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Università e aziende non si parlano. Nasce il mediatore tecnologico

Aziende, università e inventori si parlano talmente poco che c'è bisogno di un interprete. Un “mediatore tecnologico” che individui soluzioni innovative e le proponga alle imprese, in modo da portare un'idea sul mercato. Ma quello del “mediatore” è un lavoro che, in Italia, ancora non esiste. O quasi. Perché la Fondazione 3M (azienda che vanta 100 mila brevetti e 47 piattaforme tecnologhe proprie) e MI.TO. Technology (uno spin-off del politecnico di Milano), hanno istituito una borsa di studio che forma questa nuova professionalità. La prima “technology transfer manager” d'Italia è Laura Meneghini, 26 anni, studi in chimica e un dottorato abbandonato per questa nuova avventura, iniziata con un percorso formativo in 3M. Il suo compito è quello di connettere investitori e aziende con nuove idee. Diventare un ufficiale di collegamento tra due mondi, quello delle università e quello delle imprese, che spesso non riescono a comunicare. Parlare con Laura è un modo per conoscere meglio una nuova professione che sta nascendo, avere qualche anticipazione sull'universo dell'innovazione. E capire perché il mondo accademico e quello imprenditoriale faticano a dialogare.

Laura, in cosa consiste la formazione in MITO e 3M?
Consiste nell'imparare la professione di technology transfer manager, ovvero nell'apprendere competenze, processi e conoscenze tecniche necessarie per la valorizzazione della proprietà intellettuale svolgendo principalmente attività di licensing e consulenza a supporto di università e aziende. Il licensing manager ha il compito di individuare soluzioni tecnologiche innovative e proporle ad aziende che siano interessate a valorizzarle con l'immissione sul mercato. Attività di consulenza sono invece opinioni in merito a brevettabilità, estensioni, freedom to operate, ricerche di prior art.

Alle università italiane si rimprovera spesso di non avere un canale di collegamento adeguato con le aziende. Cosa manca perché questo dialogo diventi più diretto? Colpa delle università troppo legate ai propri equilibri o delle aziende, troppo timide rispetto alle novità?
A mio parere la colpa sta da entrambe le parti. Le università, da un lato, tendono talvolta a fare ricerca senza proiezione a una possibilità di sfruttamento futuro delle invenzioni che ne scaturiscano (anche per mancanza di fondi). Le aziende, dall'altro, a volte sono timide rispetto alle novità provenienti dall'esterno, anche perché in diversi casi si tratta di ricerca di base e progetti a lungo termine che necessitano di ulteriori finanziamenti e non danno ricavi immediati.

Faccio l'avvocato del diavolo: creare una figura professionale come la tua, che faccia da mediatore tra inventori e aziende, non è un'ammissione delle difficoltà di comunicazione tra inventori, formatori e aziende?
Io credo che questa difficoltà esista: università e aziende sono due realtà che spesso parlano linguaggi differenti, vuoi per formazione vuoi per finalità. Secondo me, per favorire il dialogo, sarebbe importante instillare in entrambe una mentalità di base che le orienti l'una verso l'altra. In ogni caso, ritengo che, anche se tali limiti non esistessero, sarebbe necessaria l'esistenza, come valore aggiunto, di questa figura professionale con competenze diverse, ma borderline tra il mondo universitario e quello aziendale, in modo che si occupi di aspetti che dopotutto esulano un po' dal lavoro di un inventore o di un imprenditore.

Pensi che questa nuova professione, da "mediatore tecnologico", possa essere fonte di futura occupazione?
Si. Io credo che, se vogliamo puntare a uno sviluppo del paese, sia indispensabile far comunicare università e aziende. Gli inventori italiani sono in grado di produrre idee davvero innovative e interessanti ed è un peccato che spesso manchino i finanziamenti necessari per concretizzarle in prodotti di pubblica utilità. Far comunicare questi due mondi significa unire le forze per il raggiungimento di un fine comune, di ottimizzazione degli investimenti. Grazie alla Fondazione 3M ho avuto la possibilità di iniziare un percorso interno all’azienda e comprendere così il valore e il contributo che un’azienda strutturata può dare nella creazione della figura del mediatore tecnologico.

Spesso c'è un'idea ma manca un progetto di sostenibilità economica. Cosa consiglieresti ai giovani inventori che cercano di proporre la propria idea a un'azienda?
Se l'idea è innovativa, esistono aziende lungimiranti e disposte a investire. Consiglio di avere ben chiari innanzitutto il tipo di cliente e di business a cui rivolgersi e un programma di sviluppo dell'idea per mostrare all'azienda come concretizzarla, ma soprattutto che è possibile farlo e quindi anche il perché farlo, individuando gli added values rispetto alle tecnologie esistenti.

Sei in continuo contatto con nuove idee: quali i settori sui quali punteresti nei prossimi tre anni?
Punterei principalmente sull'area del biomedicale che sta avendo un'espansione significativa.

Puoi indicarmi tre idee/invenzioni che hai individuato e che potrebbero essere a portata di consumatore entro l'anno?
Ci troviamo a interagire con università e istituti di ricerca molto prolifici e creativi: le invenzioni più di interesse sono quelle innovative, con costi start up relativamente bassi e applicazione immediata, e che quindi rappresentano un mix tra novità, invenzione e industrializzazione. Non posso andare nel dettaglio, ma cito come esempi di invenzioni che potrebbero essere usufruibili a breve quelle provenienti dal Politecnico di Miano e legate alla disinfezione dei tessuti oppure dalla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa inerenti la robotica, o ancora dal CNR per l'analisi degli alimenti.

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