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Milano

Parla di un processo viziato dal "pregiudizio" e di "malizia" da parte della procura il difensore degli stilisti siciliani Domenico Dolce e Stefano Gabbana nell'impugnazione della sentenza con cui lo scorso 19 giugno sono stati condannati a un anno e 9 mesi di reclusione per la presunta maxi evasione fiscale su un imponibile di circa un miliardo dopo che la Cassazione aveva annullato un primo proscioglimento.

Secondo l'avvocato Massimo Dinoia, che chiede l'assoluzione per i suoi assistiti, "sarà forse stato per via delle enormi pressioni mediatiche che inevitabilmente hanno caratterizzato il giudizio di primo grado o, forse, per la superficialità degli operanti nel trattare il tema in questione", ma "sta di fatto che la sentenza impugnata ha completamente perso di vista i criteri normativi, lasciando il posto a un mero pregiudizio". Un pregiudizio che a suo avviso riguarda "la finalità di risparmio fiscale" che secondo il pubblico ministero Laura Pedio "avrebbe accompagnato il progetto di ristrutturazione del 2004 e, più specificamente, la costituzione in lussemburgo di Gado".

Già perché nel processo gli stilisti erano accusati inizialmente di dichiarazione infedele dei redditi per un imponibile di 416,8 milioni ciascuno e di concorso in truffa ai danni dello Stato per la presunta esterovestizione della capogruppo D&G. Secondo la procura hanno commesso tale maxi evasione attraverso il trasferimento formale nel 2004 di una loro società in un paradiso fiscale, il Lussemburgo, con il solo scopo di pagare meno tasse in Italia, dove però l'azienda continuava a suo avviso a operare regolarmente. Operazione realizzata attraverso la cessione dei marchi della maison, che garantiscono royalties per milioni e milioni di euro, alla "Gado sarl" (acronimo di Gabbana e Dolce), controllata dalla Dolce & Gabbana Luxembourg per 360 milioni.

Una stima secondo l'accusa eccessivamente al ribasso e, dato che i brand della maison fondata nel 1985 era stato stimato in 1.193.712.000 euro, l'operazione avrebbe consentito un risparmio notevole sulle imposte da pagare per il profitto realizzato. Poi nell'aprile 2011 il giudice per l'udienza preliminare Simone Luerti li aveva prosciolti, rigettando la richiesta di rinvio a giudizio del pm, sostenendo che "nel caso in esame, nulla dice - e nulla dirà mai - che Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno effettivamente percepito dall'acquirente Gado sarl (e poi occultato) un corrispettivo superiore a quello dichiarato di 360 milioni di euro in violazione dell'articolo 4 del decreto legislativo 74/2000" che "non sono dimostrate, ma soprattutto nemmeno affermate, la tenuta irregolare delle scritture contabili, ná meno che mai l'esistenza di una contabilità 'in nero' (...). Al contrario, tutto lascia deporre per l'effettività di quel prezzo".

Tuttavia la Cassazione nel novembre successivo aveva annullato il proscioglimento per il solo reato di dichiarazione infedele dei redditi per loro e per Alfonso Dolce, fratello di Domenico e socio di minoranza e lo scorso 19 giugno la seconda corte penale presieduta dal giudice Filiberto Pagano aveva condannato i due stilisti a un anno e 9 mesi di reclusione e Alfonso Dolce a un anno e 4 mesi. Anche il difensore di quest'ultimo, Armando Simbari, ha impugnato la condanna. 

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