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Medicina
Tumori, doppia mazzata del Covid: diagnosi, prevenzione e cura al rallenty

Ogni anno in Italia circa 370 mila cittadini sono colpiti dal cancro e più del 50% riesce a guarire, complice la diagnosi precoce. Perchè ciò sia possibile la prevenzione, i progressi della medicina, l'accesso alle terapie e la riabilitazione fanno la differenza. Per chi sta lottando contro un cancro, quest'ultimo anno è stato più complesso in termini di qualità della vita e di costi socio-sanitari. Sono rallentati per un pò i percorsi di screening per la diagnosi precoce, ma anche di trattamento e follow up di chi già era in cura.

I malati di tumore sono una categoria a rischio molto alto di prendere il Covid, perchè sono i cosiddetti pazienti con comorbidità severa, cioè fragili, anche se non hanno raggiunto la pubertà, per cui il loro organismo avendo il sistema immunitario compromesso è maggiormente predisposto a contrarre malattie infettive.

Approfondiamo queste tematiche con il Dott. Livio Blasi, presidente del Cipomo, il Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri e direttore dell'Oncologia dell'Ospedale Civico di Palermo.

Cosa sta mancando nel Paese e in Sicilia nel periodo del Covid?
"All'inizio ci siamo trovati impreparati nell'avere a che fare con un virus sconosciuto, perlomeno durante il primo lockdown che abbiamo vissuto fino a giugno. Ci ha messo davvero in difficoltà, con le strutture ospedaliere e il grande numero di pazienti con questa patologia. Il sud ha risentito nella seconda ondata, da questo autunno. Tutto sommato con l'esperienza maturata al nord ci siamo difesi abbastanza bene. Abbiamo dovuto rivedere tutti i nostri percorsi, il modo di visitare i pazienti, abbiamo dovuto rielaborare una progettualità di percorso sicuro, in modo particolare per i pazienti oncologici. Il paziente oncologico è più fragile, ha un rischio di ammalarsi di Covid più alto rispetto alla popolazione generale, quindi abbamo dovuto garantire una sicurezza maggiore negli accessi ospedalieri. Mentre rivedevamo la struttura dell'oncologia continuavamo a lavorare, a fare le chemioterapie, a ricoverare e a mettere in atto la telemedicina su cui si stava già lavorando, per fare i controlli clinici. Per alcuni pazienti ci siamo fatti inviare la relativa documentazione e abbiamo valutato il controllo da remoto. Abbiamo quindi accelerato alcuni processi che stavano andando a rilento ma che erano in itinere".

Quanto conta le prevenzione e quanto è contata la paura delle persone che dovevano fare prevenzione nella prima ondata del Covid e non sono andate a fare gli screening oncologici pur di non mettere piede in un ospedale per paura del contagio?
"Durante il primo lockdown sicuramente ci sono state gravi astensioni. Adesso è diverso, tutti i percorsi per gli screening oncologici per il tumore della mammella, del colon retto, della cervice uterina sono aperti e sicuri, quindi se arriva l'invito è bene accettarlo e presentarsi per fare prevenzione. Le aziende territoriali inviano una lettera che invita ad andare presso gli ambulatori delle Asl. Ci sono i percorsi in sicurezza e con la mascherina e le mani pulite, che sono le armi migliori per sconfiggere il virus, si può accedere senza problemi".

Immunoterapia, la nuova frontiera per sconfiggere il cancro. Per quali tumori è più efficace, anche per il tumore al seno triplo negativo?
"Ormai l'immunoterapia è entrata nel nostro bagaglio terapeutico per diverse patologie. Abbiamo esperienza per il tumore al polmone, per il melanoma, ma da poco per le donne con patologia mammaria del triplo negativo; ma anche i tumori vescicali, i tumori del rene possono farla. Ormai quasi tutte le patologie neoplastiche possono giovare dell'immunoterapia".

Si può integrare con le altre terapie tradizionali, quindi la chemioterapia e la radioterapia?
"Certo, ormai questi sono degli standard terapeutici. Hanno anche degli ottimi risultati".

Quando è stato eletto Presidente del CIPOMO ha auspicato una “nuova sanità più efficiente” e un patto, un new deal, fra sanità e paziente, e che quest'ultimo venisse posto al centro. Ha anche parlato di innovazione e tecnologia in sanità e in effetti, attivando la telemedicina rapidamente, ha dimostrato di fare quanto aveva annunciato. Ma perchè sia “al centro” un paziente non deve essere visitato da un medico per più dei 7/8 minuti standard, che sono il tempo medio delle visite nel nostro paese, in cui i medici devono “anche” compilare un mucchio di carte? Perchè ai medici non vengono affiancate persone preposte e preparate per le scartoffie e al medico non viene lasciata la libertà di fare il suo lavoro?
"Alcune volte queste scartoffie sono atti medici e quindi devono essere gestiti dal medico. Semmai dobbiamo partire da un altro presupposto: quando ho parlato di alta teconologia e di piattaforme digitali queste ci potrebbero dare un grande aiuto se tutto venisse registrato, in un posto dove tenere tutte le informazioni di quel paziente. Basterebbe così fare un clic per creare una ricetta con prestazioni già scritte in automatico senza andare a cercare l'emocromo, l'azotemia ecc. Quindi ci potrebbero essere delle piattaforme che ci possono venire in aiuto per migliorare questo contatto col paziente. Io parto dal presupposto che ogni paziente indubbiamente merita il tempo necessario. Quindi quando parliamo dei 7/8 minuti si può anche fare, ma con i pazienti conosciuti, quelli che si sentono spesso telefonicamente, che si incontrano in giro per l'ospedale, ma non durante una prima visita o con quelli che hanno delle problematiche particolari. Io credo che i colleghi in questo senso sappiano comportarsi in maniera esemplare, nonostante la carenza numerica e il sovraccarico di lavoro".

@vanessaseffer

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