato a giocare il nascente cluster della Chimica verde?
"Il cluster tecnologico nazionale della Chimica verde, in linea con i più recenti orientamenti dell'Unione europea, ha l'obiettivo specifico di favorire lo sviluppo di bioindustrie in Italia attraverso un approccio olistico per l'innovazione, al fine di rilanciare il settore nazionale della chimica tramite la sostenibilità ambientale, sociale ed economica. A tal fine, la nuova piattaforma intende agire come una sorta di hub non solo per gli attori italiani che già perseguono una strategia in questo senso, ma anche per altri attori che desiderano partecipare per la prima volta, garantendo la coerenza tra programmi regionali, nazionali ed europei. Il cluster è quindi concepito come uno strumento essenziale per contribuire a definire una strategia italiana sulla bioeconomia e a diffonderla a livello europeo. Orienterà gli sforzi di innovazione dei diversi attori verso obiettivi comuni, al fine di massimizzare gli effetti positivi a livello nazionale e di potenziare  gli investimenti in corso.

In conclusione, alla luce della vostra esperienza ad Adria e a Porto Torres di cui ci ha parlato, ci aiuti a definire un nuovo concetto di politica industriale per il Terzo millennio...
"Se si desidera attivare una reale rivoluzione dal punto di vista della politica industriale, dobbiamo cambiare radicalmente il nostro approccio.  Abbiamo bisogno di una rivoluzione culturale e di lavorare in sinergia affinché le nostre economie lavorino per  una crescita equa che consenta alle persone di vivere in modo sostenibile. Si tratta di un cambiamento strutturale e comportamentale che abbiamo bisogno di instillare nella società, se davvero vogliamo preservare il nostro pianeta per un futuro migliore più sostenibile. Ritengo che la frase del nostro passato presidente Umberto Colombo (scienziato e tecnologo, ex presidente di Novamont, è stato anche ministro dell'Università e della Ricerca nel governo Ciampi, ndr) sia ancora attuale e guida per lo sviluppo: 'La sfida del nostro millennio sta nel divario tra i mezzi di cui l'umanità dispone e la saggezza con cui sapremo utilizzarli'".

*(www.ilbioeconomista.com)

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