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Milano
Ecco perché chiudere la Statale è stata una scelta giusta. Il commento

di Guido Camera, avvocato

La decisione di chiudere per tre giorni la storica sede di Via Festa del Perdono dell’Università Statale per impedirne l’occupazione da parte degli antagonisti del “No Expo” è stata, a mio giudizio, ineccepibile. Sia sotto il profilo giuridico, sia sotto quello socioculturale.
Veniamo al primo aspetto: in base a quanto hanno riportato i media, nessuno ha mai formulato alcuna richiesta al Rettore dell’Università di poter utilizzare gli spazi di Via Festa del Perdono. Ergo, l’eventuale occupazione degli stessi sarebbe stata un atto illecito, prima che culturalmente prevaricatore, e bene ha fatto la Prefettura a impedirne la commissione disponendo la chiusura dell’edificio. Non si sono però interrotte le attività accademiche – ovvero un prezioso servizio pubblico, pagato dalle tasse dei cittadini – dato che l’ateneo ha comunicato che lezioni, esami, seminari, convegni – e pure un concorso - si sono svolti presso le altre sedi sparse per la città. Chi ha perciò definito la chiusura dell’edificio di Via Festa del Perdono “una negazione al diritto allo studio”, evidentemente, persegue solo fini di malcelata strumentalizzazione.  
Ma non è tutto. 
Quelli che, infatti, oggi si meravigliano - sottolineando l’eccezionalità della decisione della Prefettura, che sembra avere un unico precedente risalente a 47 anni orsono - dovrebbero in realtà stupirsi del fatto che, negli anni successivi alla fine del “68” (inteso come decennale periodo storico e sociale) - quando la contestazione studentesca diede sfogo a un contrasto generazionale epocale, che personalmente non mi ha mai affascinato, ma che è obiettivamente rimasto unico, per dimensioni e fermento culturale – si siano tollerate tante occupazioni, soprattutto di scuole, che erano sostanzialmente concordate tra studenti e professori per regalare solamente qualche giorno di vacanza non previsto dal calendario. Ne sono un diretto testimone, avendo frequentato il liceo a Milano tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ‘90, e sfido chiunque a dimostrare il contrario.
Peraltro, sotto il profilo dell’ordine pubblico, mi sembra certamente più saggio prevenire un’occupazione abusiva, piuttosto che dover procedere ad uno sgombero, con il rischio di accendere animi facilmente infuocabili. Non dimentichiamo, infatti, che la vasta area antagonista che rotea intorno ai “No Expo” ha frange violente che, nel passato neppure remoto, si sono rese protagoniste di gravi episodi di aggressione ai beni collettivi e alla libertà individuale altrui.
C’è poi un altro aspetto della decisione di chiudere le porte dello storico ateneo milanese che credo vada apprezzato, e ha un rilevante valore simbolico: la sede di Via Festa del Perdono ospita, in particolare, la facoltà di Giurisprudenza. E’ dunque proprio il luogo dove, a ben vedere, si insegna ai giovani milanesi l’importanza che ha la legge per regolare i nostri doveri in funzione di garantire i nostri diritti - individuali e collettivi - e la nostra libertà. Non sarebbe stato un irridente paradosso che, proprio dove si insegna il valore della legge, venisse tollerata una palese violazione delle regole fondamentali della convivenza civile? 
Peraltro, il tema sociopolitico sollevato dal fronte antagonista dei “No Expo” neppure riguardava argomenti connessi al funzionamento dell’Università di Milano – o, più in generale, al mondo del diritto allo studio e delle problematiche giovanili: ancor più prepotente d irrispettosa dei principi basilari di una società democratica mi è perciò sembrata la pretesa di voler occupare arbitrariamente gli spazi dell’ateneo milanese per denunciare “un deficit di democrazia” in relazione ad Expo 2015. Una pretesa che è anche culturalmente inaccettabile. La prima regola di una democrazia, infatti, è il rispetto dei diritti e delle libertà di chi la pensa in modo diverso da te.

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