Persino l’autorevolissimo New York Times è dovuto a scendere a patti con il diavolo (la pubblicità). In occasione del restyling del sito del quotidiano americano, si è deciso di far entrare i cosiddetti “native adds”, i contenuti sponsorizzati.
Ma andiamo con ordine. Dopo 5 anni, l’edizione web del giornale è stata completamente rivista con l’obiettivo di rendere la navigazione più semplice e coinvolgente e soprattutto ottimizzata per tablet e computer portatili.
La prima cosa che colpisce è l’addio al colore: “The Grey Lady”, la Signora in grigio, come è soprannominato il giornale, sarà ancora più grigia, visto che tornerà al bianco e nero, proprio come l’edizione cartacea. L’homepage è stata inoltre asciugata e semplificata.
Molto più spazio viene dato poi ai contenuti multimediali e alle opportunità di condivisione attraverso i social network e sono stati introdotti nuovi strumenti a disposizione dei lettori per commentare i contenuti, compresa la possibilità di intervenire in punti specifici degli articoli.
Ma la vera rivoluzione riguarda la pubblicità. Fanno infatti il loro debutto sul giornale più letto d’America i “native advertising”, le “pubblicità native“, una controversa strategia commerciale sempre più usata in Usa e che prevede contenuti editoriali sponsorizzati dagli inserzionisti.
Questo tipo di contenuti viene realizzato da uno staff specializzato composto da giornalisti, analisti di dati ed esperti di marketing e sono studiati per offrire il contenuto pubblicitario più adatto ai lettori. Uno degli aspetti che fa più storcere il naso è che spesso questi contenuti non si trovano solo in spazi loro riservati ma sono sempre più spesso tra e all’interno degli articoli stessi, con la possibilità di espandersi e contrarsi a seconda di come il lettore usa il mouse.
Sul New York Times gli spot sono comunque ben identificabili dai lettori: hanno una banda colorata blu e la dicitura “paid post”, inserzione pagata.
