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La meta-letteratura di Riccardo D’Anna in Compro fallimenti

di   Lucilla Noviello

Il romanzo di Riccardo D’Anna, Compro fallimenti, Memori editore, inizia con una frase che è di per sé una enorme negazione. Lo è dal punto di vista del significato, non del significante: il verbo è espresso nella sua forma positiva, ma ciò che nega il suo senso è la più grande delle ambizioni umane – dopo il potere – ed è anche  uno degli intrecci che ha fatto muovere molta letteratura – e di conseguenza parecchia critica. Ma non solo. L’importante negazione di Roberto D’Anna ci appare anche come una citazione – sempre per assonanza di significato, non per precisione letterale – de Il mestiere di vivere di Cesare Pavese, ove quest’ultimo afferma – appunto – che soffrire, amare, sentire non serve a niente. Il romanzo perciò inizia come una storia – con un grosso io narrante che la scioglie per noi – di tipo sia realistico sia meta letterario. Eppure succede che mai, neppure una volta, il lettore si  accorga dell’artificio, o della finzione; del gioco sotteso; che possa distrarsi o annoiarsi. Roberto D’Anna – che non è uno scrittore di gialli – semina indizi come fossero sassolini di una fiaba. E lì dove nega – con le particelle grammaticali – afferma che se la morale – quella della felicità – non serve a niente, il vero piacere risiede proprio nelle cose che non hanno utilità alcuna. Perché l’inutile contraddice i sistemi sbagliati. Come massimamente accade nell’arte. In questo romanzo però abitano sia personaggi reali sia eventi realmente accaduti: ci sono poeti – con nome e cognome –  oppure giornalisti. E alcuni momenti della storia. D’Anna esprime le sue sintesi – attraverso l’uso di brevi dialoghi o la narrazione di brevi episodi – nelle quali la sua lucidità mentale, lo stile composto, la conoscenza della lingua che gli permette una fluidità rara tra gli scrittori italiani contemporanei – compensa qualsiasi possibile reazione emotiva. La commozione esiste nel passato e nella delicatezza di alcuni ricordi del personaggio – una delicatezza che D’Anna sa costruire attraverso la lingua –  nel suo profondo rispetto per la compostezza di alcune persone – molte delle quali scomparse. L’arte di D’Anna risiede in questo saper evocare, con garbo leggero e inaspettato, la profondità di chi è stato vivo, magari a compilare parole crociate, ma buono e necessario attraverso canoni completamente diversi da quelli applicati dalle regole della sociologia economica. La sua arte sta nell’esprimere il dubbio sulla positività di un’esistenza, purtroppo legata al denaro o ad altre cose che servono – che non si curi della bellezza, neppure di quella di chi osserva. Attraverso la memoria di un personaggio che inaspettatamente si innalza come piccola memoria collettiva, accade che costui – e soprattutto il lettore – si domandino come sia possibile con tanta semplicità descrivere un Paese marcio, semimorto, senza farne sentire il terribile odore e senza che l’eclatanza di tutto ciò non costringa a una radicale trasformazione. Sia il personaggio che il lettore si domandano, ancora, nella loro saggezza letteraria, dove muoia l’arte e insieme con essa anche tutto il resto.

Riccardo D’Anna, Compro fallimenti, Memori editore. Pagg. 135. Euro 14,50.