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Scalfari scriveva per il Palazzo, Montanelli per i lettori e graffiava
Eugenio Scalfari e Indro Montanelli

Eugenio Scalfari scriveva per il Palazzo, Indro Montanelli per i lettori e graffiava

Il più grande giornalista del 1900 è stato Indro Montanelli o Eugenio Scalfari ? Entrambi, certo, due fuoriclasse, con un gradino sotto Vittorione Feltri, Giampaolo Pansa, Roberto Gervaso e Giorgio Bocca. Ma gli interlocutori della penna di Fucecchio sono stati, sempre, i lettori. Li ha consigliati, prima delle elezioni, ponendosi, sempre, sul loro piano (“turiamoci il naso e votiamo Dc !”), da esperto conoscitore delle istituzioni e dei suoi protagonisti, mai da sussiegoso attore del “teatrino politico”.

I giornali di Scalfari, invece, hanno giocato, con ruoli importanti, le partite all’interno del Palazzo. Don Eugenio non ha, mai, respinto la definizione di “giornale-partito” coniata per il quotidiano, che egli fondò nel 1976. Eugenio -che, da giovane, aveva collaborato a giornali fascisti- fece de “La Repubblica” l’organo di riferimento dei radical chic, che votavano per il PCI di Berlinguer. Nella fase di maggiore influenza scalfariana, si diceva, a Montecitorio, che l’editoriale di “Barbapapà” contasse di più delle prese di posizione dei partiti di sinistra, divisi e con leadership deboli, dopo la morte di don Enrico, come oggi.

Last but not least, Montanelli è stato graffiante nei confronti di tanti leader, in primis il corregionale Amintore Fanfani (“il rieccolo”), di Andreotti, di Pertini, di De Mita e, nella fase finale della sua esistenza, di Berlusconi, editore rispettoso, fino alla sua discesa in campo, dell’autonomia del “Giornale” di famiglia. Ma costoro sono stati bersagli dei brillanti pezzi di Indro, non nemici giurati, da colpire e, talvolta, da affondare.

Come furono, invece, per Scalfari, Francesco Cossiga, Silvio Berlusconi e Bettino Craxi, nei cui confronti il fondatore de “La Repubblica” non nascose, mai, un odio profondo, da quando il leader socialista contribuì alla mancata riconferma a deputato milanese del Psi di don Eugenio. Che, dal 1972, si ritagliò il ruolo di ispiratore delle strategie di non pochi dirigenti politici, per i quali, spesso, tuttavia, il pur autorevole sostegno di “Barbapapà” si rivelò non determinante (eufemismo) per il raggiungimento di luminosi traguardi. Pietro Mancini

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