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Borsellino-Avola, polemiche sul libro di Michele Santoro: leggi un estratto
Foto LaPresse

“Io posso dire che c’ero e sono uno degli esecutori materiale della strage di via D’Amelio. E sono l’ultima persona che ha visto lo sguardo di Paolo Borsellino prima di dare il segnale per l’esplosione”. Lo ha detto Avola intervistato da Michele Santoro nello speciale di Mentana sulla mafia su La7. “Borsellino scende dalla macchina e lascia lo sportello aperto – dice Avola – Io mi fermo, mi giro e lo guardo, mi accendo una sigaretta. Lo guardo, mi giro e faccio il segnale, verso il furgone a Giuseppe Graviano e vado a passo elevato – dice Avola – Mi da 12 secondi per allontanarmi. Ho avuto la sensazione che Emanuela Loi ha visto il led rosso dell’auto, lei alza il passo e non capisco se sta andando verso la macchina. A quel punto mi sono allontanato. Se non esplodeva la macchina avrebbero attaccato con i bazooka”. E aggiunge: “Il nostro ottavo uomo era lo Stato – aggiunge – non i servizi segreti. Hanno fatto una ricostruzione diversa, posso giurare che non c’erano uomini dei servizi. Io dovevo fare la guerra allo Stato”.

Salvatore Borsellino: "Avola vuole mettere in dubbia le verità processuali"

"Avola è un inquinatore di pozzi e mi meraviglia che un giornalista come Santoro, con il suo libro, si sia prestato a dare fiato a un personaggio del genere". Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo ucciso nella strage di via d'Amelio del 1992, come sempre non usa mezzi termini per commentare le dichiarazioni dell'ex boss catanese andate in onda nello speciale sulla mafia di La 7 di Enrico Mentana. 

"Già in passato, con le sue dichiarazioni, Avola ha delineato la strategia dei falsi pentiti di mafia: mischiare verità e bugie per minare la credibilità dei veri pentiti - aggiunge il fratello del giudice - Le sue rivelazioni, se così le possiamo chiamare, mirano a mettere in dubbio alcune verità emerse dal Borsellino quater e tendono a ridare 'verginità' a quello Stato deviato che ha partecipato alla strage di via d'Amelio, a ridare credibilità ai Ros". L'obiettivo? "Rendere servizio ai 'servizi' nel nostro Paese paga" afferma Borsellino.

Santoro: "Niente di quello che ho raccontato risulta falso"

"Con tutto il rispetto chesi deve al fratello di un eroe, vorrei farle notare che, all'epoca della strage di Via D'Amelio, ero nella lista dei condannati a morte di CosaNostra. Le indagini sulle dichiarazioni di Maurizio Avola sono in corso e lei non può esserne a conoscenza". Ha replicato sui social Michele Santoro a Salvatore Boresellino, fratello del giudice ucciso e fondatore delle "AgendeRosse".

Il giornalista spiega: "Apprendiamo dal Comunicato della Procura di Caltanissetta che alle dieci del mattino, Avola è stato fermato per un controllo di polizia a Catania nel giorno precedente alla strage. Ciò non smentisce che a ora di pranzo Avola potesse trovarsi a Palermo in compagnia di Aldo Ercolano. Dunque lasciamo lavorare gli inquirenti ma niente di quello che abbiamo raccontato risulta al momento falso. Se invece pensa che sia in atto un depistaggio o vuole mettere in dubbio la mia onestà professionale può rivolgersi all'Autorità Giudiziaria oall'Ordine dei Giornalisti ma non insultare chi semplicemente sta facendo il suo lavoro".

Michele Santoro, Nient'altro che la verità

Leggi un estratto del libro su Affaritaliani.it

9788829710058 0 0 626 75
 

«Uscivo dal carcere e sapevo che forse le guardie di Voghera non mi rivedevano. Erano persone oneste, altrimenti alzavano il telefono e la mia storia finiva. Mi conoscevano bene, sapevano che ho deciso di collaborare senza chiedere niente in cambio, che ho fatto il carcere giorno dopo giorno senza mai lamentarmi, e mi rispettavano per questo.

Io paura non ne ho, tanto quello che deve succedere è già scritto, non ci possiamo fare niente. Si devono spaventare gli altri. Ho ucciso tante persone, non è facile trovare uno più cattivo di me. Aspettai otto anni tre detenuti che mi avevano offeso in cella, otto anni, non so se rendo l’idea.

Dopo otto anni ne ho incontrato uno per caso davanti a un bar. Mi ha detto: “Gatta sicca, ci arrivi a Natale, che sei così magro?”. Gli ho risposto: “E tu ci arrivi alla Vigilia?”. Prima di Natale li ho uccisi tutti e tre. “In otto anni ci avrà dimenticati” pensavano. Invece fuori dalla galera c’era il destino che li aspettava. E il destino non dimentica. Ero io il loro destino. Le guardie mi dicevano: “Maurizio, il telegiornale ha parlato di te, di quello che hai raccontato al processo, e tu non hai una scorta, niente. Non hai paura? Guarda che prima o poi ti ammazzano co’ ’sti discorsi che vai facendo”.

Gli rispondevo che ho più paura di vivere che di morire. Il momento arriva se deve arrivare, a che serve accettare una protezione? Ho due figli, non ci vuole niente a trovare il loro indirizzo. Meglio che vengono da me, io li aspetto. Cammino e mi guardo sempre le spalle. Ma non è per paura. Un killer se arriva lo voglio guardare negli occhi. Comunque sarebbe solo per vendetta, non può essere Cosa Nostra. Non esiste più niente, non ci sono regole da far rispettare, Sicilia, onore, tutto finito. Io ero pronto a farmi ammazzare per la famiglia Santapaola. Oggi famiglia che vuol dire? Esiste la convenienza, non la famiglia, come nella politica che non ci sono i partiti ma solo interessi personali.

Cosa Nostra è cambiata, si è adeguata. Si è nascosta nell’acqua. Ci può essere una vita nuova per me? Non lo so. Trent’anni in una prigione a pensarci, e una risposta non l’ho trovata. Dal carcere sono uscito, ma dal mio passato credo che non uscirò mai. Non sono un pentito e non sono più Cosa Nostra. Ho continuato a collaborare perché riferire certi fatti mi ha tolto un peso, mi ha trasformato. Ma cosa sono diventato? Chi sono io oggi?».

L’odore del sangue

Di solito mi lascio guidare dall’intuito nel giudicare una persona che vedo per la prima volta. Di Maurizio Avola non so che cosa pensare. Potrebbe essere un uomo in cerca di redenzione oppure un serpente che si sbarazza della sua vecchia pelle per tornare a colpire; un mostro alieno o un individuo costretto a nascondere i sensi di colpa per non esserne sopraffatto. Non so bene perché ho deciso di incontrare uno che ha ucciso ottanta persone. In altri tempi non avrei esitato: avrei trovato irresistibile la possibilità di compiere un viaggio nella mente di un serial killer di mafia. Ma, al punto in cui mi trovo oggi, non sono nelle condizioni più adatte per scavare nell’identità di un altro, visto che la mia è andata in frantumi.

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