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Innovazione
Innovazione, Deloitte: "Italia sempre più digitale ma servono investimenti"
«Il 69,2% dei cittadini italiani usa regolarmente internet. Solo dieci anni fa, gli utenti abituali del mondo digitale erano appena il 43,9%. Lo conferma l'Istat nel rapporto Bes. E proprio sulla crescita ed i cambiamenti nella digitalizzazione del Paese avevamo acceso i riflettori con il nostro studio presentato nel corso dell’Innovation Summit, l’evento organizzato ogni anno da Deloitte in cui indichiamo trend e novità del mondo dell’Innovazione», inizia così Andrea Poggi, Innovation Leader di Deloitte North and South Europe, il suo intervento sul sito istituzionale di Deloitte con cui commenta la rielaborazione di Deloitte dei dati Istat sul rapporto Bes 2021.

«Dietro al dato medio della grande crescita della digitalizzazione, però, si nasconde ancora un digital divide importante e multidimensionale: le donne sono meno propense al digitale degli uomini, gli anziani continuano ad avere meno familiarità con la tecnologia e il Sud rimane pesantemente penalizzato». Secondo Istat, infatti, il gap tra Nord e Mezzogiorno si è allargato invece di chiudersi: nel 2020 è di 10 punti percentuali, 3 in più rispetto al 2010. «Ad alimentare queste disparità c’è il nodo infrastrutture: un fronte strategico su cui bisogna intervenire al più presto. Non a caso, il nuovo ministro per il Digitale, Vittorio Colao, ha da poco annunciato l’obiettivo di garantire internet ultra veloce a tutte le famiglie e a tutte le imprese entro il 2026», spiega Poggi.
 
«Muoverci rapidamente in questa direzione è necessario, perché il digital divide sta già penalizzando molti cittadini e molte aziende, se è vero -come si legge nel rapporto Bes-  che nel 2020 un terzo delle famiglie italiane non dispone di computer e accesso a Internet da casa. Questa situazione rischia di creare un’emergenza educativa per i milioni di giovani in didattica a distanza», commenta l’Innovation Leader di Deloitte. «Bassi livelli di istruzione e dispersione scolastica sono fenomeni da controllare con attenzione, anche perché la capacità di innovare, essere creativi e di competere con gli altri Paesi su questi fronti è assolutamente correlata al livello generale di istruzione della popolazione e alla quantità di investimenti in istruzione e ricerca», commenta Poggi.
 «L’Italia, però, ha anche un enorme potenziale di crescita: come ha detto il presidente del Consiglio Draghi, siamo una potenza culturale. Abbiamo una sensibilità ed una tradizione umanistica alle spalle senza pari: questo patrimonio culturale può guidarci per creare un modello di innovazione più sostenibile, in quanto antropocentrico, in cui scienza e tecnologia siano contaminate dalle discipline umanistiche e dal rispetto dei bisogni dell’uomo e portino a quello che mi piace definire come un nuovo umanesimo digitale. Un’innovazione così definita, che ponga al centro l’uomo e la sostenibilità, inclusa quella sociale, potrà sicuramente essere un ottimo alleato per arginare il preoccupante digital divide che la pandemia ha accelerato», spiega l’Innovation Leader.

«Gli ultimi dati del rapporto Bes sono incoraggianti, in questo senso», dice Poggi. E infatti l’Istat stima che nel triennio 2016-2018 l’indicatore che misura l’innovazione sia cresciuto di 7 punti percentuali, arrivando ad attestarsi al 55,7%, con guadagni significativi anche al Sud e per le piccole imprese. «Mentre alcune imprese, però, sono riuscite ad innovare e a reggere l’urto della pandemia, molte si sono trovate impreparate: secondo l’Istat nel 2020 poco più di un’impresa italiana su dieci vende via web a consumatori finali (11,5%). Confidiamo, tuttavia, che la lezione del Covid-19 non sia stata vana: l’esperienza della pandemia ha dimostrato in maniera incontrovertibile che digitalizzarsi è diventato un imperativo e questa è una priorità ben chiara anche all’Europa. Infatti, secondo le linee guida della Commissione Europea sull’utilizzo del Next Generation EU, almeno il 20 per cento dei fondi dovrà essere dedicato alla transizione digitale. E aiutare le imprese a gestire la transizione verso modelli di business che coniughino innovazione antropocentrica e sostenibilità è proprio quello che facciamo come Deloitte», conclude Poggi.
 
 
 
 
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