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Per Einaudi Questo viaggio chiamavamo amore di Laura Pariani

Per Einaudi Questo viaggio chiamavamo amore di Laura Pariani
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Di Alessandra Peluso

“Questo viaggio chiamavamo amore” di Laura Pariani conduce a vivere atmosfere immaginifiche e reali tra la poesia e la vita del poeta Dino Campana. La nostalgia del ricordo vivido troneggia nel racconto, romanzato, di un viaggio che percorre Campana per sfuggire dal paese odiato, dalla madre, dai manicomi e ritrovare l’amore di sé e della poesia.
Laura Pariani racconta dei viaggi del poeta in Argentina e poi di quello probabile in America nel 1907; non si hanno, infatti, fonti attendibili di quest’ultimo e se qualcuno lo ha nominato poeta dei due mondi, c’è chi come Ungaretti sosteneva che quel viaggio in America non l’avesse mai fatto.
Per tali ragioni, l’autrice fa suo, il modo visionario del poeta di immaginare, prevedere, in modo tale da concedere un magico viaggio al lettore che si immerge, vivendo la fiammeggiante vitalità di Dino Campana, della sua fuga e quella riguardante la vita in manicomio a Castel Pulci, con un bizzarro psichiatra e amante della poesia, Carlo Pariani, e il meschino infermiere Calibàn.
Emerge nel libro l’eco dei Canti Orfici di Campana, ma in particolare la sensibile penna di Laura Pariani nel descrivere il vagare di una personalità sola quale quella di Campana, incompresa come molte, che ricercano l’amore e il senso della vita. Complicato trascorrere gran parte del tempo da internato, senza saperne nemmeno il motivo, tragico, tanto da chiederlo lo stesso poeta al dottor Pariani: “Perché sono malato? Che cosa mi ha fatto impazzire?”. (p. 107).
Si alternano giustappunto al “viaggio chiamato amore” nella bellissima Argentina, le avventure di Dino Campana e la vita terrena da internato. Qui si colgono il piglio emotivo dello scrivere poesia e l’insensatezza della gente comune che, nell’epoca nella quale ha vissuto Campana, era dilagante.
Si tratta di un intenso e appassionante romanzo “Questo viaggio chiamavamo amore” di Laura Pariani, la scrittura poi accattivante avvicina ad un mondo drammatico quello dei manicomi, realtà condivise da molti poeti, filosofi, letterati, i cosiddetti “folli”, così erano considerati gli avventurieri, i ribelli, chi insomma si opponeva al conformismo, al perbenismo come accade allo stesso Rimbaud, la cui vita è stata accomunata a quella di Campana.
E allora si legge: “Il medico scorre per la seconda volta la cartelletta in cui è riassunto il destino di pazzia e poesia del ricoverato. Chissà, forse non c’è poi una gran differenza tra l’essere poeta e l’essere matto, pensa il medico deponendo il fascicolo sulla scrivania”. (p. 45).   
Ecco, il romanzo “Questo viaggio chiamavamo amore” di Laura Pariani sembra essere un omaggio ad uomo dimenticato dalla critica, dall’Italia contemporanea, dove occorre dire poche sono state le pubblicazioni, oltre ad uno straordinario film di Michele Placido nel 2002 dedicato all’amore tra il poeta e Sibilla Aleramo. Non si possono, tuttavia, dimenticare quei poeti come Mario Luzi che, al contrario, hanno tentato di far rivivere la sua poesia; e in queste parole si legge tutta l’ammirazione di Luzi per l’uomo e per il poeta: “Campana è il primo poeta che ho letto, da adolescente, nel 1928. Nei suoi versi vibra il sogno non solo del poeta, ma dell’ Italia intera con i suoi miti, la sua cultura: un sogno che Campana da una consistenza lirica dove il passato confluisce in un desiderio di avventura poetica, stilistica mossa da un’ansia di rinnovamento, di sperimentazione: nei Canti Orfici c’è Carducci, c’è Pascoli, dai quali aveva ricavato la sua purezza  d’anima”. (la Repubblica.it, 7 marzo 2004).
D’altro canto, Laura Pariani, scegliendo il romanzo, come un genere letterario coinvolgente, tratta di un poeta emarginato, affrontando problematiche attuali e appassionando persino coloro che non conoscono il giovane Dino Campana.