
L’AUTORE, DUGAIN
|
Scrittori, editori, editor, interviste, recensioni, librerie, e-book, curiosità, retroscena, numeri, anticipazioni… Su Affaritaliani.it tutto (e prima) sull’editoria libraria |
LA TRAMA – Adolescente tormentato dall’angoscia, dotato di un corpo smisurato che non sa come abitare e del quoziente intellettivo di un genio, Al Kenner ha solo quindici anni quando uccide i nonni paterni a colpi di fucile. È il 22 novembre del 1963, il giorno dell’assassinio di John Kennedy e, per una grottesca coincidenza, anche quello che cambierà per sempre la vita del protagonista. Internato in un ospedale psichiatrico, Al ingaggia un combattimento disperato e solitario contro il male che lo pervade, contro un passato segnato dai soprusi della madre e dall’adorazione incondizionata per un padre remissivo. Cinque anni più tardi i suoi psichiatri lo dichiarano innocuo, restituendolo apparentemente guarito alla società. Ma l’illusione di poter condurre una vita normale cede presto il posto ai cattivi pensieri, e alla tentazione di trasformarli in realtà. Ispirandosi alla vita reale del serial killer Edmund Kemper – tuttora detenuto nel carcere di Vacaville per aver massacrato mezza dozzina di giovani autostoppiste – in “Viale dei Giganti” (Isbn edizioni, in libreria dal 14 novembre) Dugain (nella foto in alto) ci racconta il percorso interiore di un assassino fuori del comune. Ma “Viale dei Giganti” è anche una grandiosa storia on the road; un lucido affresco della società americana degli anni settanta, scossa dal movimento hippy e dalla controcultura, vista con l’occhio intransigente di un personaggio mostruoso e al tempo stesso profondamente umano.
GLI APPUNTAMENTI – Marc Dugain sarà a Torino, al Circolo dei lettori, il 18 novembre alle ore 17.30, e a Milano, alla Libreria Lirus, il 19 novembre alle ore 18.30. Tornerà in Italia anche nel 2014, in occasione del Festival de la Fiction Francaise.

L’AUTORE – Marc Dugain è nato nel 1957 in Senegal, e all’età di sette anni si è trasferito in Francia con la famiglia. Dopo la laurea in Scienze politiche e un periodo a capo di una compagnia di aviazione, a 35 anni ha pubblicato il suo primo libro, “La stanza degli ufficiali”. È autore di altri sei romanzi tradotti in tutto il mondo, tra cui “La maledizione di J. Edgar”, “Un’esecuzione ordinaria” e “L’insonnia delle stelle”. Dal 2001 vive in Marocco.
SU AFFARITALIANI.IT IN ANTEPRIMA IL DECIMO CAPITOLO
(per gentile concessione di Isbn edizioni)
(…) Guidando verso l’Oregon, uno stato in cui i puma mietono più vittime degli assassini, pensavo che mi sarebbe piaciuto entrare nelle forze dell’ordine, perché in fondo non avevo niente contro l’ordine. Ma sospettavo che, alla luce di quello che avevo appena fatto, non mi avrebbero accolto a braccia aperte. Ho incrociato dei poliziotti in Harley, andavano di fretta. Avevano tutta l’aria di cercare una station wagon grigia, ma non era quello il caso. Per il resto della giornata ho proseguito lungo strade secondarie. La mia stazza, unita al centro di gravità particolarmente basso, mi incollava alla strada che serpeggia fino al Crater Lake, al termine di una linea dritta senza fine, tracciata in un paesaggio dove gli alberi si scostano al transito di enormi camion fumanti. A quell’altitudine, ho cominciato a sentire freddo, malgrado l’equipaggiamento che mi ero comprato man mano: uno splendido giubbotto in pelle di cavallo, dei guanti con i polsini foderati in lana di pecora, un paio di stivali da trapper. Il bicilindrico a V emetteva un rombo rassicurante, mentre i miei pensieri tendevano a partire un po’ per la tangente. Avevo voglia di telefonare a mia madre per spiegarle il mio gesto. Ormai doveva esserne al corrente. Mio padre l’aveva sicuramente chiamata. E lei non doveva aver lasciato trasparire alcuna sorpresa. «Te l’avevo detto che prima o poi quel ragazzo sarebbe diventato un assassino.» Messa così, aveva ragione; del resto, non faceva che sbandierarlo ai quattro venti, come se non aspettasse altro che io realizzassi la sua profezia. E tuttavia mi chiedevo cosa avrebbe prevalso: la soddisfazione di avere avuto ragione o l’inconveniente di diventare la madre di un criminale? È lei che ha portato in grembo l’assassino, e non potrà mai sostenere il contrario. Mia madre, così perentoria, proprio lei che impartisce lezioni di morale al mondo intero, che disprezza tutto e tutti, aveva dato alla luce un adolescente omicida. Non avrei potuto infliggerle un’umiliazione peggiore. Avevo trasformato il suo utero in un fucile a ripetizione, e il godimento che ne traevo vacillava solo quando pensavo al futuro e alle complicazioni. Mi sono fermato sulla cima di un valico. Nel punto più alto, sul ciglio della strada, campeggiava un hotel per le vacanze estive. Era chiuso. A destra c’era un sentiero che proseguiva fino al Crater Lake. L’ho abbandonato per seguire la strada principale fino a un bivio dove ho svoltato a sinistra in direzione della 101. Lungo un ruscello c’erano delle piccole baite. Ho individuato la casetta di villeggiatura più isolata e ho scelto di sistemarmi lì. Ho sfondato la porta con una spallata e ho temuto che l’intera costruzione mi crollasse addosso. All’interno tutto era pulito e in ordine. Ho acceso il fuoco nel caminetto in pietra pregando che durante la notte non nevicasse. Mi sono scolato una bottiglia di whisky accingendomi a mangiare davanti al focolare. Non sentire altro che una distante ubriachezza mi ha depresso. Il vento si è alzato nel momento stesso in cui mi sono coricato, con gli occhi chiusi, disteso su un giaciglio duro, rannicchiato per non debordare da una parte o dall’altra. La natura non conosce il silenzio né il rumore. Non è come in città: quando si è immersi nella natura, tutto ciò che sentiamo tende unicamente a noi, a distenderci, sempre che si abbia fiducia nella vita selvaggia. Ho pensato ai miei nonni. Mi sono chiesto dove fossero adesso, se esistesse una sola possibilità che restasse qualcosa di quelle carogne destinate a decomporsi in attesa dell’arrivo di mio padre. Se le loro anime avevano preso la via del cielo, speravo che non si sarebbero ritrovate lassù: non avevo ucciso mio nonno perché subisse in eterno gli sfoghi della vecchia. Ho fatto un po’ il punto sul mio viaggio. Non sapevo quando mi sarei costituito, ma non volevo che la capitolazione avvenisse prima dei funerali. L’altitudine e la stanchezza hanno avuto la meglio, mi sono addormentato profondamente. Cominciavo a fare i primi incubi quando ho sentito del baccano provenire da fuori. All’inizio ho pensato che fossero gli sbirri venuti ad arrestarmi, poi ho capito che dovevano essere gli orsi che gironzolavano attorno alle borse della moto ancora piene di cibo. Sono uscito con il Winchester in mano e ho visto due coyote che tagliavano la corda, con la coda tra le gambe. Non sono riuscito a riaddormentarmi. Alle prime luci dell’alba, mi sentivo fiacco e il whisky mi risaliva alla testa. Ha bussato un tipo con una tazza di caffè in mano, a corto di zucchero. Gliene ho dato un po’. Ma non gli è bastato, voleva fare conversazione a tutti i costi. Succede spesso in questo paese. La gente cerca la solitudine, chissà perché, e poi finisce col farla pagare al malcapitato di turno, stordendolo di chiacchiere per ore. Era fiero di comunicarmi che l’assassino di Kennedy si era fatto ammazzare all’uscita di un commissariato, o un posto del genere. A ucciderlo era stato un certo Jack Ruby. Aveva fatto fuori il mio eroe. La cosa mi ha rattristato. Il tizio che mi parlava viveva poco più giù, facendo lavoretti da guardaboschi. Gli sono sembrato strano, per questa mia mania di pensare sempre a due cose alla volta che fa sì che spesso ci metta un po’ a rispondere. A prevalere è sempre l’argomento che mi crea maggiore ansia. Tanto più che non me ne fregava un fico secco della sua vita, che non era affatto straordinaria. E se pure lo fosse stata, mi avrebbe annoiato lo stesso. Quando ha voluto saperne un po’ di più sul mio conto, ho fatto lo struzzo, con la differenza che lo struzzo non assume l’aria torva che ho io quando decido che una conversazione è durata abbastanza. Si è scusato per il disturbo prima di andarsene, voltandosi a più riprese. Qualcosa, nel mio comportamento, l’aveva inquietato. Mi sono seduto sui due mezzi tronchi spaccati che fungevano da gradini, e ho guardato la moto. Non avevo più voglia di niente. Cercavo in me qualcosa per risvegliare il desiderio, ma non trovavo nulla. Ho lasciato la capanna chiudendo la porta dietro di me alla meno peggio, l’avevo conciata proprio male. La Indian si è messa in moto al primo tentativo e ho ripreso il viaggio verso il Canada, sapendo perfettamente che non avrei mai varcato il confine, perché non lo volevo più di quanto non lo volessero gli sbirri. La lenta discesa verso la pianura mi ha rimesso in vita. Infilavo i tornanti e l’aria fresca mi galvanizzava lo spirito. Aggredivo le curve, sperando che l’arrivo di un’auto o di un camion ponesse fine a una vita che si era messa troppo male perché potesse uscirne fuori qualcosa di buono. Ma non ho incrociato nessuno.
(continua in libreria)
