Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Milano » Cassinetta di Lugagnano,  il borgo delle “ville di delizia” a due passi da Milano

Cassinetta di Lugagnano,  il borgo delle “ville di delizia” a due passi da Milano

Accanto Milano, sulle sponde del Naviglio Grande, un borgo di poco meno di duemila abitanti che ha riscoperto la propria anima più autentica scegliendo di recuperare i propri tesori e di rinunciare a costruire

Cassinetta di Lugagnano,  il borgo delle “ville di delizia” a due passi da Milano

Per capire Cassinetta bisogna partire dall’acqua. Il paese nasce diviso in due dal Naviglio Grande: da una parte Lugagnano, il nucleo più antico, con radici che affondano nell’epoca romana. Dall’altra Cassinetta, cresciuta lentamente lungo la strada che guarda verso Abbiategrasso. A tenerle insieme, da secoli, c’è un ponte in granito a schiena d’asino, accanto al quale veglia la statua di San Carlo Borromeo, messa lì nel Settecento per ricordare la volta in cui il cardinale, malato, si fermò qui mentre risaliva il canale diretto a Milano. Le due comunità sono diventate una cosa sola, un solo Comune, soltanto nel 1860, ma la loro storia è la stessa: quella di un corso d’acqua che per secoli è stata strada, punto di commercio e via di fuga dalla città.

Fu proprio il Naviglio a fare di questo tratto di campagna un luogo di villeggiatura. Come i patrizi veneziani si costruivano le ville lungo il Brenta, le famiglie nobili milanesi (i Trivulzio, i Visconti, i Mantegazza, i Castiglioni, i Parravicini) vennero a cercare qui l’aria buona e la quiete, lasciando in eredità un patrimonio di “ville di delizia”. Camminare oggi lungo l’alzaia, tra i muri ocra di quelle dimore e i riflessi lenti del canale, significa attraversare trecento anni di storia senza quasi accorgersene.

Ma nonostante le sue nobili radici, Cassinetta ha rischiato nel tempo di divenire l’ennesimo paese-dormitorio alle porte di Milano. Un destino al quale i suoi stessi abitanti si sono opposti negli ultimi due decenni. Anni in cui il borgo è divenuto un laboratorio civico che ha portato ad approvare un Piano di Governo del Territorio a “crescita zero”: nessuna nuova lottizzazione, nessun metro cubo di cemento su terreni agricoli o verdi. Ma sì al recupero dell’esistente: le ville del Settecento, le cascine, i ruderi, le case che stavano cadendo a pezzi. E’ stato tra i primissimi Comuni d’Italia a farlo. Quella decisione resta ancora oggi la spina dorsale del borgo. E ha fatto scuola: altri Comuni hanno seguito la stessa strada. Il paradosso è che, rinunciando a crescere, Cassinettainetta ha smesso di svendersi — e ha cominciato ad attrarre chi cerca esattamente quello che qui è stato protetto.

Il “no” al cemento non ha significato immobilità, ma cura. Le dimore storiche sono state restaurate una a una. C’è Villa Gambotto Negri, la prima che si incontra arrivando in paese, legata alla figura di Gaetano Negri, sindaco di Milano nato proprio qui. C’è Villa Birago-Clari Monzini, la più antica e imponente, con il suo salone delle feste affrescato. C’è Villa Castiglioni Nai Bossi, all’estremità dell’abitato, e poco oltre il ponte l’oratorio di San Giuseppe, delizioso esempio di rococò lombardo del 1742, con la sua balaustra in ferro battuto.

Ma la cosa più bella di Cassinetta è che la sua bellezza si può attraversare lentamente. Dal borgo parte il battello che porta i turisti a navigare il Naviglio Grande, in un tratto immerso nel verde e nella fauna. E poi c’è la bicicletta, che lungo la ciclabile del Parco dei Navigli conduce verso Robecco e i paesi vicini, tra ville e campi coltivati. Persino il municipio ha scelto di vivere dentro la storia: ha sede in una villa settecentesca circondata da un parco dove trovano posto anche la scuola e la biblioteca. È un dettaglio che dice molto, infatti qui il patrimonio non è un museo da guardare, ma un luogo dove si va a scuola, si prende in prestito un libro, si vive.

E c’è anche un pezzo di storia della cucina italiana che è passato da Cassinetta. Nel 1976 Ezio e Renata Santin lasciarono Milano e rilevarono, per amore di un sogno più che per calcolo, una vecchia osteria affacciata sul canale: l’Antica Osteria del Ponte. In pochi anni ne fecero una delle mete gastronomiche più celebri del Paese, fino a conquistare le tre stelle Michelin dal 1986 al 1993, quando averle in Italia era rarissimo. Oggi quel luogo vive una seconda vita nelle mani dello chef Maurizio Gerola e della moglie Laura Croci, di nuovo nella Guida Michelin, con una cucina che tiene insieme creatività e rispetto della tradizione. Che un paese di duemila anime custodisca un indirizzo così non è un vezzo ma una delle ragioni per cui, ancora oggi, si viene fin qui.

La vita del borgo, però, non è fatta solo di ville e di grande cucina: è fatta soprattutto delle persone che la animano. A tenere accesa la comunità c’è la Pro Loco, che ogni anno riempie il calendario di appuntamenti. Il più “romantico” è la Festa di primavera, che si tiene lungo la Passeggiata dell’Amore, sulle sponde del Naviglio, tra il Parco De André e Piazza Negri: bancarelle di fiori e di piccoli produttori del territorio e pittori locali che dipingono “en plein air” gli scorci del paese, riportando su tela ciò che accade. A settembre, la seconda domenica, è invece il tempo della festa patronale, dedicata alla Natività di Maria; e non mancano di certo le sagre gastronomiche che sanno di autunno e di convivialità. L’atmosfera magica di questo piccolo borgo invita anche numerose coppie a portare proprio qui il loro giorno più importante, rendendolo il luogo prescelto per il loro matrimonio. Piccoli gesti e ricorrenze, ma il senso di appartenenza ad un luogo è fatto anche e soprattutto di questo.

In un tempo in cui tanti piccoli paesi si svuotano, Cassinetta di Lugagnano racconta l’esatto contrario. Ha scelto di non inseguire la crescita per non perdere se stessa, e così facendo ha tenuto insieme le tre cose che rendono un borgo davvero abitabile: la bellezza da custodire, i servizi che permettono di viverci tra cui la scuola, la biblioteca, il verde a portata di mano e una comunità attiva, responsabile, capace di scelte forti e che ha voglia di fare. Non è un paese che si tira a lucido per gli occasionali visitatori del weekend. È un paese vero, che ha capito prima di altri che custodire e coltivare la propria identità più autentica è la chiave per restare vivi.