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Milano

Se confermate le modalità di commissione dei reati contestati sono un qualcosa di noto e purtroppo abbastanza frequente nel mondo degli appalti, ovvero l’azienda interessata a vincere cerca di condizionare l’operato di chi deve predisporre il bando affinché costruisca un qualcosa che si adatta perfettamente alle proprie caratteristiche, tagliando fuori la concorrenza, o riceva informazioni riservate non a disposizione dei concorrenti. Quindi, ancora più che nella fase di valutazione delle offerte, questi reati si realizzano già in fase di preparazione del bando quando, nei casi più conclamati, sono addirittura gli stessi potenziali fornitori che “collaborano”, ovviamente in maniera del tutto illegale, alla stesura dello stesso.

Necessariamente ci devono essere benefici anche per chi assegna l’appalto, e questo configura il reato di corruzione: oltre alla classica “mazzetta” in denaro, gli strumenti possono essere i più disparati, da benefici personali quali ad esempio un supporto per un avanzamento di carriera, il posto di lavoro per un congiunto o il contratto di consulenza fittizio ad un amico, a beni più tangibili quali viaggi, regali di valore, utilizzo gratuito di servizi.
 
In tutto questo, chi rimane danneggiato sono le aziende, per fortuna tante, che operano in maniera corretta e trasparente, sostenendo dei costi legati a presidi di controllo come previsto dalla normativa, e che non riescono ad aggiudicarsi opere per le quali potrebbero avere le competenze e i requisiti richiesti. Così come un danno lo si crea per lo stesso ente che affida i lavori, che non sceglie i migliori fornitori ma quelli più “amici”.
 
Negli ultimi anni è stato fatto molto dal punto di vista normativo, vedi l’introduzione del D. Lgs. 231/01 per le imprese o la L.190 in materia di anticorruzione per il settore pubblico, tuttavia i continui casi dimostrano che la “cultura della corruzione” rimane un elemento difficile da sradicare.

Massimo Fossati

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expocorruzione







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