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MediaTech
L’industria della comunicazione in Italia e la ”logica della torta da spartire”

L’industria della comunicazione in Italia soffre di una malattia particolare che si chiama ”logica della torta da spartire”. Vuol dire che il mercato pubblicitario non è aperto ai flussi della domanda e l’offerta sulla base dello share e del gradimento del pubblico ma è spartito tra i mediapalyers della pubblicità  con la complicità dei governi, anche quello di Renzi. Ed è penoso constatare come i protagonisti di questa spartizione, che la promuovo e ne beneficiano, sono soggetti sociali del mondo della comunicazione che dovrebbero respirare solo aria di libertà. Adesso è toccato al calcio in Tv e succede già con gli spot e le promozioni in Tv. Mediaset a fronte del 35% dello share medio si prende il 63% dell’intero mercato pubblicitario televisivo incluse televendite, telepromozioni e spazi dedicati agli sponsor. La Rai  invece, a fronte del 40% dello share medio, perché gli è imposto un tetto,  solo il 21%, del mercato pubblicitario. Per la Rai gli spot non possono superare il limite del 12% della programmazione oraria mentre il 18% è concesso a Mediaset.
Nel calcio in Tv la spartizione è avvenuta ieri così con Sky a cui va tutto il campionato  di Serie A su piattaforma satellitare per 572 milioni di Euro  e a Mediaset  il digitale per 373 milioni. Offerte separate sulle due diverse piattaforme, fatte in precedenza, avrebbero portato nelle casse delle società di calcio 150 milioni in più.
In tutto ciò vi sono dei fatti e circostanze e logiche penose dove i capitali si muovono nelle certezze e tutele a priori fuori dall’area del rischio e del coraggio e per questo ci relegano rispetto al mondo anglosassone ai margini dell’industria della comunicazione mondiale.
In Italia la tv in digitale e su satellite sono due piattaforme e mercati  volutamente distinti e separati  nella fruizione dello stesso bene servizio per tenere fuori dall’orticello i mediaplayers internazioni come Sky e Fox con una legge provinciale, inadeguata qual è la Gasparri. Ma è così. Quindi se c’e una gara di assegnazione vince la migliore offerta per ogni singola piattaforma e mercato secondo concorrenza e trasparenza. Punto. Ma non è stato così.

I due mercati sono stati unificati, confusi ,manipolati, oggetto in sede di gara di veti incrociati e spartizioni e turbative di ogni genere devastando ogni potenzialità tecnologica e ricaduta suo costo del servizio al pubblico che vuole acquistare il calcio in Tv.
La squallida spartizione della torta ci riduce al fatto che il calcio è in digitale ma non c’è  in modo adeguato sul web quando viviamo una condizione in cui il web è nel Mondo. E’ “anche” il Mondo. E pertanto estende la sua caratteristica dovunque ci siano oggi un PC, un tablet, una tastiera, un mouse, un videotelefono cellulare.
Non solo ma si è giunti al paradosso che i presidenti delle squadre di calcio, sempre alla disperata e spietata ricerca di denaro perché sul piede della bancarotta, da  uomini competitivi nell’infuocare gli animi della rivalità  avallano una logica conciliante, spartitoria, appecorata e rinunciano a ben 150 milioni di Euro in più con i quali pagherebbero gli stipendi di qualche centinaio di giocatori. La contraddizione è evidente, c’ è qualche cosa che non va, ci debbono spiegare che cosa ricevono in cambio dalla politica. Oppure ce lo dica Renzi che ha scatenato a torto o a ragione un putiferio per recuperare la stessa cifra dalla Rai, se ne interessi Grillo con la sua verve e funzione moralizzatrice perché qui siamo fuori da ogni logica di modernità e di rispetto per chi vuole guardarsi una partita in Tv senza essere vessato da logiche spartitorie che gli sono estranee.

Fausto Lupetti

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