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MediaTech

di Karim Bartoletti, socio ed executive producer Filmmaster Productions

La Grande Distanza, ovvero un pippone per raccontarvi come noi stessi creiamo la distanza fra ciò che vorremmo e ciò che poi sarà l’evoluzione delle nostre stesse idee creative.

Inizio la giornata con un pensiero legato ad un post che ho letto ieri sulla pagina di Ago Panini , regista amico e compagno di molte battaglie in passati ormai remoti.

Ago racconta della distanza che si crea fra i brief che prendiamo (punto A) e i progetti finiti (punto B). Racconta del fatto che c’è una distanza enorme fra le parole dette all’inizio di un progetto e ciò che poi è il progetto finito che si vede in televisione…e questa distanza non sembra accorciarsi con il tempo, anzi.

Le parole di Ago mi fanno venire in mente un progetto che volevo fare anni fa per far capire ‘visivamente’ questo problema, che non è solo italiano, ma più italiano che internazionale.

 Il progetto sperimentale era più o meno questo:

1) vai ad un brief qualsiasi e accendi il microfono del tuo smartphone registrando l’interezza del medesimo brief, inclusivo di riferimenti ai film che hanno vinto Cannes, che bisogna usare come base di partenza (a volte d’arrivo), e i riferimenti ai migliori registi del mondo che sarebbe bello poter chiamare anche se il budget fa ‘cagare’.

2) vai e fai la gara

3) vinci e/o perdi la gara

4) a film finito, quando lo spot è on air, lo prendi, gli togli la traccia audio e la sostituisci con un ‘best of’ delle cose dette al brief. (mi rendo conto che la traccia audio potrebbe essere più lunga del film 30″ ma si può tranquillamente mettere il film in loop per la durata della traccia audio ricreata).

5) il nuovo contenuto creato usando le parole del brief come traccia del film on air ti faranno di botto capire quanto spazio si sia creato fra il punto A ed il punto B.

Se l’avessi fatto, avrei rischiato però di non farmi tanti amici, perché in pochi avrebbero capito il discorso più ampio che intendevo fare (che è poi quello che fa Ago nel suo post) e molti l’avrebbero preso come attacco personale, attacco al cliente e all’operato dell’intera agenzia. Ovviamente, invece, un tale disastro non era, non è e non sarà mai il mio obiettivo.

Partendo dal presupposto che, come già specificato, l’enorme distanza fra A e B non è ‘problematica’ solo italiana, e quindi lungi da me innescare il solito e ‘lamento’ italico, resta il fatto che la modalità operativa di come da noi il processo si svolge enfatizza la distanza.

Mi spiego: da noi ci si basa su un modello di flusso lavorativo che non crea un filtro produttivo all’interno dell’agenzia tale da dare a monte una direzione creativa alla produzione, prima, dunque, di chiamare ‘i fornitori’. In Italia, insomma, la ricerca produttiva non si fa dentro l’agenzia, ma richiesta al di fuori. Il tutto aggravato dal fatto che tutti noi creativi, in ogni ambito del business, complice un mondo ormai globale, crediamo di sapere e di poter sapere tutto, certi che essere connessi ci dia l’informazione giusta. Così si crea un estraniamento fra ciò che si vorrebbe fare per un progetto e ciò che è possibile e giusto fare per quel progetto.  Dunque, la grande distanza fra A e B si crea qui.

Negli anni in cui ero in agenzia, dicevo ai miei creativi:

“Ogni foglio di carta sulla quale è scritta o disegnata un’idea deve essere stretch-ata e allargata in fase produttiva oltre i confini del foglio di carta stesso per far sì che l’idea stessa migliori. Perché il nostro lavoro non è eseguire un progetto e basta, ma migliorarlo.

Nello stretch-are il progetto, però, bisogna che ci si renda conto del ‘punto di rottura’, perché ad un certo punto il foglio si strappa e l’idea che lì sopra c’è si rovina.”

Ecco, quanto mi preme dire è come tutto ciò non sia sempre chiaro a tutti coloro con cui lavoriamo e che non è sempre scontato abbiano munizioni adeguate per capirlo e spiegarlo ai propri clienti. E’ un grande peccato.

Se riuscissimo ad acquietare lo stress legato alla fase produttiva, capendo che non c’è un modo solo per fare un lavoro bene, ma che ve ne è più d’uno, potremmo scegliere sapendo che non c’è differenza qualitativa fra quelle scelte nel ‘modo del bene’. Scegliendo di rimanere in quei 2, 3, 4 modi per fare bene un progetto, decidiamo di conseguenza di non fare il progetto male. Ed è questa la cosa più bella del lavoro che facciamo tutti. Perché ciò che consideriamo il bene del progetto non è sempre e solo legato ai soldi, è legato al progetto produttivo in grado di diminuire la distanza fra le aspettative e il progetto finale.

Se le aspettative non verranno intersecate con talento, tempi, possibilità, richieste e costi, allora non potranno essere fatte le scelte giuste e neppure  i giusti compromessi (qui nell’accezione positiva del termine).

I migliori creativi e produttori e registi con i quali abbia mai lavorato nella mia vita erano sempre quelli che capivano i limiti del foglio di carta che avevano in mano nella fase produttiva e che al contempo rispettavano le scelte fatte per la fase produttiva, in maniera da non combatterle, ma di abbracciarle per il bene del progetto.

Quindi, essere consapevoli dei limiti del foglio di carta è il primo segreto per diminuire la distanza fra A e B. Gli altri segreti non ve li dico… perchè ci vorrebbe troppo tempo e poi perché rischierei di farmi ancora più nemici di quelli che mi sono già fatto con questo post.

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