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Ultimo aggiornamento: 14:38

Cinque suggerimenti di lettura per iniziare al meglio il 2026

Grandi bestseller, volumi d’arte, avventura e fantasia: ecco cinque consigli da tenere a mente per cominciare il nuovo anno

di Chiara Giacobelli

Conclusosi il 2025 con moltissime novità letterarie nelle librerie e non poche proposte da parte nostra, abbiamo ora individuato cinque titoli pubblicati lo scorso anno da non mettere nel dimenticatoio, e anzi da portare con sé per iniziare al meglio il 2026. Dai grandi autori internazionali alle opere dedicate all’arte – guide utili per chi viaggia e frequenta i musei –, senza tralasciare il fantasy e la narrativa più all’avanguardia, che interessa soprattutto un pubblico giovane.
Ci sono, inoltre, le ultime uscite di Audible, per chi alla lettura su carta ama alternare l’ascolto, magari durante l’attività fisica, in viaggio o come forma di rilassamento quando non è possibile tenere un volume in mano. Anche in questo caso faremo una panoramica per non perdere le proposte di inizio 2026. Partiamo, dunque, con i migliori auguri da parte nostra per questo anno appena sbocciato.  


 

1) Nemesi di Wilbur Smith (HaperCollins Italia)

In Nemesi, pubblicato postumo nel 2025 da HarperCollins Italia e scritto da Wilbur Smith con Tom Harper, l’autore ci riconsegna intatto il suo universo epico e brutale, popolato da uomini spinti dal dovere, dalla vendetta e da una memoria che arde come il sole africano. Con la consueta maestria, Smith tesse un affresco narrativo che si estende tra l’Europa rivoluzionaria e le colonie africane, fondendo storia e leggenda in un intreccio vigoroso di passioni e guerre.

Il romanzo si sviluppa su due piani narrativi paralleli. Il primo segue Paul Courtney, testimone impotente dell’esecuzione della madre durante il Terrore rivoluzionario a Parigi, nel 1794: devastato e costretto alla fuga, Paul si arruola nell’esercito napoleonico, partecipando alle campagne in Egitto. Il secondo filone è dedicato ad Adam Courtney, figlio dell’ammiraglio Robert, che, di ritorno a Nativity Bay, trova la propria famiglia sterminata; solo il padre sopravvive e in punto di morte affida ad Adam la spada di Nettuno, simbolo d’onore e giuramento di vendetta. Il giovane parte così per un viaggio dalla punta del Sudafrica a Calcutta, alla ricerca del responsabile della strage.


 

Pur viaggiando su percorsi separati, Paul e Adam sono entrambi mossi da un unico impulso: la vendetta. Sarà Hugo Courtney, oscuro parente e traditore, a rivelarsi come il nodo che lega le due trame, il volto del nemico nascosto nel sangue stesso dei protagonisti.
Il titolo dell’opera, Nemesi, rimanda alla dea greca della giustizia retributiva, evocando quel senso di fatalità e riscatto che permea tutta la narrazione. Il romanzo è il seguito diretto di Monsone, uscito nel 1999, e si inserisce nel monumentale Ciclo dei Courtney, che attraversa i secoli dal XVII al XX, alternando mari tempestosi e deserti infuocati, battaglie navali e drammi familiari, rinnovando il mito dell’epopea familiare a ogni generazione.

Lo stile di Wilbur Smith è, come sempre, asciutto e al tempo stesso sensoriale: sa evocare con poche pennellate l’odore della polvere da sparo, il calore del legno delle navi, il clangore delle spade. Le scene d’azione sono crude e cinematografiche, mentre i momenti più intimi si caricano di una tensione emotiva palpabile. Non mancano passaggi di forte impatto, come l’amputazione della lingua di Paul o la furia vendicativa che brucia nello sguardo di Adam – elementi che rendono il romanzo inadatto ai lettori più sensibili, ma indimenticabili per chi ama la narrazione intensa e viscerale.

Wilbur Smith ha sempre concepito l’Africa come molto più di un’ambientazione: “Non è solo un luogo, è un personaggio in sé”, ha dichiarato in un’intervista a The Strand Magazine. La sua formazione personale, tra safari, caccia al leone e viaggi nel bush, si è tradotta in una scrittura che brulica di vita e di morte, di natura ostile e bellezza selvaggia. “Scrivo solo ciò che riesco a ricordare, perché se vale la pena essere scritto, allora deve essere prima vissuto” afferma ancora Smith, raccontando il suo metodo: niente appunti, solo immersione totale nella storia, nella geografia, nella memoria.


 

La collaborazione con co-autori come Tom Harper non ha annacquato la sua voce. Al contrario, Smith ha scelto di tramandare il proprio universo narrativo come si fa con un’eredità viva: “Ho troppe storie in mente per scriverle tutte da solo. Lavorare con altri mi permette di dare voce a quei personaggi che aspettano da anni di esistere” (The Strand Magazine, 2018).
In Nemesi questa eredità si sente forte. Il romanzo non è solo un’epopea di guerra e vendetta, ma una riflessione profonda sull’identità, sul senso dell’onore e sulla sopravvivenza in tempi crudeli. I due protagonisti, Paul e Adam, incarnano lati diversi dell’eroismo: l’uno romantico e sofferente, l’altro disciplinato e risoluto. Entrambi però restano vittime e agenti di un destino più grande, in cui il sangue detta le leggi e la memoria impone la sua sentenza.

Con oltre 140 milioni di copie vendute nel mondo, Smith ha costruito in più di cinquant’anni una letteratura popolare mai banale, ricca di riferimenti storici, culturali e sempre fedele a un’idea di avventura che ha il respiro del tempo e il battito della carne.
Nemesi chiude (o forse rilancia) il Ciclo dei Courtney con una voce matura, quasi testamentaria. È un omaggio alla propria mitologia, ma anche al lettore, chiamato a condividere un viaggio epico che attraversa le ombre della storia per giungere alla luce della redenzione. Perché – come sussurra tra le righe l’autore – la vera nemesi non è il nemico che ci affronta, ma la verità che portiamo dentro.

2) Quello che possiamo sapere di Ian McEwan (Einaudi)

Nel suo ultimo romanzo Quello che possiamo sapere, pubblicato da Einaudi nel 2025 nella collana Supercoralli e tradotto da Susanna Basso, Ian McEwan ci regala un’opera densa, stratificata e profondamente letteraria, che riesce a coniugare la raffinatezza del romanzo d’idee con la potenza emotiva di una narrazione fatta di ombre, ossessioni e misteri irrisolti. 
È un libro che riflette sul futuro guardando al passato, che immagina ciò che resterà della nostra civiltà in un mondo devastato da guerre, catastrofi ambientali e oblio culturale.

La vicenda prende avvio nell’anno 2119, in una Gran Bretagna ridotta a un arcipelago sonnolento e marginale dopo il cosiddetto “Grande Disastro”, una lunga sequenza di eventi catastrofici – inondazioni, conflitti nucleari, migrazioni di massa – che ha ridisegnato la geografia e il destino dell’umanità. In questo scenario post-apocalittico, dove le università arrancano e la memoria collettiva sembra affievolirsi, lo studioso Thomas Metcalfe dedica la sua esistenza alla ricerca di un poema perduto: la Corona per Vivien, opera del poeta Francis Blundy, letta pubblicamente una sola volta nel 2014 e da allora svanita nel nulla. 
Il poema, composto per la moglie Vivien e recitato in occasione del suo compleanno durante un banchetto divenuto leggendario tra pochi intimi, ha assunto un’aura mitica nel tempo. Tuttavia, di esso non resta alcuna copia, nessun manoscritto, nessuna registrazione. Solo i racconti frammentari dei presenti, lettere e diari contraddittori, ipotesi e supposizioni.


 

È attorno a questa mancanza che ruota l’intera struttura del romanzo. Metcalfe – figura malinconica e meticolosa, accademico fuori tempo massimo in una società che ha relegato gli studi umanistici in un angolo – si lancia in una vera e propria caccia al tesoro intellettuale, inseguendo indizi, rileggendo testimonianze, decifrando tracce con la tenacia di chi sa che dietro ogni pagina si cela una verità che vale la pena recuperare. Il suo non è solo un percorso di ricerca filologica, ma una discesa negli abissi della memoria, nella vita intima di persone scomparse, nelle pieghe oscure di una storia d’amore e di compromessi, di inganni e silenzi. 
Con un talento narrativo ormai maturo, McEwan costruisce un intreccio che si sviluppa su due piani temporali distinti ma strettamente intrecciati: il presente di Metcalfe nel XXII secolo e il passato di Vivien nel nostro tempo, che prende voce nella seconda parte del romanzo.

È proprio Vivien, infatti, a emergere come personaggio centrale e sorprendentemente sfaccettato. Donna colta, un tempo brillante accademica, ha sacrificato ambizioni e desideri prima per il primo marito malato, poi per vivere nell’ombra del carisma poetico di Blundy. Ma ciò che inizialmente appare come devozione si rivela nel tempo una trama complessa di frustrazioni, risentimenti, scelte imposte o accettate per quieto vivere, fino a far emergere un ritratto femminile vivido e contraddittorio, che destabilizza le certezze acquisite nella prima parte del romanzo. 
McEwan è abilissimo nel creare questa tensione tra ciò che crediamo di sapere e ciò che viene poi smascherato, portandoci a riflettere su quanto la verità sia sempre una costruzione soggettiva, parziale, spesso infedele.


 

Accanto a Vivien, altri personaggi si delineano con tratti precisi e coerenti: Francis Blundy, figura enigmatica e sfuggente, emblema del potere ambiguo della parola poetica; Percy, il primo marito, vittima silenziosa di una malattia degenerativa ma anche detonatore emotivo dell’intera vicenda; Jane, sorella del poeta, presenza destabilizzante e secondaria solo in apparenza. Tutti partecipano a una danza narrativa dove ogni gesto, ogni parola, ogni omissione contribuisce a costruire un mosaico imperfetto ma rivelatore.

Lo stile di McEwan è, come sempre, controllato, elegante, cesellato. La sua prosa non cede mai alla ridondanza, ma sa essere densa, evocativa, capace di alternare riflessione filosofica e tensione narrativa. L’autore dosa con equilibrio i dettagli sensoriali, le descrizioni del mondo sommerso, le impennate liriche dei ricordi; anche le digressioni, spesso numerose, si inseriscono nel flusso del racconto con naturalezza, offrendo al lettore spunti di riflessione sul tempo, sull’identità, sulla responsabilità etica e storica. Il futuro immaginato non è pura distopia, ma un dispositivo letterario per interrogarci sul nostro presente, sulle scelte mancate, sul fallimento della memoria collettiva.

Nonostante lo sfondo catastrofico, il romanzo non indulge nell’apocalisse, ma si concentra sul desiderio ostinato di comprendere, di ricostruire, di testimoniare. È una letteratura che cerca di dare un senso all’assenza, di colmare i vuoti lasciati dalla Storia e dalle storie individuali. 
McEwan scrive dal futuro per parlare dell’oggi, e lo fa con l’urgenza di chi teme che tutto ciò che abbiamo costruito possa svanire senza lasciare traccia significativa. È un romanzo che non offre risposte, ma domande: cosa rimarrà di noi? Cosa verrà ricordato, e da chi? Quale sarà la voce che ci rappresenterà, tra le tante? E, soprattutto, sarà quella giusta?

In un’intervista rilasciata a Domani in occasione dell’uscita del libro, l’autore ha dichiarato: “I libri che abbiamo sul futuro sono per la maggior parte sulla tecnologia e il suo impatto sulla civiltà, io ero più interessato a capire cosa succederà alle università, agli studi umanistici, alla nozione di storia. E poi cosa succederà all’amore, al tradimento, sarà lo stesso? E la mia risposta è sì, la natura umana è una costante potente”. Questo romanzo lo dimostra con limpida intelligenza. 
Il valore della letteratura, per McEwan, risiede nella sua capacità di attraversare il tempo, di offrire strumenti per leggere il presente attraverso la lente del passato e dello sguardo futuro. Scrivere, sembra dirci, è l’unico modo per non essere dimenticati. E leggere, forse, è ciò che può ancora salvarci.

Quello che possiamo sapere è, in ultima analisi, un’opera di straordinaria ambizione ma anche di profonda umanità. Un romanzo che non chiede di essere divorato, ma metabolizzato, meditato, vissuto. Un tributo alla memoria, alla parola e alla possibilità – sempre incerta, sempre parziale – di conoscere, anche solo un frammento, anche solo una voce; anche solo, appunto, quello che possiamo sapere.

3) Noi di Christelle Dabos (Edizioni E/O)

Con Noi, pubblicato in Italia da Edizioni E/O nel novembre 2025 nella traduzione di Alberto Bracci Testasecca, Christelle Dabos torna in libreria con un’opera sorprendente molto diversa dalla celebre saga de L’Attraversaspecchi. Qui non ci sono castelli fluttuanti o poteri nascosti, ma un mondo dominato da un’utopia inquietante, un gigantesco esperimento collettivo che si fonda su un principio tanto semplice quanto spietato: cancellare ogni individualità in nome del bene comune.

Nel supercontinente immaginato da Dabos ogni essere umano nasce con un Istinto, un impulso irrefrenabile a svolgere un compito assegnato: proteggere, aggiustare, ascoltare, nutrire, consolare. L’Istinto guida ogni azione, definisce ogni destino. Tutto è regolato da una Burocrazia Istintiva che misura, calcola e gerarchizza il valore sociale di ogni vita salvata: chi riesce a raggiungere certi traguardi – mille vite, centomila, un milione – può ascendere attraverso le gerarchie angeliche fino al grado supremo, mai raggiunto da nessuno: il Supremo.


 

In questa società perfetta, Claire e Goliath si scoprono imperfetti. Claire, confidente senza Istinto, vive una finzione quotidiana, costretta a fingere di aderire a un sistema che la esclude; Goliath, giovane protettore mutilato, persegue con ostinazione l’obiettivo della santità, ma comincia a dubitare delle regole che ne governano il cammino. Le loro vite si incrociano in un’indagine che parte dalla misteriosa scomparsa di alcuni studenti e li conduce a svelare le crepe profonde del mondo che abitano.

Il romanzo si snoda tra ambienti urbani cupi e spazi interiori in tumulto, offrendo al lettore una narrazione a più voci, in prima persona e al presente, che alterna introspezione e ritmo incalzante. L’universo creato da Dabos è un luogo familiare e straniante al tempo stesso, in cui la tecnologia ha il sapore rétro dei nostri anni Ottanta, ma le dinamiche di potere rispecchiano inquietanti derive del presente.
Lo stile della scrittrice francese, già apprezzato per la sua ricchezza immaginativa, qui si fa più essenziale, a tratti affilato. Abbandonati i virtuosismi visionari de L’Attraversaspecchi, Dabos costruisce una distopia che riflette sul libero arbitrio, sull’identità e sul pericolo delle ideologie totalizzanti mascherate da armonia collettiva. In un’intervista l’autrice ha raccontato: “volevo esplorare cosa succede quando il bene comune diventa un obbligo e l’individuo non ha più diritto alla propria voce. È un romanzo sulla ribellione silenziosa, sul bisogno di esistere per sé stessi, non per gli altri”.


 

I protagonisti si muovono in un labirinto dove ogni scelta è già stata fatta, ogni gesto è anticipato da un codice morale assoluto; ma è proprio nell’inciampo, nell’imprevisto, che nasce la possibilità di trasformazione. L’incontro tra Claire e Goliath, così come il loro rapporto con altri personaggi secondari – da Modeste a Madame X – diventa la chiave per decifrare un mondo in cui anche l’altruismo può diventare una prigione.
Come sempre nella scrittura di Dabos, ciò che appare come evasione fantastica si rivela essere un potente specchio del reale. Il “Noi” del titolo è al tempo stesso una promessa e una minaccia, ed è solo nel momento in cui Claire scopre il senso dell’“Io” che il lettore comprende la portata politica ed esistenziale del romanzo. «Perché io sono io. Perché tu sei tu», recita un post-it lasciato da Goliath a Claire, in uno dei passaggi più toccanti del libro.

Con Noi Christelle Dabos ci consegna un’opera che supera i confini del genere per diventare una riflessione lucida e appassionata sulla libertà. È un romanzo di formazione, un’avventura distopica, una parabola filosofica che invita a guardare oltre le apparenze e a riscoprire, sotto le macerie di un’identità collettiva imposta, la scintilla irriducibile dell’individuo.


 

4) Dungeon Crawler Carl di Matt Dinniman (Mercurio Books)

Nel panorama della narrativa fantastica contemporanea, Dungeon Crawler Carl di Matt Dinniman si impone come un’opera dirompente e singolare, capace di fondere il genere LitRPG con una feroce satira sociale. Pubblicato in Italia da Mercurio Books, il romanzo inaugura una saga già cult tra gli appassionati, forte di oltre tre milioni di copie vendute a livello globale.

La premessa è tanto grottesca quanto folgorante: la Terra, devastata da una razza aliena intergalattica, viene riassemblata in un gigantesco dungeon a 18 livelli, trasmesso in diretta come uno show interstellare. I pochi sopravvissuti umani sono costretti a partecipare a questa spietata gara di sopravvivenza, mentre miliardi di spettatori extraterrestri decidono chi merita di vivere — e chi deve morire — in base a popolarità, stile e audience. 
Protagonista di questa assurda odissea è Carl, un uomo ordinario che si ritrova coinvolto nel gioco con Princess Donut, l’eccentrica gatta parlante della sua ex, assurta a co-protagonista irresistibile. La loro dinamica, costellata di sarcasmo, complicità e crescita emotiva, è il cuore pulsante del romanzo.


 

La struttura narrativa, modellata su meccaniche da videogioco — livelli, potenziamenti, loot box — viene utilizzata da Dinniman come strumento per riflettere sul voyeurismo mediatico e sul cinismo capitalistico. Il dungeon non è solo un luogo fisico, ma una metafora dell’intrattenimento disumanizzante: i protagonisti sono prodotti da consumare e la sofferenza diventa spettacolo. L’umorismo nero, le trovate assurde (come i lama spacciatori o l’IA sadica e feticista) convivono con momenti di autentica tenerezza e consapevolezza etica.
Lo stile di Dinniman è tagliente, brillante, ritmato. Ogni scena è costruita per intrattenere e insieme graffiare, come nei migliori romanzi satirici. Il tono grottesco non attenua la forza drammatica del testo, anzi, la esalta, mostrando quanto l’assurdo possa rivelarsi lo specchio più fedele del nostro presente. 
«Non c’è nulla che non farebbe per raggiungere i suoi obiettivi — e non perché sia malvagia, ma perché… è una gatta» scrive l’autore con raffinata ironia, rivelando la complessità dei suoi personaggi e la sua capacità di dosare cinismo e affetto.


 

In un’intervista a Grimdark Magazine Dinniman racconta: “Volevo scrivere una storia ambientata in un death game, ma con un personaggio come Donut, ispirato a una gatta incontrata a un’esposizione felina. Non era previsto che fosse parlante, ma scrivendo ho capito che sarebbe diventata essenziale”.
Il personaggio della gatta, nato quasi per caso, è oggi il simbolo della saga, tanto che esistono peluche ufficiali e un merchandising dedicato.

L’edizione italiana ha anche un audiolibro in esclusiva su Audible, con le voci di Gianandrea Muià e Arianna Craviotto, la cui interpretazione di Donut — con un’arrotata errrrrre felina — è diventata già leggendaria. L’adattamento audio ha raccolto grandi elogi per ritmo, resa comica e profondità drammatica, rendendo il libro perfetto per chi ama storie tanto irriverenti quanto coinvolgenti.
Il successo della saga ha anche spinto Universal International Studios e Fuzzy Door di Seth MacFarlane a svilupparne una serie TV (annunciata per il 2026), mentre è in arrivo anche una graphic novel (Dungeon Crawler Carl: Crocodile) e un gioco da tavolo firmato da Renegade Game Studios.

In conclusione, Dungeon Crawler Carl è più di una semplice avventura geek: è un’opera che diverte, scuote, riflette, costruendo un mondo tanto delirante quanto coerente, dove ogni risata porta con sé una lama di verità. Un must per chi cerca un fantasy capace di sorprendere e lasciare il segno.

5) Le Gioconde. Segreti, misteri e meccanismi dei volti che sono diventati icone di Claudio Pescio (Giunti)

Tra i titoli più affascinanti pubblicati recentemente nel panorama della saggistica artistica italiana si distingue Le Gioconde. Segreti, misteri e meccanismi dei volti che sono diventati icone di Claudio Pescio edito da Giunti. Questo volume si presenta come un atlante visivo e concettuale che esplora il concetto di icona attraverso una galleria di volti femminili, noti e meno noti, selezionati secondo un criterio che è insieme storico, critico, simbolico e – come l’autore stesso chiarisce – inevitabilmente soggettivo.

Claudio Pescio, giornalista e saggista, è una delle voci più riconoscibili nel mondo della divulgazione artistica. È stato direttore responsabile della rivista Art e Dossier e ha collaborato con il Corriere della Sera e altri periodici culturali, distinguendosi per uno stile accessibile ma mai banale. 
Tra le sue pubblicazioni si ricordano volumi monografici su Leonardo, Botticelli e Michelangelo, in cui la precisione storica si accompagna a un gusto narrativo colto e limpido. Con Le Gioconde, Pescio compie un ulteriore passo, muovendosi dal racconto dell’arte al racconto delle immagini che ci guardano, ci interpellano, ci formano.


 

«Iconico – scrive Pescio nell’introduzione – è uno degli aggettivi più abusati del nostro tempo». Ma cosa rende un’immagine “iconica”? La capacità di imprimersi nel nostro immaginario collettivo, fino a diventare quasi indistinguibile dal concetto stesso di arte o di identità culturale. 
È questo il punto di partenza di un’indagine che interroga la memoria condivisa e i meccanismi attraverso cui un’opera d’arte si trasforma in simbolo. «Nel nostro caso, è un’immagine che ha avuto la capacità di imprimersi nella cultura popolare in modo permanente, fino a rendersi riconoscibile al di là del suo autore».

Lo sguardo della Monna Lisa di Leonardo è il primo e più emblematico tra questi volti. Pescio la definisce «la capostipite della categoria. Monna Lisa, la star del Louvre». Il potere che l’immagine esercita è tale da farla assurgere a “modello eponimo” della categoria delle icone, «un monumento, un monolite che la fama ha reso liscio come un albero della cuccagna».
Nel sommario del libro troviamo diciotto capitoli, ognuno dedicato a un volto: non necessariamente un ritratto, ma un’immagine che, come l’autore scrive, «condividono alcuni tratti comuni: fra tutti la leggibilità e la semplicità». La selezione è varia e sorprendente: si va dalla Ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer alla Ragazza con il cappello da fata (Hans Memling), dalla Madeleine penitente di Georges de La Tour fino alla Frida Kahlo delle spine e degli autoritratti. Tutte “Gioconde” nel senso ampio del termine: volti emblematici che racchiudono una tensione tra soggetto e icona, tra intimità e proiezione collettiva.


 

Tra i quadri più significativi che Pescio commenta con eleganza vi è La buona ventura di Georges de La Tour: la scena di furto compiuta da giovani zingare è interpretata come un’allegoria morale, dove l’autore evidenzia «una lezione di vita, un insegnamento morale che rinvia alla parabola evangelica del Figliol prodigo, alle scritture, al vino, alle taverne e ai bordelli». 
La sua scrittura illumina il quadro senza esaurirne il mistero, suggerendo spunti piuttosto che chiudere interpretazioni.

In un altro esempio raffinato, Pescio commenta l’enigmatica Madonna del Dittico di Melun di Jean Fouquet e il Ritratto di Maria Portinari di Memling. Qui sottolinea la capacità degli artisti fiamminghi di creare uno “spazio psicologico” intorno ai volti, offrendo «una relazione psicologica immediata, quasi tangibile, fra chi guarda e il soggetto dipinto».

Uno dei punti di forza del libro è lo stile: raffinato, denso di riferimenti ma mai accademico. La scrittura di Pescio si muove tra analisi lucida e digressioni colte. Ogni capitolo è una miniatura saggistica che può essere letta autonomamente, ma che nell’insieme disegna una mappa delle nostre emozioni visive. 
Il tono non è quello del manuale, ma del racconto guidato, di chi accompagna il lettore attraverso epoche e generi artistici con passo sicuro e sguardo curioso.
I temi affrontati sono molteplici: la serialità delle immagini, il culto del volto, la funzione sociale del ritratto, l’identità femminile nell’arte, ma anche la spettacolarizzazione del viso nell’era moderna. E proprio nella varietà dei soggetti – da Van Gogh a Marilyn Monroe, da Frida Kahlo a Che Guevara – emerge un’idea forte: le immagini non sono mai neutrali, ma rispecchiano desideri, paure e mitologie del tempo in cui viviamo.


 

Nell’ampia introduzione, Pescio si sofferma sulla natura mutevole delle icone, sull’arbitrarietà e sul desiderio che sottende ogni processo di canonizzazione visiva: «Ciò che è diventato icona lo è diventato per motivi che spesso sfuggono a un criterio oggettivo, ma che hanno a che fare con il desiderio, la memoria, la ripetizione, la leggibilità».
E ancora: «Non sono necessariamente “ritratti”... in questo caso spesso non sappiamo se siano ritratti di cui si è perso il riferimento personale o quelli che in olandese si chiamano “tronie”».
Il volume si distingue anche per l’eccellente qualità editoriale: fotografie di altissima risoluzione, una cura grafica sobria ma raffinata, una struttura che consente sia la lettura continuativa sia la consultazione episodica. Le Gioconde è un’opera da tenere sul comodino, ma anche sul tavolo dello studio: un libro che si può sfogliare come una galleria museale, lasciandosi affascinare da ogni volto che, pur muto, sembra voler raccontare la storia del mondo.

In un’epoca in cui le immagini sono inflazionate, Claudio Pescio ci invita a guardarle di nuovo, ma con più attenzione. Le Gioconde non è quindi solo un libro d’arte, ma un saggio sul nostro modo di vedere e ricordare. Un’opera colta, elegante, accessibile: destinata non solo agli appassionati, ma a chiunque voglia comprendere come e perché alcune immagini riescono, ancora oggi, a guardarci negli occhi e a restare impresse nella nostra memoria più profonda.


 

Le novità Audible del 2026

Per chi ai libri preferisce l’ascolto, o magari alterna l’audiolibro al volume tradizionale, non mancano di certo le proposte, specie quelle di Audible, che ha iniziato l’anno con numerosi titoli avvincenti. Ecco quindi alcune proposte di ascolto.
Vacanze sulla neve di Anna Premoli è narrato da Ludovica Cuppari e racconta la storia di Alessandra, che accetta, su insistenza della madre, di trascorrere il Natale in montagna a casa di amici di famiglia, sollevata dal fatto che Tommaso, il loro figlio, sarà via per un viaggio. Pur conoscendosi da anni, i due non vanno mai d’accordo, e Alessandra spera in feste tranquille. Ma il destino ha in serbo per lei sorprese inattese. Forse sarà costretta a rivedere molte delle sue convinzioni.  
La casa d’inverno è un’altra esclusiva Audible di Sue Watson con Sonia Barbadoro come narratrice. Una vacanza in montagna si trasforma in un incubo quando una telefonata della polizia annuncia un omicidio: i protagonisti sono gli unici sospettati. Tra tensioni familiari, ex mogli e il gelo che isola il lodge, ogni sorriso nasconde un segreto. In un’atmosfera claustrofobica, il pericolo si nasconde tra i presenti, in una lotta serrata per la sopravvivenza e la verità. 


 

Per 100 Giorni vede autrice Lara Adrian e narratrice Annachiara Repetto. A New York cercava un nuovo inizio, ma tra debiti e disperazione Avery Ross, artista in difficoltà, sembra destinata a fallire… fino a quando un lavoro da house-sitter la fa vivere come una principessa in un grattacielo. Ma nel suo castello si nasconde un lupo: Dominic Baine, miliardario dallo sguardo pericoloso, capace di accendere desideri irresistibili. Riuscirà Avery a resistere alla sua oscura tentazione, o si lascerà travolgere dal fuoco della passione? 
Contaminazione di Vittorino Andreoli, letto da Leonardo De Colle, racconta di come la paura della contaminazione abbia radici antiche e ci spinga a difendere la nostra identità, dalla religione alle gerarchie sociali. La pandemia ha amplificato questo meccanismo, mostrando quanto comportamenti simili emergano in tutto il mondo di fronte al pericolo. Vittorino Andreoli analizza come la negazione – dai no-vax ai no-lockdown – riveli la fragilità umana e il bisogno di trascendenza, costringendoci a confrontarci con limiti e realtà scomode. 

Continuiamo la lista delle esclusive Audible con la serie Misteri sotto l’albero: i grandi gialli, dove troviamo L’età del dubbio del grande Andrea Camilleri narrato da Massimo Venturiello. Nel porto di Vigàta viene ritrovato il cadavere sfigurato di un uomo in un canotto, trasportato da uno yacht di lusso. Mentre la proprietaria e l’equipaggio devono rimanere in città per l’inchiesta, il commissario Montalbano indaga su di loro, scoprendo lati inediti dei suoi sentimenti. In “la più marina delle indagini di Montalbano”, Camilleri ci porta tra yacht, misteri e introspezione. 
Altri titolo è Fate il vostro gioco di Antonio Manzini – narratore Pietro Sermonti –, che vede il ritorno di Rocco Schiavone, il commissario malinconico e coriaceo capaci di districarsi tra lavoro, ricordi e conflitti interiori. In questo romanzo ad alta tensione, l’omicidio di un pensionato del casinò di Saint-Vincent lo conduce nel mondo oscuro della ludopatia e del gioco d’azzardo, tra indagini intricate e colpi di scena che tengono il lettore con il fiato sospeso. 


 

Le figlie di Caino di Colin Dexter sono raccontate da Stefano Scialanga. Felix McClure, anziano professore universitario in pensione, viene assassinato con un’unica violentissima pugnalata. La totale assenza di indizi non è un ostacolo per il bizzarro ispettore Morse, che con il suo solito metodo inizia a congetturare astratte ipotesi una dopo l’altra finché, come sempre, non riuscirà a trovare la pista giusta. 
Pensavano fossi morta, scritto da Peter James e interpretato da Francesca Netto, vede protagonista Sandy, amata moglie del detective Roy Grace: la donna scompare misteriosamente, lasciando dietro di sé un passato oscuro e un presente complicato. Convinta della sua morte, la nazione tace, ma Roy dovrà affrontare le domande che lo tormentano da anni. In questo nuovo caso della serie di Brighton, il celebre detective affronta un’indagine personale e avvincente, tra mistero, suspense e colpi di scena. 

Cambiando genere, da non perdere Un duca di convenienza di Mariah Stone, una commedia leggera narrata da Marta De Lorenzis e Mino Manni. Lady Calliope Seaton, ribelle e indipendente, accetta un matrimonio di convenienza con il duca Nathaniel Fitzgerald per salvare il fratello. Tra trasferimenti a Mayfair, tre sorelle da proteggere e pericoli inaspettati, i due scoprono una passione travolgente. Lui, protettivo e ossessionato, lei audace e libera: riusciranno le loro differenze a separarli, o l’amore prevarrà su tutto? 
Cesare, il nuovo capolavoro di Alberto Angela, arriverà presto anche in audiolibro grazie alla voce di Andrea Failla. Partite con Giulio Cesare nella Gallia del 58 a.C., tra battaglie sanguinose, marce estenuanti e intrighi di palazzo. Alberto Angela ci guida in un’avventura che mescola storia, curiosità e vita quotidiana dell’epoca, con personaggi come Cicerone, Cleopatra e Marco Antonio. Tra il coraggio del condottiero e i suoi dubbi più nascosti, Il racconto rivive con il ritmo di un film e la precisione di ricostruzioni supportate dall’intelligenza artificiale. Disponibile dal 21 gennaio.

Il regno dei corvi – House of Pounding Hearts è il fantasy di Olivia Wildenstein letto da Valentina De Marchi. Per reclamare il trono della Luce, Fallon ha risvegliato un antico re alato, convinta di aver trovato un sostenitore; ma Lorcan, il Re Corvo, la tradisce e la tiene prigioniera, rivendicandone il possesso. Pur legata da un vincolo psichico, Fallon cercherà di tracciare il proprio destino lontano da lui, scoprendo però che il cuore ha catene impossibili da spezzare. Disponibile dal 30 gennaio.