Può capitare che, un evento vissuto come traumatico a livello individuale, venga metabolizzato come trauma. La conseguenza è l’attivazione di tutti meccanismi di vigilanza. Quando ci si trova in una situazione similare a quella dove è avvenuto l’episodio che ha cagionato il trauma, ci si espone a quella che viene definita ritraumatizzazione. In questi casi si è di fronte al continuo riattivarsi del sistema di attacco-fuga tipico del post trauma.
Nel caso specifico l’evento ha comportato un dolore, ovvero un’esperienza sensoriale associata a un effettivo danno tissutale. Per quanto sensazione spiacevole, non è possibile farne a meno perché, in assenza di dolore, non saremmo in grado di preservare la nostra vita. Però, il dolore percepito e vissuto, non è solo un’esperienza di natura fisica, ma coinvolge anche un aspetto di ordine emotivo. Esiste difatti un “meccanismo a cancello”, situato nel corno posteriore del midollo spinale, che modula il segnale relativo al dolore. Il cancello si apre e si chiude a seconda delle informazioni in arrivo dai diversi tipi di fibre nervose del corpo. Questo meccanismo include anche gli impulsi nervosi discendenti dal cervello relativi ai pensieri e all’umore dell’individuo. L’apertura e la chiusura del cancello modifica la quantità di informazione spedita al cervello dall’area danneggiata. I pensieri negativi aprono il cancello, che fa passare più informazioni dolorifiche, mentre i pensieri positivi chiudono il cancello riducendo il messaggio relativo al dolore. Il risultato è che i segnali dolorifici possono essere intensificati, ridotti o anche bloccati lungo la strada verso il cervello.
L’evoluzione ci ha dotato di un meccanismo fondamentale per la sopravvivenza: la reazione al pericolo. La risposta emotiva al pericolo ovvero la paura e l’ansia conseguenti, rappresentano uno stato di attivazione fisiologica e cognitiva in previsione di un possibile pericolo. L’attivazione che consegue alla paura e all’ansia, è la cosiddetta risposta di attacco-fuga che consiste in una serie di modificazioni di parametri fisiologici dirette a fornire più forza e velocità per poter fuggire dal pericolo o lottare contro di esso. Il meccanismo attacco-fuga ha dunque un ruolo fondamentale per la preservazione della vita. La risposta automatica di attacco-fuga è collegata all’emozione della paura. Tale reazione porta ad essere più pronti e rapidi nel mettersi in salvo e, solo quando la fuga è impossibile, più efficienti nel lottare per la propria vita. In ogni situazione di allarme si genera una specie di reazione di attacco o fuga, che non sempre ovviamente raggiunge l’intensità che si ha in una situazione di vita o di morte. Se però si è di fronte a un post trauma, l’attivazione di questo sistema è costante e andrò a cagionare esperienza di ansia, deflessione dell’umore, ipervigilianza, pensieri intrusivi, stato di allerta. I pensieri disfunzionali che insorgono vengono chiamati Pensieri Automatici Negativi, per sottolinearne i due aspetti fondamentali: sono automatici, cioè non li evochiamo in modo volontario, ma ci attraversano la mente spontaneamente e rapidamente, tanto che spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto; sono negativi, ossia contengono interpretazioni o previsioni disfattistiche o catastrofiche.
È chiaro quindi che, se un certo grado di ansia non eccessivo può essere utile, i problemi sorgono quando l’attivazione è eccessiva, sproporzionata alla situazione reale, oppure troppo frequente. Quando si diventa troppo ansiosi si può dar luogo a un comportamento di evitamento e, sebbene esso sia dettato da una comune tendenza a non riprodurre esperienze sgradevoli o dolorose, va a rappresentare uno degli ostacoli più grandi nel liberarsi dal problema dell’ansia. L’evitamento determina inoltre una diminuzione dell’autostima e della fiducia in sé stessi e tende ad estendersi anche a situazioni simili, per un fenomeno chiamato generalizzazione. Le persone imparano a riconoscere le situazioni in cui sono assalite dall’ansia e spesso cominciano a provare ansia alla sola idea di doverle affrontare, quella che viene definita ansia anticipatoria. Ciò comporta la tendenza a evitarle del tutto. Chi evita di esporsi a una situazione temuta, inoltre, non può sapere cosa sarebbe successo se l’avesse affrontata: ciò impedisce di disconfermare le proprie aspettative catastrofiche, ovvero di rendersi conto che le conseguenze temute spesso non si verificano.

