di Giovanni Iozzia
Mentre il governo prova per l’ennesima volta, con un nuovo intervento di cosmesi normativa, a rendere attraente la Destinazione Italia per gli investimenti internazionali, gli americani sbarcano a Roma per aiutarci a dare visibilità nel mondo alla nostra intraprendenza tecnologica e digitale, concentrata nella parola start up, impresa nuova e innovativa per definizione. Giovedì 26 e venerdì 27 torna TechCrunchItaly: è la seconda edizione raddoppiata rispetto a quella dell’anno scorso. TechCrunch tra giovani smanettoni e nuovi capitalisti del web è la bibbia, un magazine online ovviamente ma anche un sistema di eventi in cui pagano le aziende sponsor, le start up per mettersi in mostra, il pubblico per ammirarle.
Se da Londra, headquarter europeo della “bibbia yankee”, puntano sull’Italia per sviluppare il loro business nel Vecchio Continente è perché l’anno che sta per chiudersi è stato speciale: l’agenzia digitale ha trovato un condottiero, Francesco Caio (che interverrà all’apertura di TechCrunch), anche se non ancora una chiara struttura e un preciso piano di lavoro; c’è una legge che riconosce e agevola le nuove imprese innovative; c’è un pionieristico regolamento della Consob sul finanziamento popolare (in gergo crowdfunding); c’è una diffusa e crescente attenzione. Insomma il digitale avanza e non solo nelle abitudini quotidiane dei consumatori, nonostante il ritardo strutturale delle nostre reti. C’è nell’aria un misto di tecnologia ed entuasiasmo che unito con un pizzico di finanza sta dando tante energie e molte speranze a migliaia di giovani (e non solo). Ecco, adesso bisogna solo evitare di alimentarle perseguendo altri scopi e di produrre delusioni invece di nuove imprese in grado di stare sul mercato.
Finito TechCrunchItaly, a cui si sovrappone sempre a Roma un WebFestival, il digital system si ritroverà agli InternetDays milanesi, nuovo evento che debutta il 2 e 3 ottobre con l’obiettivo di esibire la potenza economica della Rete. Un paio di settimane dopo tornerà lo Smau (23-26 ottobre), storico salone dell’automazione d’ufficio, come ricorda la sigla, diventato poi la fiera delle meraviglie tecnologiche e quest’anno concentrato sulle start up. E non stiamo qui a contare gli startup weekend, i Digital Festival e le Innovation Call in programma in piccoli e grandi centri. C’è gran fermento ma anche molta retorica. Siamo vicini all’overdose di eventi e chiacchiere sull’economia digitale e sulle start up? Il dubbio comincia a serpeggiare, perché sarebbe preferibile avere meno convegni e dibattiti sull’agenda digitale e più azioni concrete di digitalizzazione della pubblica amministrazione (che poi significherebbe ridurre i costi e rendere la vita più semplice ai nuovi cittadini online), ma basta andare a ricostruire il tormentone della carta d’identità elettronica per capire che la strada da fare è ancora lunga.
Per dirla con un venture capitalist, temine con cui si indica l’uomo di finanza dell’ecosistema startup, quello che investe sapendo di rischiare molto ma anche di poter guadagnare moltissimo (come quelli che lo hanno fatto con Facebook o Twitter ad esempio) “qui si fa solo marketing e pr. Invece di continuare a lanciare progetti start up, concorsi ed eventi per distribuire qualche decina di migliaia di euro, le aziende dovrebbero investire soldi veri nell’innovazione. E poi farla. Ne avremmo vantaggio tutti. Investitori, start up e il Paese”. Chissà se gli americani riusciranno a farcelo capire.
