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Milano
Expo, la vera sconfitta è Milano

di Andrea Radic

La strada imboccata da Expo diventa oggettivamente sempre più difficile, con salite sempre più ardue, con discese sempre più ripide e non priva di imboscate da parte di briganti, faccendieri e vario sottobosco umano. Come se la carovana di Expo che andava alla conquista dell'Ovest fosse stata lasciata priva di scorta. Ma non dobbiamo dimenticare che sin dal principio ad alcuni incroci la svolta è avvenuta dalla parte sbagliata.

Andiamo con ordine. In primo luogo, una certa megalomania ha caratterizzato il "modello Moratti" e non solo perché l'allora Sindaco, come con grazia Giulio Tremonti le faceva notare dicendo "Letizia il governo non è tuo marito", non ha mai considerato il denaro come una variabile significativa, ma anche perché le condizioni economiche erano diverse. Non è passato molto tempo sul calendario, ma per il sistema economico è stato un'era geologica e la revisione dei costi è avvenuta anch'essa in ritardo. Quella stessa megalomania che portò l'allora presidente della Provincia di Milano Filippo Penati a sottoscrivere il 10% del capitale sociale, una montagna di soldi per un Ente che la maggior spesa la compie per il riscaldamento delle scuole o per la manutenzione delle strade provinciali. Tanto è vero che da oltre un anno e mezzo Podestà ha giustamente chiuso i rubinetti.

In secondo luogo, un secondo peccato originale, è stato quello di aver travisato il primario obiettivo delle Esposizioni Universali portandolo da una straordinaria occasione di promozione e marketing territoriale a divenire il motivo per avviare una serie mastodontica di infrastrutture, tutte essenziali e infatti quasi tutte in ritardo. I Paesi si candidano a ospitare l'Expo per promuovere il proprio territorio, la propria cultura, il turismo, e ogni altro gioiello di famiglia. Lo dimostra Dubai che lo ospiterà nel 2020 e già da tempo lo promuove in tutto il mondo. E non è una delle tante opzioni, ma è la raccomandazione sempre espressa, e mai ascoltata, da Vicente Loscertales, gran capo del Bie il Bureau International des Exposition, organo che assegna l'Expo e ne ha la responsabilità internazionale verso i Paesi partecipanti. A Milano invece di mettere in piedi una straordinaria operazione di comunicazione e marketing affidandola a professionisti e unendo tutte le forze del settore, private e pubbliche individuando le migliori del Paese si è preferito trascorrere due anni a litigare per il potere, per le funzioni, per poltrone, divanetti e strapuntini, arrivando, raccontano, a far sostenere colloqui per assunzioni alla persona sbagliata solo perché omonima del raccomandato di turno. E la politica è tutta responsabile, i partiti ci sono passati tutti: il Pd che avrebbe fatto meglio a ispirarsi a Occhetto con la "gioiosa macchina da guerra" piuttosto che ad altri, il Pdl che stava al Governo e che tutto quello che ha saputo estrarre dal cilindro è stato un ex manager IBM attaccato come una tellina al doppio incarico, la Lega che si impancava a controllore e non ha fatto timbrare neanche un biglietto. Una politica che ha voluto perdere non solo la P maiuscola, ma che in confronto a Tangentopoli ha assunto il volto dei faccendieri. Il pool di Mani Pulite, almeno, ha avuto la soddisfazione di trattare con i segretari di partito.

Purtroppo in tutto ciò chi ci ha rimesso davvero, la vera vittima è Milano non solo come città, ma come protagonista della storia sociale ed economica del Paese. Milano aveva una grande opportunità di dimostrare la propria capacità e intraprendenza collettiva e avrebbe anche potuto dimostrare che la fredda distanza sempre tenuta dal potere romano nei confronti di Expo non aveva indebolito la squadra. Prodi e Letta presenti assenti, non hanno mai davvero prodotto fatti concreti, ancora oggi mancano firme e decreti per opere queste sì davvero essenziali. Ma quella squadra non si è mai davvero formata, per la "convinzione morattiana" che l'Expo fosse un affare di famiglia, per la voglia di protagonismo del Governatore, per interessi anche legittimi ma trasversali e incompatibili gli uni con gli altri. E oggi il tempo è davvero pochissimo, i presunti reati commessi potrebbero svelare altre implicazioni e a questo proposito il silenzio di alcuni esponenti e partiti politici è davvero assordante. Ma il problema più forte è che il pubblico, la gente, i futuri visitatori stanno perdendo quel minimo di entusiasmo che era stato faticosamente diffuso. Per andare all'Expo si pagherà il biglietto e questo comporta che ci sia il desiderio di esserci. L'Italia e la sua Esposizione Universale vanno promosse in Europa (e non c'è uno straccio di candidato alle Europee che garantisce di farsi promotore...) e nel mondo, da oggi per 350 giorni senza perderne nemmeno mezzo.Un compito che non può essere affidato, come avvenuto, a quegli Enti di Promozione del Turismo che due sere fa in televisione il Premier ha annunciato di voler chiudere, ma deve essere affidato a chi porta l'Italia nel mondo a partire dalle nostre aziende. E si abbia la decenza di sospendere la campagna pubblicitaria locale "fatelo per i loro figli" che tappezza le pensiline delle fermate degli autobus. Perché così si passa dal tragico al ridicolo.

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