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MediaTech
Ristrutturazioni a spese dello Stato? Faro del Parlamento su Mondadori

C'è una cosa che, in questi giorni, unisce Movimento 5 Stelle e Partito democratico: il problema dei contributi pubblici all'editoria usati per ristrutturare le aziende. Giornali in crisi di vendite reggono sul mercato grazie ai contributi pubblici; se non basta, ecco l'arrivo degli ammortizzatori sociali. Contratti di solidarietà (soprattutto) che dovrebbero essere utilizzati per salvaguardare i posti di lavoro ma che, in realtà, rappresenterebbero una soluzione per migliorare i conti per vendere (o comprare) meglio. È questo, in sostanza, il contenuto di alcune interrogazioni parlamentari a firma Anzaldi (Pd, alla Camera), Marcucci-Scalia-Puglisi (Pd, al Senato), Di Biagio (Ap) e Agostinelli (M5S, alla Camera).

Tutto nasce dagli ultimi sviluppi in Mondadori. Segrate sta per chiudere l'acquisizione di Rcs Libri per 127,5 milioni nonostante lo stato dei crisi dei periodici dichiarato nel 2013.

L'interrogazione di Michele Anzaldi chiede al governo di indagare. Perché, si legge, negli ultimi due anni “numerosi giornalisti del gruppo sono stati indotti a lasciare il lavoro attraverso i meccanismi di anticipo della pensione ed altri hanno dovuto far ricorso agli ammortizzatori sociali scaricando costi dalla incidenza rilevante sulle casse del già fragile Inpgi” (L'Isituto di previdenza dei giornalisti). Non solo. Anzaldi ha preso in mano la calcolatrice: “Dal 2010 ad ottobre 2015 l'azienda ha fatto registrare 81 prepensionamenti”, che sono costati allo Stato “10.483.960 euro”. Ai quali si aggiunge l'esborso per i contratti di solidarietà: “tra il 2013 ed il 2015 lo Stato ha pagato in termini di oneri 3.602.567 euro e 3.681.896 euro per quanto riguarda la cassa integrazioni guadagni”. Insomma: le casse pubbliche sostengono progetti di ristrutturazione aziendale. Conti migliori ma posti di lavoro in fumo.

L'ultima conferma è la chiusura delle sedi romane dei periodici, con 5 giornalisti trasferiti a Milano e altrettanti lasciati a Roma con le modalità dello smart working. Per il M5S si tratta di “licenziamenti mascherati”. Anche perché lo smart workig, previsto dalla legge di Stabilità, non è ancora regolamentato. L'obiettivo non è un segreto: anche Ernesto Mauri, ad d Mondadori, ha confermato di voler spostare il core business dai periodici ai libri.

L'azienda è libera di farlo, ma i deputati del M5S chiamano in causa il governo, in modo da “evitare che il risanamento dei conti aziendali ed operazioni espansive sul mercato dell'editoria abbiano come contraltare il sacrificio dei lavoratori (prepensionamenti, cassa integrazione, solidarietà) ed ingenti ricadute sulle finanze statali e dell'Inpgi”.

Non è l'unico caso citato nelle interrogazioni. Si fa cenno anche alla famiglia Angelucci che, mentre incassa i contributi per l'editoria, chiude il Corriere della Maremma e firma la solidarietà per Il Corriere dell'Umbria, sborsa 13 milioni per comprare Il Tempo.

Sul finanziamento pubblico all'editoria, M5S e Pd non vanno nella stessa direzione. I grillini ne chiedono l'abolizione. La proposta democratica prevede invece una più morbida delega che riveda i criteri di assegnazione. Entrambi, però, chiedono al governo di allungare lo sguardo sull'utilizzo delle casse pubbliche come stampella delle ristrutturazioni aziendali senza la salvaguardia dei posti di lavoro. Un problema che non riguarda solo l'editoria.  

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