Il ministro Pichetto Fratin a La Piazza 2026
Accise, Hormuz, extraprofitti, nucleare e clima. C’è tutta l’agenda energetica del Paese nel colloquio tra il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin e Francesco Giorgino, sul palco della nona edizione de La Piazza, la kermesse di Affaritaliani a Ceglie Messapica.
Il primo tema è quello che pesa direttamente sulle tasche degli italiani: il taglio delle accise sui carburanti, rinnovato ancora una volta all’ultimo giorno utile. Giorgino chiede al ministro di spiegare il meccanismo con cui il governo finanzia la misura. La risposta è tecnica ma chiara: «L’aumento dei prezzi si porta dietro la percentuale dell’Iva: automaticamente aumenta il guadagno dello Stato». È quel gettito aggiuntivo, insieme alla ricerca di altre entrate, a coprire il taglio. Una ricerca, ammette Pichetto, «che diventa sempre più difficile», perché «questo provvedimento generalizzato doveva durare pochi giorni, poche settimane: l’operazione nel Golfo Persico doveva finire e Hormuz doveva riaprirsi a giorni. Invece sta durando da mesi e sta diventando qualcosa di molto pesante».
Giorgino incalza: per questi provvedimenti reiterati il governo avrebbe speso ormai più di due miliardi di euro; perché non un intervento strutturale, come chiede l’opposizione? Il ministro non si sottrae e ricostruisce l’altalena dei prezzi: «Subito dopo l’avvio delle azioni nel Golfo Persico il gas arrivò a 62 euro e il petrolio superò i 100 dollari al barile. Un mese dopo c’è stato quasi un crollo: il gas a 42-43 euro, il petrolio sceso verso i 60. Questo ha dato sempre la speranza di un superamento del momento». Poi l’ammissione: «A posteriori è molto facile dire che dovevamo renderlo strutturale. Renderlo strutturale significa trovare dei meccanismi che, dopo il 5 settembre, intendiamo attuare, con criteri di selezione».
Hormuz e i nuovi modelli di guerra
Sullo Stretto di Hormuz, conteso tra le dichiarazioni di Trump («abbiamo il controllo dello stretto») e quelle di segno opposto di Teheran, il ministro non rivendica canali privilegiati: «Abbiamo le stesse informazioni. Questa guerra ha fatto emergere quella che è una grande forza dell’Iran: perché si prepara da cinquant’anni, perché è un Paese enorme, che ha popolo, cultura, una storia anche indoeuropea. Così come è successo per l’Ucraina: qualcosa che doveva durare tre giorni ha fatto sì che l’Ucraina abbia oggi il più grande esercito d’Europa, il meglio attrezzato. Le guerre degli ultimi anni, a partire dall’Ucraina, hanno rivoluzionato i modelli di guerra». Un intreccio ormai sistemico, osserva Giorgino, tra geopolitica e geoeconomia — tema che tornerà sullo stesso palco con il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Extraprofitti: “Non esistono. Al limite esistono i cartelli, e quelli vanno colpiti”
È sul capitolo extraprofitti che Pichetto, ministro di Forza Italia, marca la linea politica, dopo una battaglia interna alla maggioranza che ha visto soccombere la posizione di Matteo Salvini, favorevole alla tassazione come una parte dell’opposizione. «Se ci sono dei trust, se c’è una posizione dominante, ci sono delle Authority che devono controllare, verificare, colpire. Ma la valutazione per cui quando uno produce e guadagna automaticamente è un extraprofitto non è condivisibile in un Paese di mercato liberale: rischiamo di scoraggiare davvero ogni investimento nel nostro Paese».
La credibilità, argomenta, si misura sui mercati: «La dimostrazione sono i dati dello spread, che viaggia sugli 80-90 punti rispetto ai 220 di quattro anni fa. Da membro del governo dico che è stato il fatto di aver garantito: la garanzia è la durata, ma anche la serietà. Perché diventa difficile affidarsi a un Paese che da un giorno all’altro decide di cambiarti le regole». Il che non significa immobilismo: «Con il decreto Energia, di cui ho la paternità perché ho la delega, abbiamo fatto un primo intervento sull’Irap delle società energetiche: quindi intervenire si può».
E alla domanda tecnica di come si distinguano i profitti dagli extraprofitti, la risposta è netta: «Non esiste. Esiste al limite un cartello di oligopolisti che si accordano sul prezzo: in quel caso va colpito. L’economia di mercato ha come primo elemento proprio colpire questi modelli».
Dipendenza energetica e prezzo dell’elettricità: “Un meccanismo perverso da sterilizzare”
Quanto è ancora dipendente l’Italia sul fronte energetico? «Siamo ancora molto dipendenti», riconosce il ministro. «È vero che nel 2025 le fonti rinnovabili hanno superato la produzione del termoelettrico, se prendiamo la parte elettrica. Ma se prendiamo complessivamente il sistema energetico dipendiamo dall’estero per tutto: petrolio e gas li dobbiamo importare». Sull’elettrico, la svolta c’è stata: «Dal 2025 con le rinnovabili — geotermico, idroelettrico, fotovoltaico ed eolico — abbiamo superato il termoelettrico. Eolico e fotovoltaico stanno in piedi da soli, senza dover essere incentivati: l’unica forma di incentivo è la garanzia di prezzo».
Il problema, spiega, sta nel meccanismo europeo di formazione del prezzo: «Il prezzo dell’energia è dato dal peggior impianto, nella peggior ora — nel peggior quarto d’ora — del giorno prima. Significa che è sempre un termoelettrico a fare il prezzo per l’Italia, per oltre il 70% delle ore». La via d’uscita indicata dal ministro è tecnica: «Dobbiamo arrivare a contratti diretti, anche attraverso le piattaforme, tra la produzione da rinnovabili e il consumo. Bisogna sterilizzare un meccanismo perverso che fa sì che il prezzo dei 120 miliardi di kilowattora del termoelettrico venga applicato su tutti i 310. Su questo c’è una trattativa aperta con l’Unione europea».
La Puglia, le rinnovabili e i data center
Un passaggio è dedicato al territorio che ospita la kermesse: «La Puglia sta giocando un ruolo importante: è un territorio che ha risposto molto bene, che ha programmato con la legge regionale sulle aree idonee. Può avere un grande sviluppo nella produzione di energia da fonte rinnovabile ed essere un crocevia importante per il consumo».
Il riferimento è anche ai data center: «Hanno l’epicentro in Lombardia e nella Pianura Padana, ed è naturale, perché lì c’è la base manifatturiera più rilevante d’Italia e la più importante d’Europa. Ma poi si scende lungo il corridoio, e Bari è l’incrocio dei collegamenti che vanno dall’Ovest dell’Europa, dall’Inghilterra, fino all’India». I data center, però, «sono energivori e hanno bisogno di continuità energetica, non di un’energia che ha l’intermittenza dell’eolico e del fotovoltaico. Si tratta di creare la giusta combinazione: noi abbiamo bisogno di mantenere la stabilità della rete, e in questo momento è ancora il termoelettrico, con la sua produzione stabile, a garantirla. Sopra, naturalmente, dobbiamo aggiungere le rinnovabili».
Nucleare: “Non prima della prima metà del prossimo decennio”
Tra il 14 e il 16 settembre il Parlamento è chiamato al voto definitivo sulla legge delega per il nucleare sostenibile, il provvedimento che porta il nome del ministro. Sui tempi, Pichetto sceglie la prudenza: «Con onestà, la mia è una previsione: non prima della prima metà del prossimo decennio. Dopo la legge delega faremo i decreti legislativi sulla regolamentazione: le procedure, la trasparenza, la sicurezza, l’agenzia, i depositi. Non si possono lanciare proclami: i tempi devono essere rispettati». L’orizzonte, dunque, è il 2034-2035.
Quanto ai vantaggi per l’Italia, il ragionamento è tutto sui numeri: «Se riusciamo a portarci al livello della Spagna — cioè dal 10 al 20% della nostra energia elettrica da nucleare — abbiamo una produzione di energia pulita e, soprattutto, programmabile. Ricordiamoci una cosa: oggi consumiamo circa 310 miliardi di kilowattora. Con l’aumento del fabbisogno — la climatizzazione dei fabbricati, che ci ha portato al record di consumo proprio in questo mese, i data center, l’elettrificazione dell’industria — tutte le stime ci danno al 2040 almeno 100-150 miliardi di kilowattora in più. Già oggi dobbiamo importare dall’estero, principalmente dalla Francia, 40-50 miliardi di kilowattora, di fatto nucleare. Come pensiamo di rispondere? La discriminante tra ricchi e poveri starà lì: tra chi avrà la disponibilità di energia programmabile e chi non ce l’ha».
Clima: mitigazione, adattamento e la difesa delle Cop
L’estate 2026 si avvia a essere archiviata come la più calda di sempre per l’Italia, e Giorgino chiede cosa stia facendo concretamente il governo sul cambiamento climatico. «Da un lato l’aumento delle rinnovabili significa una riduzione e una compensazione delle emissioni: è la mitigazione», risponde il ministro. «Dall’altro ci sono le azioni sul territorio: con il PNRR finanziamo la piantumazione di quattro milioni di alberi e tutta una serie di interventi di sviluppo del verde. E poi c’è l’adattamento, perché dobbiamo adattare i territori a fenomeni ai quali non eravamo abituati. Piove nella stessa quantità, ma in modo diverso: si alternano siccità e piogge violente. Dobbiamo raccogliere l’acqua quando ne arriva troppa e rilasciarla quando c’è siccità. Pensiamo alle piogge da 200-300 millimetri in poche ore: ogni millimetro corrisponde a una bottiglia da un litro d’acqua per metro quadro».
Infine, la cooperazione internazionale, dopo la seconda uscita di Trump dagli accordi di Parigi. Ha ancora senso? «Sì, ancora sì», risponde Pichetto. «Ho visto Belém, l’ultima Cop, in Brasile: dopo la dichiarazione di Trump molti dicevano che senza gli Stati Uniti era inutile. Ma già nel 2017 Trump era uscito. E hanno partecipato i Paesi arabi, quelli che alla Cop di Dubai per primi parlarono del petrolio dicendo: non lo dobbiamo bruciare, lo dobbiamo tenere per fare la plastica per i prossimi trenta, quarant’anni. È un modo forse più difficile, ma è creare le condizioni di uno sforzo comune. E uno sforzo enorme è l’impegno finanziario dei Paesi volenterosi in aiuto dei Paesi in maggiore difficoltà a causa del cambiamento climatico: pensiamo alle isole che vengono praticamente sommerse dagli oceani».
A chi definisce le Cop una perdita di tempo, nell’era del superamento del multilateralismo, il ministro replica difendendone il formato, pur con una concessione: «È un grande sistema che dura quindici giorni: forse ci vorrebbe qualcosa di più sobrio. È un momento di convegnistica a livello mondiale, di incrocio di culture e anche di passioni. Ma è uno dei pochi momenti in cui si incontrano 195 Paesi: rispetto al G7 o al G20, è il momento di incontro dei governi mondiali. Gli Stati Uniti come governo non c’erano, ma i rappresentanti degli Stati americani c’erano comunque».


