Cinque mesi dopo l’aggressione, la partita si chiude sul piano amministrativo. Sono sei i daspo firmati dal questore di Milano nei confronti di altrettanti uomini che gravitano nell’area del tifo organizzato rossonero, ritenuti responsabili del pestaggio subito da Klaus Davi l’8 marzo in piazza Axum, il piazzale antistante San Siro che da decenni funziona da punto di ritrovo per la tifoseria milanista. La notifica dei provvedimenti, riferita dalla testata Spot and web sulla base di fonti della Questura, è stata confermata dallo stesso giornalista.
Sei contro uno in piazza Axum
La dinamica ricostruita dagli inquirenti è quella di un accerchiamento. Quella domenica di inizio marzo Davi stava lavorando a una serie di servizi dedicati al mondo delle curve quando è stato circondato dal gruppo e colpito ripetutamente con pugni e calci. Nessuna trattativa, nessun preavviso: un’azione rapida, consumata alla luce del giorno.
Dalla denuncia al riconoscimento in via Fatebenefratelli
Il percorso che ha portato ai daspo è passato per la denuncia presentata poco dopo i fatti e per il lavoro della Digos. Il giornalista è stato convocato negli uffici di via Fatebenefratelli per le procedure di riconoscimento dei presunti aggressori, all’epoca ancora privi di identità. Proprio per questa ragione la querela era stata sporta contro ignoti, elemento che oggi apre uno spiraglio processuale non irrilevante.
Davi: “Ritiro le querele se arrivano scuse”
Ottenuti i provvedimenti, Davi sceglie di non alzare il tiro e lancia quella che definisce una proposta al mondo delle curve. “Funzionari della Questura di Milano mi hanno confermato che tutti i daspo sono stati notificati”, premette, per poi mettere sul piatto la disponibilità a rimettere le querele, opzione già valutata con il proprio legale Eugenio Minniti. La condizione è duplice: scuse pubbliche da parte degli aggressori e del direttivo della Curva sud, che dopo l’episodio lo attaccò con un post tuttora online in cui veniva definito “pagliaccio“. Sul denaro il giornalista taglia corto: “Non sono interessato a risarcimenti“.
Nella stessa dichiarazione Davi rivendica il proprio metodo di lavoro, ammettendo che possa risultare scomodo. “Mi rendo conto che il mio giornalismo è diverso, irritante. Non aspetto le ordinanze per scrivere, ma agisco sul campo e questo può apparire fastidioso in certi contesti”. Una postura che non intende modificare, come conferma guardando ai prossimi mesi: continuerà a lavorare anche nella stagione ormai alle porte, “sperando che non ci siano altri agguati”.
L’inchiesta: ‘ndrangheta e curve, da Milano a Rosarno
Il contesto in cui matura l’aggressione è quello di una videoinchiesta a puntate sulle infiltrazioni della criminalità organizzata calabrese nel tifo organizzato. Alcuni servizi del giornalista sono confluiti nel programma di Sigfrido Ranucci, in particolare i sopralluoghi al Baretto di Milano e le interviste a Berto Bellocco a San Ferdinando, realizzate nell’ambito di un lavoro di Daniele Autieri. Dal giorno dell’omicidio di Antonio Bellocco, Davi ha seguito gli appuntamenti pubblici delle tifoserie di Milan e Inter e ha raccolto le voci di esponenti delle famiglie Bellocco a San Ferdinando e Pesce a Rosarno.
Il fronte calabrese e il filo con il caso Boiocchi
L’attività non si è fermata dopo il pestaggio. Il giornalista si trova attualmente nelle Preserre vibonesi per una nuova serie di interviste, in un’area legata alla figura di Pietro Simonicini, suocero di Marco Ferdico e ritenuto tra i presunti coautori dell’omicidio di Vittorio Boiocchi, lo storico capo ultras nerazzurro ucciso a Milano. Un percorso che tiene insieme gli spalti milanesi e le dinamiche criminali del Vibonese, e che spiega perché quel pomeriggio di marzo la sua presenza davanti a San Siro fosse considerata tutt’altro che neutrale.

