di Fabio Massa
di Fabio Massa
Che l’app Uber sia all’avanguardia tecnologicamente, è indubbiamente vero. Che dietro Uber ci siano banche, fondi, la grande Google, è cosa altrettanto vera. E ancora: che i tassisti che oggi non accettano il bancomat vadano colpiti con forza (incredibile, ma ci sono), è cosa ovvia. Che alcuni di loro si comportino come i padroni della piazza, imponendo gli scioperi anche a quelli che non lavorano, è cosa deprecabile. Che facciano le ronde, un insulto. Che molti di loro vivano il loro mestiere in modo corporativo, antistorico e antidiluviano, lo dicono in tantissimi.
La domanda, però, che pochi si pongono, è il “perchè” i tassisti si comportano così. Perché ragionano così? Nessuna persona di buon senso può pensare che non ci siano ragioni, o che un’intera categoria sia popolata da rozzi individui fuori dal mondo. E invece no: il tassista parla con la gente tutto il giorno, osserva luoghi e posti. Spesso conosce la città nella quale lavora meglio di chi la amministra. Il tassista di oggi ha studiato. Quando non è in servizio si informa. Il tassista, in conclusione, non è un pericoloso individuo fuori dalla società ma della società stessa spesso è uno degli osservatori più attenti.
E allora, torna la domanda: perché i tassisti fanno così? Io credo che la risposta vada cercata nel grande business delle licenze, frutto di una colpevole e criminale mancanza legislativa della quale tutti gli esponenti politici che abbiano più di quarant’anni sono, in piccolo o in grande, responsabili se non per colpa almeno per omissione e accidia. Il problema è che le licenze, teoricamente, non si possono vendere. Si possono solo cedere. E invece vengono vendute per decine di migliaia di euro. Sulla piazza di Milano c’è chi l’ha pagata oltre centomila euro. Senza mutuo, ovviamente, perché le banche non lo concedono. Una volta c’erano le cambiali, adesso i prestiti a tassi altissimi. E la colletta tra genitori e parenti vari, ai quali prima o poi tornerà l’investimento sul figlio o fratello o nipote tassista, che almeno un lavoro adesso ce l’ha e non lo può perdere per i venti gelidi della crisi.
Ecco, quale persona sana di mente accetterebbe di vedere insidiato il proprio lavoro, che ha pagato (anzi – sta pagando) a carissimo prezzo? Quale persona sana di mente non lotterebbe per questo? Che si chiami Uber, che si chiami abusivo, che si chiami in qualunque altra maniera, il nemico i tassisti l’hanno individuato molto chiaramente. E’ la soluzione, che per adesso resta nascosta e agli uni (gli utenti inferociti che non vedono ragioni. Anche quelli “de sinistra” che tutelano solo il lavoro degli operai) e agli altri (i tassisti che stupidamente si mettono sempre dalla parte del torto anche quando qualche ragione ce l’hanno).
@FabioAMassa

