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Coronavirus, le colpe dei giovani e di certi giornalisti smemorati

Coronavirus, le colpe dei giovani e di certi giornalisti smemorati

"Accoronati", la  nuova rubrica di Affaritaliani.it Milano. Di Francesco Francio Mazza

E’ tornato a farsi sentire Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, che ieri ha vergato un intervento in risposta a un anziano lettore .
Richiesto di un parere sull’ipotetica renitenza mostrata da “i giovani” ad obbedire alle misure di precauzione durante l’emergenza, Fontana risponde con un intervento che ci ha lasciato letteralmente stupefatti.
“Ha ragione ad arrabbiarsi” scrive Fontana al lettore “per i comportamenti di molti italiani, spesso i più giovani, che continuavano a vedersi nei bar, a sciamare nelle strade della città”.
Un malcostume diffuso, quello dei giovani, tanto che “tutti abbiamo visto i video dei sindaci che rincorrevano i ragazzi”. Tuttavia, bisogna avere pazienza, perché per i giovani “è più difficile rinunciare alla socialità” e poi forse sono stati convinti che il virus fosse “un problema soprattutto dei più vecchi” cosa che, purtroppo, potrebbe aver “moltiplicato i comportamenti sbagliati”.
Anche perché, conclude il Direttore in una chiusa che è il perfetto manifesto dell’atteggiamento che il nostro Paese rivolge verso le generazioni più giovani, “la maturità aiuta nella consapevolezza del pericolo”.
In generale, quando il virus sarà passato, e torneremo a occuparci di altri gravissimi problemi che frenano il nostro Paese, sarà importante ripartire proprio da qui, da questa risposta del direttore del primo quotidiano italiano: un perfetto concentrato di quel fenomeno esclusivamente italiano che fa dei giovani una capro espiatorio buono per ogni occasione, un comodo pungi-ball su cui sfogarsi alla bisogna quando c’è bisogno di un colpevole.
Tuttavia, mentre siamo ancora nell’occhio del ciclone, vogliamo ricordare all’Illustre Direttore che mentre non sappiamo, nel dettaglio, quale sia stato l’atteggiamento prevalente dei giovani italiani allo scoppiare dell’emergenza, sappiamo invece con certezza quale sia stato l’atteggiamento tenuto da lui.
E siamo quindi lieti di ricordargli, a proposito di quella “maturità che aumenta la consapevolezza dell’emergenza”, il suo editoriale dello scorso 28 febbraio intitolato “La normalità da riconquistare”.
Già, perché il direttore che oggi fa la ramanzina ai giovani, a fine febbraio scriveva che era il momento “di dire basta agli allarmi che hanno creato panico” e per questo affermava con fierezza che l’hashtag #milanoriparte era l’hashtag che “rappresenta ognuno di noi”.
Secondo Fontana, a tempo debito, si sarebbe dovuto “valutare se le misure prese a gennaio siano state giuste o abbiano rappresentato, magari involontariamente, un moltiplicatore dell’emergenza”. Al suo sguardo maturo, inoltre, non era piaciuta “la fuga in avanti del Governatore delle Marche” responsabile di una chiusura delle scuole “non necessaria” e nemmeno quella politica impegnata a prendere “decisioni estreme”.
Si, perché la priorità, a dire di Fontana, era fare un elenco “punto per punto” di quello che si doveva immediatamente “far ripartire”.
Per questo, a proposito di lettere, dunque, ci permettiamo allora di porre noi dieci domande all’Illustre Direttore:

1) Quando Lei ha scritto l’editoriale “La normalità da riconquistare” era il 28 febbraio, 48 ore prima che il professor Galli dell’Ospedale Sacco di Milano dichiarasse, in un’intervista sul suo giornale, “In 42 anni di attività non ho mai visto un’influenza capace di stravolgere l’attività dei reparti di rianimazione di un’intera regione”.
Lei, dell’emergenza, già in corso da giorni nel momento in cui ha scritto l’editoriale, era al corrente?
Se si, perché lo ha scritto lo stesso?
Se no, come mai il direttore del primo quotidiano italiano ignorava una notizia di tale dimensioni?

2) Di quali informazioni disponeva per scrivere una frase come “abbiamo avuto la sensazione di una politica impegnata a prendere le decisioni più estreme, a lanciare allarmi, a individuare precauzioni eccessive per non prendersi la responsabilità?”.
Non ritiene che siano stati frasi come queste, pubblicate dal principale quotidiano italiano, a spingere la gente – e i giovani - a sottovalutare gli allarmi e a non adeguarsi subito alle misure?

3) Di quali informazioni disponeva, nello specifico, per definire le precauzioni prese dal governo come “eccessive”? Quali sarebbero state, secondo lei, precauzioni “adeguate”?

4) In Corea del Sud, dove l’emergenza è scoppiata più o meno negli stessi giorni che in Italia, sono state subito adottate misure severe, a cominciare dai tamponi a tappeto, cosa che ha permesso il contenimento dell’epidemia.
Dal momento che il virus era lo stesso e che si era a conoscenza del fatto che il pericolo venisse dai positivi asintomatici, di quali informazioni disponeva per criticare l’utilizzo esteso dei tamponi (“L’Italia (...) non distinguendo tra positivi e malati forse ha generato ansia”)?

5) Di quali informazioni disponeva per poter dire, con totale sicurezza, che la scelta del Governatore delle Marche di chiudere le scuole era “non necessaria”?

6) Quando lei scrive che dal virus “si guarisce senza problemi nell’80-90% dei casi, molto contagioso ma con tassi di mortalità bassissimo e legato spesso a patologie concomitanti, come nel caso dell’influenza”, sostenendo quindi - implicitamente - la tesi che il coronavirus era come un’influenza, sapeva che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ripeteva da settimane che questa equazione era completamente sbagliata?
Se si, perché allora lo ha scritto?
Se no, come faceva ad ignorarlo, da direttore del primo quotidiano d’Italia chiamato a scrivere un editoriale su questo tema?

7) Quando scriveva la frase ripetuta al punto 6, aveva idea che la situazione negli ospedali lombardi e milanesi (la sua città) era già di emergenza?
Se sì, perché lo ha scritto lo stesso?
Se no, perché non si è documentato prima di scrivere una frase simile sul primo quotidiano italiano?

8) Nella sua risposta di ieri lei scrive che per i giovani è “difficile rinunciare alla socialità”. E allora perché nel suo editoriale scriveva che “per le strade del nord si incontrano solo cittadini che vogliono riprendersi la normalità delle loro vite, del loro lavoro, delle loro serate di incontri e di divertimento”.
Ammesso – e non concesso – che davvero i giovani siano stati più restii a rispettare le misure, non crede siano stati messaggi come il suo ad averli incentivati?

9) Posto che il virus era lo stesso presente a Wuhan, sulla base di che cosa lei credeva che in Cina fossero state prese misure d’emergenza, estremamente dannose per l’economia, mentre da noi no?
Credeva forse che il regime cinese fosse guidato da sprovveduti desiderosi di infliggere un colpo tremendo alla propria economia?

10) Il 31 gennaio il governo italiano aveva dichiarato lo stato di emergenza.
Sulla base di quali informazioni lei ha scritto un simile editoriale, atto chiaramente a sminuire la gravità della situazione?
E’ stata una sua idea o ha raccolto l’indicazione proveniente da qualcuno?
Le chiediamo gentilmente una risposta, a nome di tutti quei cittadini milanesi, lombardi e italiani che, anche leggendo il suo editoriale, si sono convinti che la situazione non fosse grave e che le precauzioni, come scritto da lei, fossero “eccessive”.
Facendo appello, ovviamente, alla sua grande maturità.

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