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Memorie postume di Brás Cubas, capolavoro di Machado de Assis riedito da Fazi

A chi non avesse mai sentito parlare di Joaquim Maria Machado de Assis, basti sapere che è considerato uno dei maggiori scrittori brasiliani e sudamericani. Le sue opere sono state lette e studiate per decenni nelle scuole brasiliane, apprezzatissimo dal premio Nobel portoghese José Saramago, da Woody Allen, Dave Eggers e molti altri.

La stessa storia di Machado de Assis sembra uscire direttamente da un romanzo di Charles Dickens. Nasce a Rio de Janeiro nel 1839, in una famiglia di umili origini, meticcio, di fragile costituzione, epilettico, balbuziente, tormentato da drammi familiari, quali la morte prematura della madre e della sorella. Costretto a svolgere lavori sfiancanti fin da adolescente, riesce comunque a proseguire gli studi umanistici, preservando la sua indole modesta anche dopo aver raggiunto il successo letterario.

“Memorie postume di Brás Cubas” – edito da Fazi Editore – è una piccola perla di ironia e sottile analisi psicologica della condizione umana, che lo rendono un romanzo universale e senza tempo, come solo i grandi classici sanno essere. Il racconto, inizialmente pubblicato a puntate sulla “Revista Brazileira” agli inizi degli anni Ottanta dell’Ottocento, fu poi rivisto e raccolto in un libro.

Già dalla dedica di apertura ( “Al verme che per primo ha corroso le fredde carni del mio cadavere dedico come caro ricordo queste Memorie Postume”) è evidente che ci si trova di fronte a un’opera unica. Il protagonista Brás Cubas non chiarisce bene “lo straordinario procedimento impiegato per comporre queste Memorie, su cui ho lavorato qui nell’altro mondo”; di certo non si conoscono altre autobiografie che inizino a raccontare i fatti dal giorno della morte, a ritroso.

Il romanzo è fatto di capitoli brevi, salti temporali, digressioni nelle quali l’autore rende apertamente omaggio a Lawrence Sterne e al suo “Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo”. La lettura resta piacevole e coinvolgente, anche grazie all’ottima traduzione di Daniele Petruccioli.

Machado de Assis delinea i tratti di personaggi indimenticabili: il ladro-mendicante-filosofo Quincas Borba (che diventerà il fulcro di un altro romanzo dell’autore); Lobo Neves, il “cornuto” disposto a tutto pur di evitare scandali che smuovano l’opinione pubblica e mettano a rischio la sua carriera politica; dona Plácida, la mezzana di umili origini che, dopo una vita di miseria, umiliazione e inganni, viene privata di un tranquillità infine raggiunta a causa del tradimento perpetrato dalla persona da cui si credeva amata.

Tra le vicende buffe e ironiche l’autore inserisce “qualche mugugno un poco pessimista”: è proprio qui che Machado de Assis mostra se stesso e il suo pensiero, mettendo a nudo la pochezza della vanità, la fuggevolezza dell’amore e della bellezza, la superficialità dei rapporti familiari, l’egoismo della politica e la vaghezza delle risposte date da filosofia e religione.

Memorie postume di Bras Cubas
 

È il velo che ricopre la realtà, come insegnato da Schopenhauer, che Machado de Assis vuole sollevare, intendendo così mostrare la condizione umana, fatta di miseria e della continua ricerca di un riparo dal dolore. Ma non è un soltanto un velo dei sensi, è anche un velo che costruiamo noi stessi, fatto di egoismo, avidità ed egocentrismo. Dopo un funerale Brás Cubas, uscendo dal cimitero, afferma: “Ogni epitaffio è l’espressione del pio, segreto egoismo che induce gli uomini a strappare alla morte almeno un lembo dell’ombra che fu. Di qui, forse, l’inconsolabile tristezza di chi vede i propri cari sepolti in una fossa comune; quasi che quell’imputridirsi anonimo possa contaminare anche loro”.

Quest’ amarezza di fondo ha un gusto agrodolce, stemperato in parte proprio dall’ironia, dal sapersi vedere per quello che si è, dal riconoscere i propri limiti e difetti e magari anche sorridere dei propri fallimenti perché, in fondo, non hanno grande importanza. Sono le lezioni di vita del grande Michel de Montaigne, un uomo che, rielaborando gli antichi greci e romani, ha fatto della ricerca introspettiva volta a conoscere se stessi la ragione stessa della sua vita: “Mi sembra che la nutrice delle più false opinioni, e pubbliche e personali, sia la troppa buona opinione che l’uomo ha di sé”.

Machado de Assis  è davvero colpevolmente poco considerato nel panorama letterario italiano; dello stesso autore vale la pena ricordare anche “Don Casmurro”, considerato il suo capolavoro, pubblicato da Fazi Editore.

 

 

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