Se c’è un volto che in questi mesi ha accompagnato, senza quasi mai mostrarsi, la nuova stagione del caso Garlasco, quel volto è quello di Fabio Napoleone. Procuratore capo di Pavia, prossimo ai 70 anni, Napoleone è il magistrato che ha deciso di riaprire il fascicolo sull’omicidio di Chiara Poggi, arrivando oggi a chiedere il rinvio a giudizio per Andrea Sempio. Una mossa che non è soltanto giudiziaria, ma anche simbolica: significa rimettere mano a uno dei casi più discussi, divisivi e mediaticamente esplosivi della cronaca italiana, nonostante esista già una condanna definitiva, quella di Alberto Stasi.
Eppure, proprio nel momento di massima esposizione, Napoleone ha scelto di sottrarsi alla ribalta. Nessuna intervista, nessuna presenza televisiva, pochissime note ufficiali, tutte asciutte e misurate. In un’epoca in cui la giustizia è sempre più spesso raccontata anche attraverso talk show, social network e indiscrezioni pilotate, il procuratore di Pavia ha fatto la scelta opposta: chiudersi nel lavoro, sottrarsi al rumore, lasciare che a parlare fossero gli atti. È questa, forse, la prima chiave per capire il personaggio.
Le radici: barese di nascita ma abruzzese di Ortona
Fabio Napoleone è nato a Bari nel 1957, ma le sue radici familiari sono profondamente abruzzesi. I suoi genitori erano infatti di Ortona, in provincia di Chieti, città con la quale il magistrato ha mantenuto nel tempo un legame forte e riconosciuto anche pubblicamente. Non a caso, negli anni gli è stato attribuito dal Comune il “Premio 28 dicembre”, destinato a personalità che hanno dato lustro alla città d’origine o d’adozione. Questa doppia appartenenza – nascita pugliese e identità abruzzese – accompagna anche il racconto pubblico che viene fatto di lui. C’è chi lo definisce barese di nascita, chi abruzzese di Ortona. In realtà sono vere entrambe le cose: Napoleone appartiene a una generazione di magistrati per cui le radici personali non sono un elemento di costruzione mediatica, ma un tratto biografico sobrio, mai esibito.
L’ingresso in magistratura e i primi anni a Milano
Napoleone entra in magistratura nel 1981. I primi passi li muove al Tribunale di Milano, dove resta fino al 1987. In quella fase svolge la funzione di giudice e si occupa anche di processi delicati, tra cui quello ad Armando Verdiglione, vicenda all’epoca molto esposta sul piano mediatico e culturale. Successivamente passa alla Procura di Milano, dove rimane per circa vent’anni, fino al 2008. È qui che si forma davvero il suo profilo professionale: un magistrato abituato ai fascicoli complessi, ai contesti ad alta densità relazionale, alle inchieste che non si esauriscono nel fatto-reato ma toccano reti di potere, apparati, interessi economici, politica e territorio.
Duomo Connection, corruzione e grandi inchieste milanesi
Nel lungo periodo trascorso in Procura a Milano, Napoleone incrocia alcune delle stagioni più significative della giustizia italiana. Il suo nome viene associato, tra le altre cose, alla Duomo Connection, una delle prime grandi indagini sulla presenza e sul radicamento della mafia al Nord, condotta insieme a un pool che comprendeva anche Ilda Boccassini. Negli anni di Mani Pulite e del dopo-Mani Pulite, lavora poi nel dipartimento dei reati contro la pubblica amministrazione, occupandosi di corruzione, urbanistica, appalti pubblici, edilizia e gestione del demanio. È un terreno che a Milano pesa moltissimo, perché incrocia i nodi profondi della città: trasformazioni urbanistiche, espansione immobiliare, relazioni tra politica, affari e amministrazione.
Secondo il materiale biografico circolato su di lui, Napoleone ha avuto un ruolo anche nel filone del caso Telecom-Sismi, una delle inchieste più complesse e opache della stagione dei dossieraggi illegali e delle deviazioni nei rapporti tra servizi, sicurezza privata e apparati investigativi. Insomma, molto prima di Garlasco, la sua carriera si è nutrita di inchieste dove il dato giudiziario non poteva mai essere letto in modo elementare.
L’esperienza da procuratore capo a Sondrio
Nel 2008 Napoleone lascia Milano e diventa procuratore capo di Sondrio, incarico che ricopre fino al 2014. È un passaggio importante, perché segna il salto da magistrato requirente esperto a dirigente di un ufficio giudiziario. Chi ha ricostruito il suo percorso racconta che Napoleone abbia ricordato quell’esperienza con soddisfazione, sottolineando il valore delle realtà più piccole e il modo in cui una procura di provincia consente spesso un rapporto più diretto con il territorio. Sondrio rappresenta, in questo senso, una parentesi solo apparentemente laterale: è il momento in cui consolida il profilo di capo ufficio, imparando a governare equilibri interni, carichi di lavoro, linee investigative e rapporti istituzionali.
Il passaggio al Csm e il ritorno in Lombardia
Nel 2014 viene eletto consigliere togato del Csm, in rappresentanza dell’area progressista della magistratura associata. Resta al Consiglio superiore della magistratura fino al 2019. È un passaggio che conta, perché lo proietta in una dimensione diversa: non più solo magistrato inquirente, ma anche uomo delle istituzioni giudiziarie, impegnato nei meccanismi delicati delle nomine, della disciplina e del governo autonomo della magistratura. Terminata l’esperienza al Csm, Napoleone torna in Lombardia e assume il ruolo di sostituto procuratore generale alla Corte d’Appello di Milano. Nel 2021 arriva infine a Pavia come procuratore capo, approdando in un ufficio non semplice, reduce dalle turbolenze delle inchieste interne note come “Clean”.
Il metodo Napoleone: riservatezza, controllo, silenzio
Se si dovesse individuare un tratto distintivo della sua figura, probabilmente sarebbe proprio questo: la riservatezza. Le ricostruzioni giornalistiche concordano nel descriverlo come un magistrato quasi inaccessibile. Nel pieno dell’esplosione mediatica del caso Garlasco, fotografi, cronisti, opinionisti, youtuber e troupe televisive hanno cercato di intercettarlo, senza riuscirci. Le sue immagini recenti sono rarissime. Il suo rapporto con la stampa si è limitato a pochi comunicati ufficiali. Questa non è solo una questione di temperamento. È un vero e proprio metodo di lavoro. Napoleone sembra concepire la procura come un luogo in cui la parola pubblica va usata con estrema parsimonia, quasi come se ogni frase in più rischiasse di inquinare il lavoro giudiziario, prestarsi alla deformazione del dibattito o diventare materiale per polemiche parallele.
In un caso come Garlasco, dove il circuito mediatico produce continuamente narrazioni alternative, ricostruzioni emotive, sospetti, personalizzazioni e controinchieste televisive, il suo silenzio ha finito per diventare a sua volta un messaggio: la Procura non si racconta, agisce.
La decisione di riaprire il caso Garlasco
È però sul caso Garlasco che Napoleone entra davvero nell’occhio del ciclone. A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, con Alberto Stasi condannato in via definitiva a 16 anni, la Procura di Pavia riapre il dossier e iscrive nel registro degli indagati Andrea Sempio, amico del fratello della vittima. Una scelta di enorme impatto, perché tocca un punto sensibile della cultura giudiziaria: il rapporto tra il giudicato, cioè una sentenza definitiva, e la possibilità che emergano nuovi elementi tali da cambiare radicalmente il quadro. Napoleone, insieme all’aggiunto Stefano Civardi e alle pm Valentina De Stefano e Giuliana Rizza, costruisce la nuova inchiesta e arriva a una conclusione pesantissima: chiedere il processo per Sempio per omicidio aggravato dalla crudeltà e dai motivi abietti.
La squadra scelta per l’indagine
Un altro elemento interessante del suo ritratto riguarda il modo in cui ha costruito la squadra investigativa. Le ricostruzioni disponibili raccontano di una particolare attenzione nella selezione dei collaboratori, anche alla luce del clima interno alla Procura di Pavia. Napoleone avrebbe scelto di affidarsi ai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, in particolare alla squadra omicidi, uscendo in parte dal perimetro della polizia giudiziaria più direttamente legata all’ambito pavese. Anche questa decisione ha suscitato critiche e polemiche, fino all’accusa – circolata nel dibattito pubblico – che quei militari fossero troppo vicini alla linea difensiva di Stasi. Ma il procuratore ha tenuto il punto, assumendosi la responsabilità delle scelte investigative e schermando il più possibile il proprio gruppo.
Quando Napoleone disse a Stasi: “Siamo convinti che non sia stato lei”
Uno dei passaggi più discussi emersi nelle ricostruzioni giornalistiche riguarda l’incontro che Napoleone avrebbe avuto personalmente con Alberto Stasi. Secondo quanto riportato, il procuratore avrebbe ricevuto l’ex fidanzato di Chiara Poggi nel suo ufficio e gli avrebbe fatto capire che la nuova indagine si muoveva nella convinzione che non fosse lui l’assassino. Un gesto di grande peso simbolico, considerando che Stasi resta pur sempre un condannato con sentenza definitiva. A spiegare il senso di quella impostazione è stata, sempre secondo le fonti, una nota dell’aggiunto Civardi, in cui si richiama il valore della tutela dell’innocente, anche quando la pena sia già stata espiata o sia in via di estinzione.
Una figura così esposta non poteva non attirare anche critiche durissime. Napoleone è stato contestato da chi ritiene la riapertura del caso Garlasco un azzardo, da chi vede nella nuova inchiesta una forzatura costruita per scardinare una sentenza definitiva, e da chi, sul piano mediatico, ha provato a trasformare il procuratore in personaggio. Attacchi personali, millantati canali riservati con la Procura, tentativi di accreditarsi come persone vicine al magistrato: c’è perfino di chi avrebbe sfruttato il suo nome per promettere retroscena e scoop. In mezzo a tutto questo, Napoleone ha scelto ancora una volta di non reagire pubblicamente, mantenendo la linea del silenzio.
A giugno compirà 70 anni. Il che significa che il caso Garlasco potrebbe davvero rappresentare l’ultimo grande passaggio pubblico della sua carriera. Non il più importante in assoluto, forse, se si guarda al peso storico delle sue indagini milanesi. Ma certamente il più delicato, il più esposto, il più difficile da attraversare senza esserne travolti.
Affari Alert
Aggiornamenti e contenuti editoriali dedicati, via email.
Dal 1 Gennaio 2027: 0,99€/mese o 9,99€/anno


