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Dimartino verso lo Strega con la storia di un veterinario eroinomane

Dimartino verso lo Strega con la storia di un veterinario eroinomane
Alessio Dimartino Giulio Perrone Editore
Alessio Dimartino, romano, già autore di “Tutti vivemmo a stento” (2010) e “Il professore non torna a cena” (2012), torna in libreria con “C’è posto tra gli indiani” (Giulio Perrone Editore) che, come abbiamo anticipato, sarà candidato al premio Strega… – LEGGI SU AFFARI ITALIANI UN ESTRATTO

LA TRAMA – Marcello si fa di eroina, ma con parsimonia. Lo tiene in vita, al caldo. Come entrare in un pane appena sfornato, avere dieci orgasmi simultanei o dare il massimo in una prestazione sportiva. Marcello fa il veterinario solo perché suo padre voleva facesse il medico e toccava ubbidirgli, ma lui, per dispetto, l’ha fatto solo a metà. Sopprimere o tenere in vita un cane o un pappagallo non fa differenza, è solo una questione di chimica. Marcello si sente un pessimo veterinario e un pessimo uomo quando sente il campanello suonare. E prima che suoni ha deciso di uccidersi, perché “uccidersi è il coraggio che scende sulla terra e si fa carne, gesto disperatamente, genuinamente umano”. Alla porta, un uomo gli dà in custodia un cocker fulvo piuttosto in carne ma inappetente. Ma di quell’uomo e di quella consegna Marcello non sa nulla. Chi è l’elegante e sconosciuto anziano convinto di aver assolto al suo compito lasciandogli quella bestia? E poi, per conto di chi? L’ospite indesiderato, però, non dovrà interferire con i piani di quella notte: con il cane al guinzaglio Marcello percorre la strada che lo porterà nel luogo dove ha deciso di farla finita. Ma in un universo tanto grande è inevitabile che accadano degli incidenti. E quella è una notte fitta di incidenti. Così inizia una peregrinazione zoppicante che lo trascina in un imbuto di incontri, allucinazioni e ricordi…

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Perché ti volevi uccidere con il veleno per animali e non con un’overdose? Be’, a parte che di parlare con sicurezza all’imperfetto ancora non me la sento… ok, ipotizzo a ruota libera: perché l’eroina ti ha tenuto in vita. E non volevi che una roba che t’ha tenuto in vita finora ti desse la morte. Volevi, invece, che a darti la morte fosse ciò che te l’aveva già stillata goccia a goccia negli ultimi dodici anni: il tuo odiato lavoro di medico/boia. Un po’ curi, un po’ sopprimi. Un po’ sopprimi, un po’ curi. Ora la vita, ora la morte. Testa o croce. Un microscopico dio di merda, te l’ho già detto. La micro particella tumorale di un microrganismo divino.
Hai iniziato con la morfina, immagino. La rubavi dallo studio. È facile, basta scaricarne una confezione in più sulla cartella di pazienti che ne necessitano. Chessò, un alano di nome Thor secondo le assunzioni ufficiali risultava un tossico a livello di Ozzy Osbourne e Keith Richards uniti assieme. Ma tanto, figurati, chi va a controllare uno studio veterinario di periferia. Il proprietario è un vecchio rincoglionito che ha delegato tutto a te, e l’altra dottoressa stipendiata pensa solo a laccarsi le unghie dei piedi e lamentarsi della puzza del disinfettante. Stava facendo morire un gatto di appendicite perché il colore non aveva preso bene sul mignolo e non poteva alzarsi dalla sedia, pensa te. Ti piace come cornice narrativa? Non sono poi da buttare come oratrice, non trovi? A Barbara piaceva da matti addormentarsi con me vicino che le raccontavo storie assurde inventate sul momento. A pensarci adesso fa un male cane. E scusa per il “cane”.
Che poi la colpa non è solo del lavoro. Non c’è una colpa specifica, né un insieme di colpe specifiche. La gente è convinta che per uccidersi occorra un grande coraggio. O una grande vigliaccheria. Ma si sbagliano. Non è questione di vigliaccheria o coraggio. Non c’entrano un cazzo la vigliaccheria e il coraggio. È non è nemmeno la disperazione, la molla che scatta. Magari si trattasse di disperazione. La disperazione è tumultuosa, travolge, spazza via, sradica. È viva, è una parte inscindibile dalla vita. Qui è il vuoto, il problema. Un frigorifero vuoto. Un frigorifero ancora in perfetta funzione. Continua a raffreddare, a gelare, si accende la lucina in alto quando viene aperto. Ma, niente, è vuoto. Completamente vuoto. Nessuno lo riempie più. Non una carota, un pomodoro, una melanzana, mezzo limone incartapecorito, una fetta di prosciutto cartonata. Niente. Neanche la muffa. È pulito, lindo, profumato. Pulito, lindo, profumato e vuoto. Ora, questo frigorifero sei tu. Che campa a fare un frigorifero vuoto? A cosa serve un frigorifero vuoto? Sì, ok, ci sono il sole, il mare, il vento, la sabbia, le stelle, i campi in fiore… ma cristo, che orrore la pulizia, il nitore, abbinati al vuoto. Che orrore e che tristezza. Per questo hai iniziato a bucarti. Per eliminare almeno la pulizia e il nitore. Per abbassare di un paio di tacche il volume dell’orrore. Spaccare gli strumenti in testa agli orchestrali della tristezza.
Quando ti ho rotto i coglioni a sufficienza dimmelo senza problemi, anche se ho l’impressione che non ti stia annoiando. Sbaglio? O è solo la vecchia tattica del perdere tempo e sperare nel fato? Poco fa hai detto che farsi di morfina è come entrare in un enorme pane caldo appena sfornato. Quelli pieni di mollica morbida e compatta. Ti ci infili dentro e assorbi tutta quella fragranza, quel calore quasi materno. All’inizio è meraviglioso. La realtà smussa d’improvviso gli spigoli e tira fuori angoli rivestiti di gommapiuma. Il movimento è azzerato, i colori sfumano in un’opalescenza indistinta, i suoni sgonfiano nel silenzio. Stop, televisione spenta. La produzione della fiction ha finito i soldi. Non si possono più pagare neanche le bollette del teatro di posa. Alla lunga, però, non basta più. Tocca trovare un’altra produzione. Soldi freschi. Riprendere a pagare le bollette. Farsi riallacciare luce e gas. E a quel punto, dopo un anno e mezzo di morfina, non è che dici ok, abbiamo scherzato, compri una bottiglia di cognac, affitti un thriller con Mel Gibson e amici come prima. A quel punto contatti un tizio con gli agganci giusti e ti procuri dell’eroina.
Me ne accendo un’altra, tanto ormai pare di stare in una fumeria d’oppio. Appiccia pure tu, eh, non farti paranoie. Più di quelle che già ti sommergono, intendo.
Dunque, ti avevano detto che l’eroina è paragonabile a dieci orgasmi simultanei. Come si fa a resistere alla prospettiva di dieci orgasmi simultanei, soprattutto dopo aver passato un anno e mezzo dentro un enorme pane caldo?
Molti amici pensano che tu abbia iniziato a bucarti a causa dell’abbandono di Silvia. Gli amici sono i soggetti meno indicati a esprimere pareri sulla vita degli amici. Quando ti vedono distrutto si profondono in consigli sul miglior metodo per riemergere dalle macerie. Ma i consigli sono quasi sempre sbagliati e di solito tu non sei distrutto, sei semplicemente stanco. Hai solo bisogno di una dormita e una doccia, non di Sigmund Freud redivivo sigaro in bocca. Quando invece ti vedono euforico, si profondono in consigli sul miglior metodo per mantenerla intatta e fresca, quell’euforia.
Ma i consigli sono sempre sbagliati e di solito tu non sei euforico, sei semplicemente contento. Hai vinto cinquanta euro al gratta e vinci. Meglio l’eroina degli amici, credimi. Ci prende di più. E spesso è pure più onesta.
Silvia non c’entra nulla, comunque. Anzi, ti ha lasciato proprio perché si è accorta che ti bucavi. D’altronde era impensabile il contrario. Vivevate insieme. Non ci si può non accorgere della tossicodipendenza di chi ti dorme a fianco. Anche se poi la tua è una tossicodipendenza da impiegato di banca, non da rockstar. Un buco al giorno, solo di sera, prima di cena. Ho presente la gag: tipo hai finto di iscriverti in piscina. Riempivi il borsone: accappatoio, costume, bagnoschiuma, infradito di gomma, occhialini. Perché ti sei comprato pure gli occhialini. E poi andavi dal tuo pusher a farti. Non trascuravi di riempire il lavandino d’acqua e infilarci dentro l’occorrente. Prima di andartene lo ricacciavi nel borsone alla rinfusa. Non trascuravi nemmeno di svuotare il bagnoschiuma di un tot di liquido. Tornavi a casa stravolto. Stravolto, ma in qualche modo anche confortato. Stravolto nella direzione di una rinnovata freschezza. L’inganno aveva una sua verosimiglianza. Nei primi tempi l’eroina ti faceva l’effetto di una prestazione sportiva. Rilascio d’endorfine, spossatezza, benefico ammorbidimento muscolare. Nei primi. A metà eri ridotto già come il reperto archeologico di te stesso. Come faccio a sapere tutte ’ste cose sull’eroina? Facile, sono stata eroinomane anch’io. Ho smesso da molto, completamente. Ebbene sì, si può. Lo dico se mai decidessi di prolungare la tua permanenza terrena e darti una rinfrescata.
E poi Silvia, dopo mesi di sofferenza, grida, insulti, t’ha giustamente mollato. Quindi vedi che le delusioni d’amore sono perlopiù sopravvalutate? Com’era quella battuta di Woody Allen? Chi soffre per amore evidentemente non ha mai sofferto di calcoli renali. L’hai amata molto, però. La ami ancora.
Ah, comunque ho detto una cazzata prima. Voleva essere giusto una battuta nichilista, un po’ bohemièn. Sono meglio gli amici, dell’eroina. Anche degli amici di merda. Gente che parla. In alcuni frangenti è sufficiente sentire della gente che parla.

(continua in libreria)