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Serie A, i conti scricchiolano: 9 club su 20 nelle aree di fragilità o tensione

La Relazione 2026 divide i club in cinque modelli: il 45% rientra nelle aree di fragilità o tensione economica

Serie A, i conti scricchiolano: 9 club su 20 nelle aree di fragilità o tensione
Foto Lapresse

Nove club di Serie A su venti rientrano nei due cluster caratterizzati da fragilità o tensione economica, mentre soltanto quattro presentano un profilo definito “relativamente solido”. La fotografia arriva dalla Relazione 2026 della Commissione indipendente sui conti dello sport professionistico.

EBITDA mediano positivo, ma utile netto in rosso: il costo della rosa assorbe i margini

Nove club di Serie A su venti, pari al 45% del campionato, rientrano nei due cluster che la Commissione indipendente per la verifica dell’equilibrio economico e finanziario delle società sportive professionistiche associa a condizioni di fragilità o tensione economica. Come ricostruisce Calcio e Finanza sulla base della Relazione Annuale 2026, soltanto quattro società, il 20%, presentano invece un profilo economico definito “relativamente solido”.

La simulazione prende in esame tutti i 20 club di Serie A. Per gli indicatori economici utilizza l’ultimo bilancio d’esercizio approvato e disponibile, mentre per quelli patrimoniali e finanziari considera le situazioni intermedie depositate al 31 marzo 2026. La Commissione non associa i cluster ai nomi delle società e precisa che la suddivisione non costituisce una graduatoria di merito. I gruppi servono a individuare modelli economico-finanziari ricorrenti all’interno del campionato.

Il primo cluster comprende quattro club con EBITDA ed EBIT positivi e risultato netto positivo o vicino al pareggio. Per queste società l’equilibrio arriva da ricavi ricorrenti sufficientemente ampi oppure da un’attività di player trading inserita stabilmente nel modello industriale.

Altre due società, il 10%, dipendono in misura più consistente dalle compravendite dei calciatori. Cinque club, pari al 25%, generano ricavi elevati ma vedono una parte significativa dei margini assorbita dal costo della rosa, dagli ammortamenti, dalle svalutazioni e dalla struttura finanziaria.

Gli ultimi due gruppi raccolgono complessivamente nove società. Cinque mostrano una parziale capacità di coprire i costi operativi, ma chiudono con risultati finali negativi per effetto di ammortamenti, oneri finanziari o debolezza patrimoniale. Altre quattro presentano EBITDA negativo, costi operativi superiori ai ricavi e risultato netto in perdita.

Dall’EBITDA positivo alla perdita: cosa succede dopo il costo dei calciatori

I valori mediani aiutano a capire la distanza tra attività operativa e risultato finale. L’EBITDA mediano della Serie A è positivo per 26,7 milioni di euro, ma l’EBIT scende a -14,7 milioni e il risultato netto arriva a -15,2 milioni. Una parte rilevante della differenza deriva dagli investimenti sui calciatori. Gli ammortamenti e le svalutazioni dei diritti alle prestazioni sportive riducono i margini generati dalla gestione operativa.

Il rapporto mediano tra costi operativi e ricavi totali raggiunge il 108,7%. Prima delle plusvalenze e degli altri ricavi generati dal mercato, il break-even strutturale presenta una mediana negativa per 62,1 milioni di euro. Il player trading pesa in mediana per il 20,8% dei ricavi totali e arriva al 34,7% nel terzo quartile. Le cessioni possono quindi sostenere un modello costruito su scouting e valorizzazione, ma diventano più rischiose quando servono stabilmente a coprire perdite o a finanziare costi che i ricavi ordinari non riescono a sostenere.

Il costo della rosa supera i ricavi ricorrenti

Il costo complessivo della rosa, sommando personale, ammortamenti e svalutazioni, vale in mediana 2,35 volte i ricavi ricorrenti prima del player trading. Considerando anche i proventi delle cessioni, il rapporto scende a 1,75 volte.

Gli ammortamenti dei calciatori rappresentano da soli il 21,6% dei ricavi totali. Le operazioni di mercato aiutano quindi a ridurre il peso relativo degli investimenti sportivi, mentre stipendi e ammortamenti restano costi già assunti nei bilanci.

Quattro club con patrimonio netto negativo

La Relazione segnala anche quattro società con patrimonio netto negativo. La mediana della Serie A è positiva per 23,9 milioni di euro, ma la forbice tra i club va da un minimo di -276,5 milioni a un massimo di 291 milioni.

Tra le società con patrimonio positivo, il rapporto debt/equity presenta una mediana di 2,99 volte, quasi tre euro di debito per ogni euro di patrimonio netto. Nei conti analizzati restano inoltre circa 1,4 miliardi di euro di perdite sterilizzate durante la pandemia, rispetto agli 1,5 miliardi originariamente sospesi. La normativa prevede che queste perdite vengano ripianate entro il bilancio 2028.

La Serie A arriva quindi al 2026 con modelli molto differenti tra loro: quattro club rientrano nel cluster economicamente più equilibrato, mentre per una parte consistente del campionato restano determinanti il mercato dei calciatori, il sostegno delle proprietà e il controllo dei costi della rosa.

Sul tema della sostenibilità è intervenuto anche Ezio Maria Simonelli, presidente della Lega Serie A. In audizione al Senato, ha indicato nell’aumento dei ricavi la strada per ridurre l’indebitamento dei club e ha chiesto il ripristino di un regime fiscale agevolato sul modello del Decreto Crescita. Tra le altre richieste della Lega figurano interventi sugli stadi, sulle sponsorizzazioni legate alle scommesse e sulla redistribuzione delle nuove risorse generate dal sistema.

Quasi 2.700 controlli in undici mesi, le maggiori criticità restano in Serie C

La Relazione fotografa anche l’attività di vigilanza sullo sport professionistico. Tra il 1° ottobre 2025 e il 31 agosto 2026 la Commissione ha effettuato 2.688 controlli tra verifiche periodiche e procedure per l’ammissione ai campionati, di cui 2.432 nel calcio e 256 nel basket. Per la stagione 2026/27 non sono emersi motivi ostativi al rilascio delle Licenze Nazionali per le società aventi diritto nei principali campionati professionistici.

Le difficoltà più gravi si concentrano storicamente nelle categorie inferiori. Tra il 1986/87 e il 2025/26 sono state 218 le società non ammesse, rinunciatarie o escluse durante la stagione e 200 casi, il 91,7%, hanno riguardato la Serie C. Un dato che distingue le tensioni economico-finanziarie fotografate oggi in Serie A dalle crisi che negli ultimi quarant’anni hanno portato più frequentemente all’uscita dei club dai campionati.

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