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Cento furti negli ascensori di Malpensa in pochi mesi: dieci donne in carcere, tra loro alcune minorenni

Il gruppo agiva sfruttando la calca, coprendo le mani con borse e giacche. A incastrarlo il confronto tra i fotogrammi delle telecamere e i fotosegnalamenti

Cento furti negli ascensori di Malpensa in pochi mesi: dieci donne in carcere, tra loro alcune minorenni

Pochi secondi, il tempo di una salita tra un piano e l’altro del terminal. Tanto bastava per far sparire un portafoglio dalla tasca di un passeggero appena atterrato o in procinto di imbarcarsi. La Polizia di Stato ha eseguito dieci misure cautelari in carcere nei confronti di altrettante donne, ritenute responsabili di oltre un centinaio di furti consumati all’interno dello scalo di Milano Malpensa. Alcune delle indagate sono minorenni.

La calca come alleata: il metodo dei colpi in ascensore

Il luogo scelto non era casuale. Gli ascensori dell’aeroporto rappresentano il punto in cui la distanza tra sconosciuti si annulla per forza di cose, tra bagagli ingombranti e persone che si stringono per far posto. È in quel contesto che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, le donne entravano in azione. Sfruttavano l’affollamento, coprivano i movimenti delle mani con borse o giacche e distraevano il passeggero il tempo necessario a sottrarre portafogli, contanti e oggetti di valore.

L’elemento che ha reso complicato il lavoro degli investigatori è la rapidità dell’esecuzione. In molti casi i colpi si consumavano nell’arco di pochissimi secondi, un intervallo in cui la vittima non si accorgeva di nulla e le autrici avevano già lasciato la cabina, mescolandosi al flusso continuo di viaggiatori. La denuncia arrivava spesso quando il gruppo era ormai lontano, talvolta addirittura fuori dal perimetro aeroportuale.

Incastrate dalle telecamere e dai fotosegnalamenti

A ricostruire i singoli episodi sono stati gli agenti della Polizia di Frontiera di Malpensa, attraverso un’attività di analisi condotta immagine per immagine. Il metodo ha previsto tre passaggi: l’esame capillare delle registrazioni degli impianti di videosorveglianza, il confronto dei fotogrammi estratti con i fotosegnalamenti già in archivio e, una volta circoscritti i sospetti, i servizi di appostamento e pedinamento sul campo. È questa combinazione ad avere trasformato figure anonime riprese dalle telecamere in identità precise.

Gli arresti

Il coordinamento dell’inchiesta è stato affidato a due uffici giudiziari, resi necessari dalla composizione del gruppo. La Procura della Repubblica di Busto Arsizio ha seguito la posizione delle indagate maggiorenni, mentre la Procura per i Minorenni di Milano si è occupata di quelle che non hanno ancora compiuto diciotto anni. Al termine dell’attività istruttoria il quadro indiziario è stato ritenuto sufficiente per la misura più severa, la custodia in carcere, disposta per tutte le persone coinvolte.

Per notificare le ordinanze non è bastata la polizia di frontiera dello scalo varesino. Sono intervenuti anche altri uffici di polizia dislocati sul territorio nazionale, perché le indagate si trovavano in luoghi diversi e distanti tra loro. Secondo gli investigatori è la conferma di una spiccata mobilità del gruppo, elemento che ha inciso nella valutazione della pericolosità e che apre l’interrogativo su quanti altri scali possano essere stati battuti con lo stesso schema.