A La Piazza 2026 i direttori Scotti, Giorgino, Chiocci e Mellone raccontano come cambia l’informazione
C’è tutta la parabola dell’informazione italiana, dalla carta ai social, nella tavola rotonda che ha animato la nona edizione de La Piazza, la kermesse di Affaritaliani a Ceglie Messapica. A condurre il confronto è Mimmo Mazza, direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, che rivendica con un sorriso il diritto di aprire i lavori: «Inizio io, che sono il più vecchio di tutti: il 1° novembre 1887 fu pubblicato il primo numero della Gazzetta. L’anno prossimo faremo 140 anni: sono davvero tanti e rappresentano un traguardo che significa ancora qualcosa nel mondo dell’informazione». Accanto a lui, una nutrita rappresentanza della Rai — Francesco Giorgino, Angelo Mellone e il direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci — e il padrone di casa Marco Scotti, direttore di Affaritaliani.
Scotti: «La rivoluzione del primo quotidiano interamente online»
Ed è proprio da Scotti che Mazza parte, chiedendogli come sia cambiata l’informazione online da quando Affaritaliani, pioniere del settore, è diventato uno dei più prestigiosi quotidiani digitali. «Il primo quotidiano interamente online è il nostro, ed è una piccola coccarda di cui ci pregiamo ogni giorno». Trent’anni fa il panorama editoriale era un altro mondo: «Il giornale era cartaceo, si andava in edicola, c’era tutto un rituale, si vendevano centinaia di migliaia di copie al giorno. Chi decise di fondare il nostro giornale online ebbe un’intuizione: quel rumore del modem a 56k, che tutti ricorderanno, era prodromico di una rivoluzione totale. Soprattutto del linguaggio».
Un esempio su tutti: «Pensate a una banalità: l’articolo di giornale, una volta chiuso, è chiuso. Se c’è un errore non si può più intervenire fino al giorno dopo, con un’eventuale rettifica. Noi invece abbiamo la possibilità di far evolvere continuamente il nostro lavoro». Ma il mondo non è rimasto fermo, e dopo la rivoluzione di internet è arrivata quella dei social: «Prima Facebook, poi Instagram, TikTok, X: ci impongono di cambiare ancora una volta il passo, di cambiare i linguaggi che utilizziamo e soprattutto i pubblici a cui ci rivolgiamo. Ogni giorno viviamo una piccola rivoluzione, avviata trent’anni fa passando dalla carta stampata a internet, che oggi ci costringe a continuare a lavorare in questa direzione».
Giorgino: «Non fate la campagna elettorale sulla Rai, è un bene comune»
Mazza si rivolge quindi a Francesco Giorgino, direttore dell’Ufficio Studi Rai e docente universitario, interrogandolo sul futuro della comunicazione. Il giornalista parte da una distinzione di metodo: informare significa perseguire un interesse di carattere generale, mentre «comunicare significa perseguire un interesse di parte, che — sia ben chiaro — pur essendo di parte è un interesse legittimo. Lo riscontriamo nella comunicazione d’impresa, in quella politica, in quella istituzionale. Da un punto di vista scientifico e accademico è assai opportuno tenere sempre distinte e distanti le due situazioni, perché spesso si fa una grande confusione: viene scambiato per informazione ciò che è frutto di strategie di comunicazione, in alcuni casi persino di marketing, e questo inevitabilmente genera una qualche forma di distorsione».
In questo quadro, il ruolo della Rai come produttore di contenuti è centrale per Giorgino: «È la principale industria culturale del Paese. Soffro moltissimo nel leggere i giornali quando si occupano della Rai rappresentandola come un’azienda in difficoltà. Come tutte le grandi aziende ci sono problemi e ogni tanto distorsioni, ma non dimentichiamo che siamo noi a portare avanti, con grande determinazione e grande fatica, l’idea del servizio pubblico radiotelevisivo e multimediale». Un’azienda oggi impegnata «in un processo assai complesso, la trasformazione in digital media company: dobbiamo preservare da un lato il nostro heritage, la nostra identità storica — abbiamo cominciato con la radio, proseguito con la televisione, siamo stati i pionieri in Italia del linguaggio dell’audiovisivo — e chi vi dice che non c’è più spazio per i mezzi tradizionali, soprattutto per le nuove generazioni, vi dice una cosa che non è vera: le nuove generazioni fruiscono i contenuti accedendo proprio ai linguaggi dell’audiovisivo».
Secondo punto di forza, «checché se ne dica», il pluralismo. «A patto però che ci intendiamo sul significato di questa parola, perché vedo in giro un tentativo di schiacciarla semanticamente sul solo piano politico-partitico. Il pluralismo politico è indispensabile per un’azienda di servizio pubblico, ma noi portiamo avanti un’idea molto più avanzata: c’è il pluralismo valoriale, quello territoriale — siamo l’unica azienda con un presidio televisivo costante su tutti i territori regionali e talvolta provinciali —, quello religioso e quello sociale, perché uno dei compiti della Rai, scritto nero su bianco nel contratto di servizio, è favorire la coesione e l’inclusione sociale, preservare un’identità nazionale che è un’identità culturale nata insieme alla Rai. Se non ci fosse stata la Rai, all’inizio degli anni Cinquanta, a creare la cultura dello Stato nazionale, non so se questo Paese avrebbe avuto la stessa capacità di tenuta». Da qui l’appello, rilanciato anche dai colleghi al tavolo: «Alle forze politiche dico: non fate, per cortesia, la campagna elettorale sulla Rai. La Rai è una cosa molto seria ed è un bene comune. Mi auguro che questo appello venga ascoltato».
Mellone: «Siamo un Paese di provinciali. Dal 1° ottobre arriva il canale Italiana»
Tocca poi ad Angelo Mellone, direttore del Day Time Rai, che parte proprio dal luogo che ospita il convegno: «Avete la fortuna di stare in una delle valli più belle del mondo, e in questo c’è già un pezzo della risposta: l’Italia non è solo le città, e men che mai solo le metropoli». Uno degli investimenti degli ultimi anni, racconta, è stato proprio l’aumento dell’offerta di programmi che raccontano i territori: «Quando sono arrivato, i programmi cosiddetti “in territorio” erano pochi e considerati di serie B, programmi ancillari rispetto a quelli in studio. Li abbiamo aumentati, e abbiamo ampliato anche il range dei contenuti: facciamo programmi come Musica Mia, che parla del folk e della musica popolare, abbiamo fatto Origini, dedicato all’archeologia, e un programma di altissimo livello culturale come Il Provinciale, capace di raccontarti Beppe Fenoglio, don Milani, Giovannino Guareschi attraverso i luoghi in cui sono nati, hanno vissuto e ambientato i loro romanzi. Facendo servizio pubblico, seguendo quei criteri di pluralismo di cui parlava Francesco Giorgino».
Un pluralismo, aggiunge, anche culturale: «L’Italia è sempre plurale. Il nostro concittadino, il grande poeta Leonida, quando fu esiliato da Taranto all’arrivo dei romani disse: fuggo con grande dolore, vado via dall’Italia — e per i greci l’Italia era l’insieme delle colonie magnogreche. Noi siamo eredi di queste e di tante tradizioni che si sommano, si sedimentano, si compenetrano. L’Italia è questa». Ed è per questo che Mellone rivendica una scelta finita nei giorni scorsi al centro delle critiche: «Sono giorni che siamo oggetto di polemiche perché abbiamo osato lanciare, per il 1° ottobre, un canale che si chiamerà Italiana — canale 57 del digitale, guardatevelo tutti — dedicato al racconto della nostra identità e dei nostri territori. Tanti hanno detto: ma perché l’avete chiamato Italiana? E come lo dovevo chiamare, Lappone? Scandinavo? Sarà per la prima volta il tentativo di mettere insieme tutti i modi che abbiamo di raccontare la nostra nazione: le bellezze, le centinaia di borghi incredibili, i nostri mari. Per parlare male dell’Italia ci sono i programmi di inchiesta, l’informazione, i telegiornali; noi facciamo un altro mestiere, che è unire cultura, intrattenimento e divulgazione, e fare in modo che come prima cosa gli italiani conoscano la nazione in cui abitano. È una missione culturale che ci siamo assegnati, e che io mi sono assegnato per primo».
Una battaglia personale, la definisce: «Girando l’Italia e parlando con la gente mi rendo conto ogni volta che siamo un Paese di provinciali, non una nazione metropolitana. Tant’è che ogni volta che ci impanchiamo a creare metropoli — vedi Roma, vedi Milano… Faccio sempre questo esempio: si dice che Roma è la città più bella del mondo. Non è vero: il centro di Roma è il più bello del mondo, ma Roma è piena di periferie anonime che potrebbero essere smontate e rimontate in qualsiasi altra parte del mondo. Cisternino, Locorotondo, Martina Franca — per citare il quadrilatero incredibile che fa da scenario a questo convegno — no: non possono essere smontate e rimontate altrove, sono solo lì. Se uno vuole conoscerle deve prendere la macchina, il treno, l’aereo, la santa pazienza, e venire qui. La Rai, che è industria culturale, fa anche questo. Anzi, soprattutto questo: raccontarci».
Chiocci: «Il Tg1 è la Cassazione dell’informazione. Due miliardi di visualizzazioni sui social»
Il gran finale spetta a Gian Marco Chiocci, al quale Mazza chiede il segreto di un Tg1 riportato «al centro del villaggio» e aperto ai linguaggi dei social. «Il segreto del successo sono i giornalisti del Tg1», risponde il direttore. «Sono grandi professionisti, con una gran voglia di fare, di raccontare, di andare in giro per il mondo, anche di rischiare. Perché questo è un lavoro a tratti rischioso, come è capitato alla nostra Stefania Battistini, che in questo momento è ricercata a livello internazionale dalla Russia per aver osato seguire i battaglioni ucraini nel Kursk. Altri inviati sono stati in ogni angolo del mondo dove c’è qualcosa da raccontare, anche di pericoloso. Noi ci siamo, spesso prima degli altri: la notizia viene prima di tutto. Facciamo servizio pubblico in modo attivo, siamo protagonisti sui posti, i nostri inviati sono i nostri occhi. Il Tg1 resta il telegiornale degli italiani, gli ascolti vanno molto bene e ci caratterizziamo per tantissimi scoop: un giornalismo attivo, adatto ai tempi».
Poi c’è la «piccola rivoluzione» digitale: «Siamo stati precursori, insieme a tutta la Rai, nel portare il servizio pubblico là dove tanta gente, tanti giovani soprattutto, non ci guardava più. Siamo nati due anni fa sui social e oggi siamo primi in assoluto nelle classifiche: solo in questo primo semestre due miliardi di visualizzazioni, arriveremo a quattro miliardi a fine anno. Ma soprattutto arriviamo a un pubblico che non ci vedeva o non ci aveva mai visto, un pubblico giovane, magari cresciuto con i papà e i nonni che guardavano il telegiornale la sera. Una volta il tg era il punto di raccolta delle famiglie intorno al tavolo: noi siamo tornati un po’ a quella cosa lì, adattandoci ai tempi. Dopo i social siamo andati su YouTube, adesso andremo su Spotify: dallo schermo al telefonino e alle cuffie, all’informazione ascoltata e non vista. Un lavoro gigantesco per portare ovunque l’informazione del Tg1, che è sempre stata considerata — e questi numeri lo dimostrano — un’informazione credibile e affidabile. La Cassazione dell’informazione: “l’ha detto il Tg1”. Per noi è una cosa importante, e siamo solo all’inizio di questa grande rivoluzione».
Con una grande differenza, sottolinea Mazza, rispetto agli altri frequentatori del popolo dei social: il Tg1 non può permettersi di sbagliare. «Il nostro lavoro, oltre all’approfondimento e alla velocità, è fatto di un’attenzione maniacale, quasi ossessiva, alla diffusione delle notizie», conferma Chiocci, che rispolvera un aneddoto dei tempi in cui guidava un’agenzia di stampa: «Sui social rimbalzò la notizia della morte di Rosa Russo Iervolino, e tutti i grandi siti e i grandi giornali la ripresero. Il mio giornalista della redazione disse: proviamo a sentire qualcuno della famiglia, per chiedere quando sono i funerali. Chiamo il numero che avevamo e risponde Rosa Russo Iervolino in persona. Un attimo imbarazzante — perché insomma, non era morta affatto. Questo per dimostrare che basta poco per rilanciare una notizia falsa che poi viene ripresa da organi importanti di informazione».
«L’informazione senza giornalismo è pericolosa, il giornalismo senza informazione è noioso»
È il perfetto assist per l’ultima riflessione di Giorgino sul ruolo della formazione: «Le parole informazione e giornalismo sono state fino a qualche anno fa un tutt’uno. Oggi purtroppo viviamo l’era dell’informazione senza giornalismo e — un po’ di autocritica noi giornalisti la dobbiamo fare — anche del giornalismo senza informazione. Servono competenze tematiche, tecnologiche, espressive e, lasciatemelo ricordare perché sono importantissime, deontologiche: noi non facciamo giuramenti di Ippocrate, ma anche noi, nel momento in cui cominciamo questo straordinario percorso professionale, giuriamo di dire al pubblico la verità, o quantomeno di impegnarci a dirla».
La chiusura spetta al padrone di casa. «L’informazione senza giornalismo è pericolosa», riprende Scotti, «e il giornalismo senza informazione è noioso, tutto sommato inutile, quasi pleonastico: una riunione tra amici — cosa che questa tavola rotonda sicuramente non è. Noi abbiamo puntato forte sui social non perché si debba esserci, ma perché crediamo davvero che siano un nuovo modo di portare informazione: tramite i social raggiungiamo più velocemente e in maniera più proattiva le persone con notizie che poi possiamo sviluppare e aggiornare. Questa sinergia è la nostra arma in più per i prossimi vent’anni».


