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Deliveroo, dalla leggenda del fondatore-rider all’inchiesta milanese sul caporalato

Il colosso del delivery nasce nel 2013 da una intuizione di Will Shu, frustrato dalla impossibilità di avere un servizio di consegna a domicilio decente a Londra. L’espansione negli anni del Covid, il flop dell’esordio in Borsa e l’acquisizione da parte di DoorDash. La divisione italiana e l’indagine della Procura milanese

Deliveroo, dalla leggenda del fondatore-rider all’inchiesta milanese sul caporalato

Gestisci il tuo tempo e guadagna secondo i tuoi impegni”. Questa la promessa che Deliveroo faceva sui social per attirare rider. Una frase che oggi ha un retrogusto amaro. La Procura di Milano ha infatti come noto disposto il controllo giudiziario su Deliveroo Italy, contestando un modello di lavoro ritenuto di sfruttamento e “governato” dalla piattaforma digitale, con compensi giudicati incompatibili con un’esistenza dignitosa.

Nelle carte dell’inchiesta, sembra emergere evidente il cortocircuito tra narrazione aziendale e realtà raccontata dai rider: turni lunghi, necessità economiche, una libertà “teorica” che, secondo gli inquirenti, finisce per diventare dipendenza dall’app, dalle sue regole e dalle sue penalizzazioni. “Inizio il servizio alle 11 del mattino e finisco alle 22. Lavoro 7 giorni su 7 per circa 11 ore al giorno. La mia paga non è sufficiente”, è la testimonianza di un rider. Che spiega di svolgere un secondo lavoro come facchino in hotel dalle 23 alle 7 per cinque giorni a settimana. Deve pagare affitto e utenze e inviare circa 600 euro alla famiglia in Nigeria. Un altro ciclofattorino racconta di percorrere fino a “150 chilometri al giorno” per effettuare dieci consegne. Le paghe oscillano tra i 3 e i 4 euro a consegna. Si può arrivare a 1.100 euro al mese, molti non raggiungono la metà di questa cifra. Secondo quanto riportato, in Italia il gruppo conta circa 20mila ciclofattorini (3mila a Milano) e un fatturato nell’ordine dei 240 milioni.

L’inchiesta su Deliveroo arriva dopo un precedente recente che a Milano ha già acceso i riflettori sul food delivery, quello di Glovo-Foodinho. Il dispositivo del controllo giudiziario, la figura dell’amministratore giudiziario chiamato ad affiancare l’azienda e la logica dell’accertamento sui modelli organizzativi ricordano una linea investigativa già vista: verificare se dietro l’etichetta della flessibilità ci sia, in concreto, un’organizzazione del lavoro che assomiglia a un rapporto subordinato senza tutele.

La “leggenda” del fondatore di Deliveroo: Will Shu: il CEO-rider

Altre sembravano essere le premesse quando nel lontano 2013 Deliveroo era una vivace e ambiziosa startup. Tecnologia come efficienza, opportunità come libertà, piattaforma come ponte tra ristoranti e persone. Il racconto ufficiale della “origin story” è quasi cinematografico. Dopo un primo tentativo nel 2007, prematuro per via di un mercato degli smartphone e delle App ancora decisamente acerbo, Will Shu torna a Londra nel 2013 e scopre una città piena di ristoranti “incredibili” ma nota che “davvero pochi” fanno delivery. Per lui che lavora nella finanza e finisce sempre molto tardi la sera, una vera seccatura. Così decide di trasformare quella frustrazione in missione: portare i migliori ristoranti “direttamente nelle case delle persone”. E negli uffici.

La società nasce nello stesso anno. La firma è da startup “classica” ma con un dettaglio che determina lo storytelling: il fondatore che conosce la strada. Shu, nella narrazione costruita negli anni, è stato “il primo rider” e ha fatto consegne per capire il servizio dall’interno. È una figura che funziona perché crea empatia: il capo che ha indossato lo zaino, il CEO che sa cosa significa aspettare l’ascensore, pedalare sotto la pioggia, bussare e andarsene. Così si rafforza l’idea del brand. Deliveroo viene fondata da Shu assieme al vecchio socio Greg Orlowski, e in pochi anni passa dall’essere un’idea londinese a una piattaforma internazionale. Ancora sino al 2018, Shu si prende alcune ore alla settimana per fare il ciclofattorino e comprendere al meglio le esigenze e le caratteristiche dell’intera filiera.

Deliveroo e l’intuizione delle “ghost kitchen”: oltre il delivery

La seconda fase è quella in cui Deliveroo non si limita più a trasportare cibo. Nel 2017 lancia Deliveroo Editions, il progetto di “cucine dedicate” (le cosiddette dark kitchen/ghost kitchen) pensate solo per il delivery, usando anche i dati per capire dove la domanda c’è e l’offerta no. È un passaggio chiave, perché sposta Deliveroo dal ruolo di semplice intermediario a quello di regista del mercato: non solo consegna, ma costruisce pezzi di filiera, abilita ristoranti a “essere presenti” in quartieri dove non hanno sala, insegna o tavoli. Una trasformazione che ha dato slancio ma anche alimentato discussioni su concorrenza, urbanistica commerciale e impatto sul tessuto della ristorazione.

Gli anni del Covid e il boom delle domande

La pandemia è stata, per tutto il settore, il momento dell’accelerazione. Il delivery non era più comfort, ma vera e propria necessità. E Deliveroo si è posizionata come infrastruttura quotidiana: consegna veloce, tracciabile, “in circa 30 minuti”, dentro un marketplace che collega clienti, ristoranti, supermercati e rider. Nella stessa fase l’azienda ha investito molto anche nella narrazione valoriale, soprattutto sul rapporto con chi consegna: flessibilità, sicurezza, coperture assicurative, ascolto dei rider. È qui che, col senno di poi, si vede il nocciolo del conflitto: quanto di quella promessa era compatibile con un modello che, per reggere numeri e tempi, deve necessariamente misurare, premiare, penalizzare, “ottimizzare” le persone oltre alle consegne.

Lo shock dell’esordio in Borsa, poi l’acquisizione da parte di DoorDash

Deliveroo si quota a Londra il 31 marzo 2021, ma il debutto è traumatico: nelle prime ore le azioni arrivano a perdere circa il 30% nella giornata d’esordio, segnando uno dei flop simbolici della tech economy europea di quel periodo. Poi arriva la svolta societaria: nell’autunno 2025 DoorDash completa l’acquisizione di Deliveroo, con uno schema di arrangement approvato dal tribunale britannico. L’acquisizione si aggira su un valore di 3,4 miliardi di euro.

DoorDash, nel comunicato, parla di rafforzamento della posizione globale nel “local commerce” e conferma che Deliveroo continuerà a operare nelle sue principali geografie, beneficiando di scala e risorse del gruppo. Nello stesso testo vengono fotografati numeri che aiutano a capire la dimensione: circa 176mila partner tra ristoranti, grocery e retail, oltre 130mila rider e circa 7 milioni di consumatori attivi mensili nel 2024.La sfida ad altri colossi come Glovo, Uber Eats e Just Eat è rilanciata, grazie ad un mercato combinato per Deliveroo e DoorDash che copre oltre 40 Paesi e un giro di affari da circa 90 miliardi di dollari annuali.

Con l’operazione, cambia però anche la traiettoria del fondatore, con Shu che lascia dopo il completamento dell’acquisizione. Al suo posto sbarca a Londra Miki Kuusi, co-fondatore di Wolt e head of international di DoorDash.

Deliveroo Italia: l’era Sarzana e l’indagine della Procura milanese

Più o meno negli stessi mesi, anche Deliveroo Italy conosce un cambiamento profondo a livello di management. Nel Belpaese la storia di Deliveroo ha un punto d’inizio molto preciso: Milano. È qui che dal 2016 il brand del canguro diventa parte del paesaggio urbano, prima come novità, poi come abitudine. Per anni il volto manageriale del mercato italiano è stato Matteo Sarzana, che ha guidato l’espansione e la crescita nel Paese. Negli anni Deliveroo ha rivendicato una presenza molto ampia, con partnership estese a ristoranti e, progressivamente, anche a grocery e supermercati. A marzo 2025 il cambio alla guida: Deliveroo annuncia Andrea Zocchi come Managing Director per l’Italia, basato a Milano, subentrato a Sarzana, che si accasa presso AirB&B. Oggi Zocchi risulta tra gli indagati nell’inchiesta milanese che rischia di ridisegnare la storia recente della società di delivery.