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Il Paese è in ritardo rispetto ad altre nazioni, ma le potenzialità dell'e-commerce sono in crescita anche in italia: se n'è discusso stamattina nel corso della presentazione di un'indagine sullo sviluppo del commercio online realizzata da GfK Eurisko per UPA e Google. In Italia, negli ultimi 5 anni, l'e-commerce ha realizzato 10 miliardi di fatturato, e interessa ormai quasi 13 milioni di consumatori: "Un settore che, secondo le nostre previsioni, nei prossimi cinque anni passera' dai 10 ai 50 miliardi, con almeno un miliardo di investimenti pubblicitari aggiuntivi" spiega Lorenzo Sassoli de Bianchi, presidente di UPA.

L'indagine, condotta su un campione di 1000 responsabili degli acquisti, si concentra sui beni di largo consumo e mostra che oltre il 40% degli interpellati apprezza molto il risparmio di tempo e la facilità offerta dalla spesa online, mentre il 37% riconosce la possibilità di accedere a promozioni vantaggiose e addirittura il 60% si attende un rilevante ampliamento dei processi di acquisto online nell'arco dei prossimi dieci anni. A frenare gli italiani dalla spesa via web è, nell'82% dei casi, la "smaterializzazione degli acquisti", ovvero l'impossibilita' di toccare e verificare con mano prodotti come alimentari, bevande, detersivi. Ed è su questo punto che le imprese italiane devono investire, spiega Carlo D'Asaro Biondo, presidente Google per l'Europa Meridionale e Orientale, l'Africa e il Medio Oriente, perché "se le aziende italiane non iniziano a innovare non potranno piu' difendersi": "In Italia il sito online e' visto troppo spesso come una vetrina, mentre invece deve essere l'appendice finale di un'azienda, la porta ultima tra logistica, stock, etc...".

Nell'ultimo anno, il 20% del commercio online delle aziende passato attraverso Google Italia era diretto all'export, racconta D'Asaro Biondo, segno che le nostre imprese stanno cercando di superare la crisi attraverso un'internazionalizzazione che deve passare necessariamente dal web. "La chiave sta nell'utilizzo intelligente della telefonia mobile - sostiene D'Asaro Biondo - e se il rispetto della privacy e il consenso dei consumatori al trattamento delle informazioni e' alla base del nostro lavoro, dire che non vogliamo creare banche dati e' come dire che non vogliamo migliorare la qualita' della vita dei consumatori". Secondo Biondo "e' necessario un confronto piu' sereno sul tema" perche' "lo smartphone, uno strumento che sa di noi almeno quanto ne sa il nostro coniuge, chiudera' il cerchio tra le richieste del consumatore e le offerte delle aziende".

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