Affaritaliani compie 30 anni, il direttore Scotti: “La nostra libertà ci ha permesso di conquistare uno zoccolo duro di lettori che nel tempo si è rafforzato e cresciuto”
“Abbiamo compiuto 30 anni: una ricorrenza straordinaria che ci rende particolarmente orgogliosi, perché siamo stati i primi a essere interamente online, e siamo stati i primi a credere nel fatto che Internet fosse il futuro dell’informazione e non un collaterale. E da lì abbiamo iniziato la nostra avventura. Un’avventura che ci auguriamo possa durare per altri 30 anni e anche di più”. Così il direttore di Affaritaliani Marco Scotti, ospite nel programma di Maria Latella “Nessuna è perfetta”, commenta ai microfoni di Radio 24 il 30esimo compleanno di Affaritaliani. Un traguardo importante che è stato festeggiato alla Fondazione Rovati, a Milano, con diversi ospiti d’eccezione tra mondo politico, economico e dell’informazione.

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Su Radio 24 l’intervista di Maria Latella al direttore di Affaritaliani Marco Scotti
Ma chi erano i primi lettori di Affaritaliani e come sono cambiati nel corso degli anni?
Insomma, i lettori di Affaritaliani erano dei pionieri di Internet, quindi delle persone che si avvicinavano alla rete in qualche modo con curiosità, studiando questo nuovo mezzo di comunicazione che nel 1996 era veramente pioneristico. Ti faccio soltanto un esempio, per registrare la testata al Tribunale di Milano si è dovuto spiegare alla funzionaria esattamente che cosa fosse una testata online perché non lo sapevano, non capivano e quindi anche lì c’è stata una trattativa. I lettori all’epoca erano giovani, erano persone che avevano voglia di scoprire nuovi modi di comunicazione, interessate alle nuove tecnologie che si stavano diffondendo. E quello zoccolo duro ce lo siamo portati dietro per 30 anni, perché abbiamo ancora quei lettori che ci seguono, ci leggono, ci commentano, ci criticano anche e poi nel frattempo ci siamo arricchiti di tante altre figure e persone che progressivamente hanno iniziato a seguirci.
Ma 30 anni dopo il problema non è più stare online: è essere riconoscibili e scelti. Qual è il tratto distintivo di Affaritaliani? Come riuscite a farvi scegliere in un contesto che ormai vede l’informazione sempre più legata ai social?
A me piace pensare che noi siamo riconoscibili prima di tutto perché abbiamo un grande vantaggio competitivo su tante altre testate, cioè che siamo liberi, non abbiamo esigenze editoriali di rispondere ad alcun tipo di logica che ci impone di stare da una parte o dall’altra, e questo è stato un grande vantaggio. A volte ci è stato detto che eravamo fin troppo liberi, quasi garibaldini, ma questa nostra libertà di muoverci, di esprimerci, di raccontare il mondo, di raccontare soprattutto l’economia- perché noi siamo sempre stati prima di tutto un giovane che si occupava di economia e poi accascata anche di tutto il resto- ci ha permesso veramente di conquistare uno zoccolo duro di lettori e poi di continuare a farlo crescere. Oggi ancora chi legge Affaritaliani lo fa soprattutto perché sa che troverà le notizie del giorno, ma anche dei tagli diversi, delle angolature diverse da cui raccontare i fenomeni su tutto quello che sta succedendo nel mondo.
Tempo fa il direttore di Le Monde mi ha detto di aver fatto un contratto con OpenAI, trattando e stabilendo una monetizzazione per i contenuti. Rispetto all’intelligenza artificiale, qual è la tua posizione e quella del giornale?
Affaritaliani, lo diciamo apertamente, sta sperimentando l’intelligenza artificiale. Io penso, ma tutta la redazione lo pensa come me, che sia inutile opporsi a un fiume semplicemente con le proprie mani e che di conseguenza sia necessario invece adattarsi e capire cosa sta succedendo. L’intelligenza artificiale in quanto tale come tutte le evoluzioni tecnologiche non è di per sé pericolosa o vantaggiosa. Lo è l’utilizzo che ne viene fatto, quando diviene un sostitutivo della pratica giornalistica. Quello è il vero pericolo, secondo me, dell’intelligenza artificiale. Il fatto che il giornalista che deve scrivere di qualsiasi tipo di argomento si adagi sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale scrivendo tre righe di spiegazione al bot di turno in cui vengono contenute le informazioni principali che vuole trasmettere e poi sia semplicemente l’agente di intelligenza artificiale che si occupa di scrivere l’articolo. Questo è il vero pericolo.
Usare l’intelligenza artificiale per sgrossare il nostro lavoro, per trovare delle informazioni, per trovare delle fonti, per quanto riguarda è un modo intelligente di utilizzo. Il rischio però, secondo me, è ancora una volta che l’intelligenza artificiale sia molto più avanti del mondo dell’editoria quando si tratta poi di parlare anche di ricavi. Se tu vedi ad esempio su Google, molto spesso le ricerche vengono aggregate in modo autonoma dell’intelligenza artificiale di Google che restituisce dei premasticati, quindi delle informazioni già in qualche modo raccontate dall’intelligenza artificiale e categorizzate con i vari siti di riferimento. Questo è il vero pericolo, secondo me.
Ma tu te ne accorgi se un tuo giornalista ti propone un articolo totalmente preparato con uno dei nostri, come dire, ormai suggeritori, neanche occulti, dichiarati?
Sì, si vede chiaramente. Soprattutto c’è un tool, come Chatgpt, che ha un modo di scrivere molto riconoscibile. Se ci fai il caso, in genere gli aggettivi sono tre, il tono dell’articolo è sempre enfatico, in positivo e in negativi, ci sono periodi brevi, a capo spesso, quindi c’è una grammatica, una sintassi facilmente riconoscibile. E quindi ovviamente i miei redattori, quando vengono scoperti in questo modo, vengono naturalmente ripresi. Ma non peraltro, perché questo è proprio un errore per la loro crescita: sfidarsi totalmente e ciecamente all’intelligenza artificiale, non perché ci sia niente di male nel velocizzare il lavoro attraverso l’impiego di questi tool, ma perché rendono poi il nostro lavoro più meccanico, meno entusiasmante, meno di relazioni e molto più semplicemente di semplice inserimento dati. Ecco, diventa quasi un lavoro schematico e ripetitivo.
Qual è la notizia che ti piacerebbe poter annunciare, in esclusiva o no, non dico nei prossimi trent’anni, ma diciamo nei prossimi mesi?
Ce ne sono due, in realtà, che mi piacerebbe molto poter annunciare. La prima è quella della fine delle ostilità in medio Oriente, e poterlo fare l’anteprima magari anche avendo dei documenti che testimonino questa bella notizia. Quello mi piacerebbe molto. La seconda è una intervista: sarei molto curioso di intervistare Papa Leone XIV, non per motivi religiosi, ma per motivi filosofici e per motivi argomentativi. La sua ultima enciclica è comunque uno spaccato straordinario della civiltà che stiamo vivendo in questo momento. E quindi mi piacerebbe fargli diverse domande su questo, e sapere se mai nella sua vita- pensate alla predica- potesse essere scritta attraverso qualche tool di intelligenza artificiale.

