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Cari lettori,

domani non troverete in edicola La Gazzetta dello Sport mentre oggi il sito non sarà aggiornato. Accade perché la sua redazione - riunita in assemblea ieri - ha scelto di scioperare. Lo ha fatto dopo aver letto la relazione Finanziaria Annuale al 31/12/2012 e l’allegata Relazione sulla Remunerazione di Rcs Mediagroup. Scoprendo con stupore che sono stati spesi più di 12 milioni di euro per versare stipendi e bonus (compreso il compenso dell’amministratore delegato Pietro Scott Jovane: 750 mila euro annui più una compensazione una tantum di 300 mila euro) e soprattutto buonuscite ai top manager che hanno lasciato l’azienda. Parecchi dei quali corresponsabili, insieme agli azionisti del Patto di sindacato, del robusto indebitamento di un’azienda sana come Rcs. Che a tutt’oggi aspetta ancora un aumento di capitale quanto mai necessario per sopravvivere. Con grande responsabilità la redazione della Gazzetta ha accettato alla fine del marzo scorso un piano che prevede sacrifici, tagli e in particolare uscite di colleghi attraverso uno stato di crisi. Così come accadrà al Corriere della Sera, al settore Periodici (dieci testate sono state messe in vendita e rischiano la chiusura), ai poligrafici e agli impiegati, con una riduzione di organico complessiva di ben 800 unità. Tra l’altro quei 12 milioni di euro sono, singolare coincidenza, il conto salato presentato a Gazzetta e Corriere per contribuire al risanamento dei costi. Si tratta di una storia già vista, da Maurizio Romiti (17 milioni di euro dopo due anni al timone dell’azienda) a Gaetano Mele (direttore generale, 9,6 milioni), da Vittorio Colao (7,8 milioni, metà dei quali a onor del vero, versati in beneficenza) ad Antonello Perricone (3,4 milioni di indennità per l’addio all’azienda nel luglio 2012, dopo averla trascinata all’acquisto irresponsabile e fallimentare di Recoletos in Spagna). Se una lezione si può e si deve trarre dal passato, anche recente, allora è il caso che i vertici di Rcs si dimostrino altrettanto responsabili. Legando parte dei loro compensi non al miglioramento dei conti economici (facilmente perseguibile attraverso tagli e sacrifici sulle spalle dei lavoratori) ma a una sfida più alta che punta al raggiungimento di ricavi all’altezza di un gruppo di questo livello, come chiesto nel piano di sviluppo a tutti gli altri dipendenti. Così come gli azionisti, chiamati a metter mano al portafoglio varando il tanto sospirato aumento di capitale dopo aver incassato, solo nei cinque anni tra 2007 e 2011 ampiamente segnati dalla crisi economica globale, un monte dividendi di 108 milioni di euro. Permettendo così all’amministratore delegato di entrare finalmente in una fase operativa e avviare il piano di sviluppo rimasto finora solo sulla carta.

Il cdr della Gazzetta dello Sport

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