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viva il re
 
travaglio napolitano 500
 

Così Travaglio presenta il nuovo libro: "Quella che state per leggere non è una biografia. Ce ne sono già fin troppe, una se l’è addirittura scritta lui. Questo è ciò che manca nelle altre. La controstoria del primo presidente della Repubblica che ha concesso il bis, contro lo spirito della Costituzione e contro tutto quello che aveva giurato fino al giorno prima della sua rielezione. Alla veneranda età di ottantotto anni: quando un cittadino non può più guidare l’automobile. Ma lo Stato sì... Qui si racconta il suo lato B, finora – salvo rare eccezioni – ignorato o relegato nel dimenticatoio, alla voce “lesa maestà”. Di cose che non vanno, nella sua carriera e soprattutto nei suoi sette anni e mezzo al Quirinale, ma anche prima, ce ne sono parecchie: pensieri, parole, opere e omissioni. In un altro paese, un paese davvero democratico intendo, se ne discuterebbe liberamente e laicamente. In Italia è come se fosse vietato. Tabù. Non lo è (ancora) per legge: lo è nei fatti... Fra uno strappo oggi, una forzatura domani e un abuso dopodomani, Napolitano è diventato quello che tutti vediamo: il capo dello Stato di Emergenza, di Eccezione e di Necessità, che tutto può, anzi tutto deve... Può un presidente della Repubblica che ha giurato sulla Costituzione – quella vera, quella del 1948 – modificarla progressivamente a sua immagine e somiglianza, e intanto sollecitare continuamente i partiti a riformarla?... In questi anni di democrazia sottovuoto spinto, per mancanza di veri politici e di una vera politica, l’unico disegno politico chiaro e netto è stato ed è il suo. E lui lo persegue con certosina, scientifica, pervicace metodicità"

 

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(per gentile concessione di Chiarelettere)

 

Giorgio & Silvio, prove tecniche di inciucio

Il 27 e 28 marzo 1994 l’Italia torna alle urne con tre anni di anticipo per le prime elezioni politiche del post-Tangentopoli, o della Seconda repubblica. Vince Silvio Berlusconi e Napolitano lascia la presidenza della Camera per tornare deputato semplice. Ma quando il Cavaliere presenta il suo governo a Montecitorio, Achille Occhetto incarica proprio lui di parlare a nome del partito. Dopo una campagna elettorale al calor bianco, Napolitano coglie l’occasione per ribaltare la linea del partito, con un discorso tutto zucchero e miele. Auspica persino «una linea di confronto non distruttivo tra maggioranza e opposizione». Poi aggiunge un monito: «Siate misurati e saggi, colleghi della maggioranza. L’opposizione non deve impedire che si deliberi in parlamento, ma ha ragione di esigere misura e correttezza, riconoscimento e rispetto dei propri diritti. L’opposizione non deve impedire che questo governo governi». Crede di essere a Westminster. Infatti Berlusconi, che tuona un giorno sì e l’altro pure contro i comunisti che mangiano i bambini, non crede alle sue orecchie: si arma di un sorriso a trentadue denti, scende dal banco del governo, attraversa l’emiciclo, sale fino allo scranno di Giorgio ’o Sicco e gli stringe affettuosamente la mano, elogiandolo come «oppositore corretto, all’inglese». Da allora, come già per Kissinger, Napolitano diventa il suo «(ex) comunista preferito» (almeno fino all’avvento di D’Alema in Bicamerale, e poi di nuovo dopo la sua elezione a presidente della Repubblica). Nell’autunno del 1994 Giuliano Ferrara, che conosce Napolitano come le sue tasche per la comune militanza nel Pci amendolian- migliorista e ha avuto modo di apprezzarlo nell’età dell’oro craxiana, suggerisce al Cavaliere di raccogliere il «discorso della mano tesa» e di sdebitarsi con il suo autore nominandolo commissario europeo. Berlusconi ci pensa a lungo, ma alla fine opta per Emma Bonino, anche lei da contraccambiare per l’appoggio a Forza Italia dei Radicali di Pannella (deluso per la mancata nomina a ministro degli Esteri). I destini di Giorgio e Silvio tornano a incrociarsi nel gennaio del 1995, poche settimane dopo la caduta del primo governo Berlusconi per mano di Umberto Bossi. La nuova maggioranza Lega-centrosinistra, che si appresta a sostenere il governo tecnico di Lamberto Dini (con l’astensione di Forza Italia, An e Udc), elegge Napolitano alla Commissione speciale per il riordino del sistema radiotelevisivo, ideata dalla presidente leghista della Camera Irene Pivetti. Nel novembre 1994, infatti, la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale la legge Mammì sulle tv che consente alla Fininvest di possedere tre reti televisive in barba a ogni minimo criterio antitrust. Insomma il Biscione deve vendere Rete 4 oppure spedirla su satellite. E il parlamento deve riformare la Mammì, anche perché incombono i referendum di primavera promossi da alcuni comitati e partiti di sinistra per imporre un limite antitrust di una sola rete per ogni editore e per abolire gli spot nei film trasmessi in tv. Berlusconi, per dovere d’ufficio, tuona: «La nomina di un comunista a capo di una commissione parlamentare è un fatto di straordinaria gravità». Napolitano non perde la calma:

La dichiarazione di Berlusconi può solo farmi sorridere e non mi distoglierà dall’impegno di garantire un confronto costruttivo, nel rispetto di tutte le posizioni. Berlusconi si espresse ben diversamente con me e su di me, quando chiese la mia disponibilità alla nomina a commissario europeo: metterò le qualità che allora mi venivano riconosciute al servizio di una soluzione equilibrata per la riforma tv. Riformeremo la legge Mammì come ci impone la sentenza della Corte costituzionale.

Ma lo sa anche il Cavaliere di non aver nulla da temere. Infatti la Commissione Napolitano concluderà i suoi lavori (si fa per dire) con un beneamato nulla di fatto. E la Fininvest si terrà le sue tre reti, compresa quella abusiva, in saecula saeculorum. Il 3 maggio, sempre del 1995, un’indagine della Procura di Napoli apre un inatteso squarcio sui rapporti fra Napolitano e il gruppo Berlusconi. Viene arrestato il responsabile della Fininvest in Campania, Maurizio Iapicca. È accusato di aver pagato tangenti e fatto favori alla «trimurti» Pomicino (Dc)-Di Donato (Psi)-De Lorenzo (Pli) attraverso due emittenti televisive locali (Canale 7 e Canale 8), occultamente controllate dai tre politici. In pratica la Fininvest, tramite Iapicca, avrebbe regalato programmi (compreso lo scollacciato Colpo grosso) per una decina di miliardi alle due tv, usate come serbatoio di fondi neri dai tre politici. In cambio il trio avrebbe garantito un occhio di riguardo in sede di attuazione della legge Mammì. Nell’ufficio del manager – subito scarcerato perché reo confesso – viene trovata una lista di sedici politici di vario colore, classificati in base alla loro presunta vicinanza alla Fininvest: «già in rapporti», «in buoni contatti», «vicini», «molto amici», «in collegamento» e così via. Nella categoria «vicini» compare, fra gli altri, il nome di Giorgio Napolitano. Tutti gli interessati, ovviamente, negano. Napolitano minaccia querele. Uno solo ammette: è il socialista Luigi Vertemati, che però tiene a precisare di aver avuto contatti anche con la Fiat, la Pirelli, l’Eni, l’Olivetti, l’Enel e così via. Iapicca poi si salverà grazie alla prescrizione e se ne andrà in pensione. Ma nel 2008 verrà improvvisamente riesumato da Berlusconi, che lo candiderà nelle prime elezioni indette da Napolitano presidente della Repubblica. E, grazie al Porcellum, lo farà eleggere deputato del Pdl. A Montecitorio l’onorevole Iapicca non lascerà gran traccia di sé, pur vantando un indice di presenza alle votazioni dell’85 per cento, sempre a sostegno del terzo e ultimo governo del capo. Nessun disegno di legge, nessuna mozione, nessuna interpellanza, quattro sole interrogazioni. Una presenza discreta e silenziosa. Quasi un monito vivente, perché chi ha orecchi per intendere intenda. Il 6 dicembre 2007 il presidente Napolitano renderà visita alla sede della Mondadori, la casa editrice scippata nel 1991 da Berlusconi a Carlo De Benedetti grazie a una sentenza comprata da Cesare Previti con soldi della Fininvest. E dirà estasiato: «La casa Mondadori è parte integrante della nostra comunità nazionale. È un patrimonio che appartiene a tutta l’Italia». Le stesse parole che Massimo D’Alema aveva pronunciato nel 1996, in visita a Mediaset.

(continua in libreria)

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