Per Alessia Cappello il tema del social freezing non è una battaglia astratta né soltanto politica. Prima di diventare una proposta da sostenere, è stato un pezzo della sua vita. L’assessora allo Sviluppo economico e alle Politiche del lavoro del Comune di Milano ha scelto di raccontare pubblicamente il percorso che l’ha portata alla nascita della figlia Beatrice: anni segnati da aborti, accertamenti, cure per la fertilità e dalla scoperta che, quando si è sentita pronta per diventare madre, il proprio tempo biologico era già cambiato. La riflessione arriva mentre Italia Viva rilancia la proposta di rendere gratuito il congelamento degli ovuli per le giovani donne che vogliano accedere a questa possibilità. Cappello ha deciso di intervenire anche sui social, ricevendo numerosi messaggi da persone che hanno vissuto esperienze simili.
“Non ho rinviato la maternità per il lavoro”
Uno dei punti su cui l’assessora insiste è che nel suo caso non c’è stata una scelta consapevole di posticipare la maternità per privilegiare la carriera. Dopo la fine di una relazione durata quasi dieci anni, racconta, è trascorso del tempo prima di costruire un nuovo legame stabile. Quando si è sposata e ha iniziato a cercare un figlio aveva ormai 36-37 anni. “I miei ovuli non erano più quelli di quando ne avevo 27”, ha scritto Cappello sui social. Al Corriere della Sera ha spiegato che il passaggio del tempo è diventato evidente quasi all’improvviso: dopo il matrimonio si è ritrovata a 37-38 anni, con condizioni biologiche molto diverse rispetto a dieci anni prima.
Tre aborti e più di 5 mila euro di esami
Da lì è iniziato un percorso lungo e doloroso. Cappello racconta di aver vissuto tre aborti in tre anni, tutti nel primo trimestre. Sono seguiti controlli, visite specialistiche e accertamenti genetici per oltre 5 mila euro. Gli esami, però, non hanno evidenziato patologie o problemi genetici particolari. “Nel mio caso, era solo un tema di ovuli“, ha spiegato. La difficoltà, dunque, era legata essenzialmente all’età riproduttiva. L’assessora ha quindi intrapreso un percorso di stimolazione ovarica, che descrive come invasivo anche dal punto di vista fisico. “Tutto di me era cambiato. La pancia, le gambe, non entravo più nel mio solito paio di jeans. La mia fisionomia era completamente diversa”, ha raccontato al Corriere.
“Se avessi congelato gli ovuli avrei avuto meno tormenti”
La nascita di Beatrice ha segnato la fine di quel percorso, ma non ha cancellato il ricordo degli anni precedenti. Proprio da quell’esperienza nasce oggi la convinzione che il congelamento degli ovuli debba diventare un’opportunità più semplice e accessibile.
“Se avessi congelato gli ovuli quando avevo 26 anni, forse avrei avuto meno tormenti emotivi, meno accanimento sul mio fisico e più di un figlio”, sostiene Cappello. L’assessora racconta anche di aver sempre immaginato una famiglia numerosa. “Se avessi congelato, non mi sarei fermata a una”, ha detto, ricordando di essere figlia unica e di aver desiderato per sé un’esperienza diversa. Nel ragionamento di Cappello il social freezing si lega direttamente alle condizioni di vita delle giovani generazioni. Il problema, sottolinea, è che i tempi della stabilità economica e affettiva sempre più spesso non coincidono con quelli della fertilità.
“A venticinque anni non si ha generalmente un’indipendenza economica”, osserva. Da qui la domanda: “Perché le giovani devono scegliere tra il lavoro e la famiglia?”. Per Cappello il rischio è che molte donne arrivino a sentirsi pronte per avere figli soltanto quando biologicamente il percorso è diventato più difficile. È per questo che definisce la possibilità di congelare gli ovuli “una battaglia di giustizia sociale”.
“Sul tema della natalità servono strumenti, non ideologia”
La proposta si inserisce anche nella discussione più ampia sul calo delle nascite. “In un Paese in gelo demografico come il nostro, penso sia un dovere fare proposte che guardino al futuro e alla natalità senza ideologia, bigottismo o cecità”, afferma Cappello. Dopo aver condiviso la sua esperienza, l’assessora racconta di aver ricevuto numerosi messaggi privati da donne e uomini con storie analoghe. Un elemento che, nella sua lettura, dimostra quanto il tema sia più diffuso di quanto emerga normalmente nel dibattito pubblico.

