Milano
Ferragni, sfogo social dopo il proscioglimento: "Ho pagato per l’errore, ma non doveva esserci un processo"
Il lungo post su Instagram dell'influencer dopo la decisione del giudice sul caso Pandoro e uova di Pasqua: "Questa non è una assoluzione a metà"

Chiara Ferragni
Ferragni, sfogo social dopo il proscioglimento: "Ho pagato per l’errore, ma non doveva esserci un processo"
Dopo il proscioglimento deciso ieri dal giudice nel procedimento milanese che la vedeva imputata per truffa aggravata sui casi Pandoro e uova di Pasqua, Chiara Ferragni rompe il silenzio con un lungo post pubblicato sul suo profilo Instagram. Un intervento articolato, in cui distingue nettamente tra l’errore amministrativo già riconosciuto e la dimensione penale dell’inchiesta.
“Mi sono sempre presa la responsabilità per ciò che riguardava la pubblicità ingannevole. Ho capito che era stato un errore ed era giusto riconoscerlo. L'ho fatto: ho pagato, ho corretto, ho chiesto scusa (...) Non esisteva alcun motivo, né economico né sensato, per cui io potessi voler ingannare qualcuno. Proprio per questo una cosa è un errore amministrativo, un'altra è un reato penale. E non sono mai state la stessa cosa”.
"Questa non è una assoluzione a metà"
Ferragni insiste sul significato giuridico della decisione arrivata ieri, respingendo le letture parziali emerse nel dibattito pubblico: “La decisione di ieri non è una 'assoluzione a metà', come qualcuno ha tentato di far credere. È, se possibile, qualcosa di ancora più chiaro. Significa che questo processo, così come era stato costruito, non aveva nemmeno i presupposti per esistere fino in fondo”. E conclude il primo passaggio con una frase netta: “Oggi non festeggio una vittoria. Oggi chiudo un capitolo”.
Nel prosieguo del post, l’imprenditrice digitale torna sulle motivazioni tecniche del proscioglimento: “Il mio procedimento si è chiuso ieri con un proscioglimento. Il giudice ha stabilito che non c'erano nemmeno presupposti per un processo penale. Una frase semplice, tecnica, definitiva sul piano penale. Ed è giusto partire da qui”.
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Ferragni ripercorre anche l’impatto personale degli ultimi due anni: “Questi due anni sono stati a dir poco complessi. Non perché avessi dubbi su me stessa, ma perché vivere sotto giudizio continuo, senza poter rispondere, senza poter spiegare, ti mette alla prova in modo profondo”.
"Ero all'apice, non c'era motivo per voler ingannare qualcuno"
Sulle accuse legate a un presunto vantaggio economico personale, precisa: “Il mio cachet in quelle operazioni era fisso. Non guadagnavo in base alle vendite. Ero all'apice della mia immagine e del mio lavoro. Non esisteva alcun motivo, né economico né sensato, per cui io potessi voler ingannare qualcuno”.
Infine, tornando sulla portata della sentenza, aggiunge: “Non è 'non sappiamo come è andata'. È 'Non c'erano le basi per portare avanti un procedimento penale'. Ed è forse questa la parte più forte di tutte, perché vuol dire che per due anni sono rimasta ferma, esposta, giudicata, per qualcosa che non avrebbe nemmeno dovuto avere questo percorso”. E conclude: “Non lo dico con rabbia, lo dico con consapevolezza. Con la lucidità di chi sa di aver affrontato tutto senza scappare, senza nascondersi, rispettando la giustizia e il silenzio anche quando era la cosa più difficile da fare”.
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