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La politica si è allontanata dalle persone comuni, ormai stanche degli inganni

Cittadini senza politica e politica senza cittadini. Questa frase racchiude tutta l’essenza di ciò che sta succedendo a livello politico e sociale nel nostro Paese da qualche decennio a questa parte. Le ultime elezioni amministrative ne sono state la dimostrazione plastica. L’astensionismo cresce implacabile e sembra che a nessuno questo dato catastrofico per la nostra democrazia interessi più di tanto.  

La realtà è sotto gli occhi di tutti. Abbiamo letto tutti i numeri, ma soprattutto tutti noi a un certo punto abbiamo provato una sorta di stanchezza, se non di disgusto, nei confronti di una certa politica. Si tratta di sentimenti diffusi che riflettono in maniera chiara e precisa quello che sta accadendo. Nelle ultime elezioni amministrative, la percentuale di astensionisti nelle quattro maggiori città italiane - Roma, Milano, Napoli e Torino - è stata pari al 52%. Al primo turno, hanno votato meno della metà dei romani (48,54%), dei milanesi (47,72%), dei napoletani (47,17%) e dei torinesi (48,08%).

La quota è scesa ulteriormente nei comuni andati al ballottaggio, attestandosi al 42% degli aventi diritto a Torino e addirittura al 40,7% a Roma. Dal 1993 a oggi, i votanti al primo turno delle amministrative sono scesi del 41% nelle quattro maggiori città d’Italia.

Dati allarmanti che si uniscono al declino nelle adesioni ai partiti e alla sfiducia generalizzata verso i “politici” e le stesse istituzioni democratiche. Ora, la domanda che la politica (tutta, senza differenza di colore) dovrebbe porsi è: perché questa indifferenza e perché questo disamoramento profondo da parte dei cittadini verso la politica? Si tratta di un fenomeno complesso, spiegabile con il concorso di molte cause.

Una prima ipotesi fa riferimento alla teoria dello scienziato politico Benjamin Constant in merito alla “libertà politica” e si lega fortemente al concetto di individualismo. In pratica, la società moderna ha portato con sé inedite possibilità di realizzazioni nella sfera privata, portando così a un disinteresse verso i diritti politici.

Manca il tempo e manca l’interesse per ciò che sembra non incidere più di tanto sulla propria vita personale. E si finisce col vivere, e col percepirsi, più come consumatori che come cittadini. Negli anni Settanta la definivano apatia politica e questo concetto veniva giudicato positivamente come sinonimo di soddisfazione, non di protesta, nei confronti della politica.

andrea pasiniAndrea Pasini
 

Il fenomeno della fuga dalla politica riguarda oggi in primo luogo i ceti meno abbienti e meno garantiti. Disoccupati, precari, marginali, poveri e impoveriti rappresentano il grosso dell’esercito del non-voto e della non-partecipazione. Non si tratta di soddisfazione e tanto meno di benessere.

 Lo scarso interesse delle classi più fragili per la politica riflette lo scarso interesse della politica verso le classi sociali più vulnerabili. Cittadini senza politica e politica senza cittadini racchiude anche questo concetto. Questo concetto corrisponde infatti all’idea che il distacco tra politica e cittadini si è realizzato in questi anni in due direzioni. Se per un verso sempre più cittadini si sono allontanati dalla politica, per altro verso è la politica stessa a essersi sottratta allo sguardo e alla presa delle persone comuni.

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